Non so quando potrò di nuovo aggiornare il blog, quindi auguro a tutti voi lettori un felicissimo Natale e vi dedico la canzone natalizia che da sempre che preferisco...
A presto!
So this is Xmas
And what have you done
Another year over
And a new one just begun
And so this is Xmas
I hope you have fun
The near and the dear one
The old and the young
A very Merry Xmas
And a happy New Year
Let's hope it's a good one
Without any fear
And so this is Xmas (war is over)
For weak and for strong (if you want it)
For rich and the poor ones (war is over)
The world is so wrong (if you want it)
And so happy Xmas (war is over)
For black and for white (if you want it)
For yellow and red ones (war is over)
Let's stop all the fight (now)
A very Merry Xmas
And a happy New Year
Let's hope it's a good one
Without any fear
And so this is Xmas (war is over)
And what have we done (if you want it)
Another year over (war is over)
A new one just begun (if you want it)
And so happy Xmas (war is over)
We hope you have fun (if you want it)
The near and the dear one (war is over)
The old and the young (now)
A very Merry Xmas
And a happy New Year
Let's hope it's a good one
Without any fear
War is over, if you want it
War is over now
Happy Xmas
mercoledì 22 dicembre 2010
giovedì 16 dicembre 2010
Il lato oscuro del Natale
Salve a tutti, cari lettori!
Finalmente trovo qualche minuto per il mio giovane blog, dopo alcuni giorni distruttivi: scuola massacrante, lezioni di danza di pomeriggi interi e un gelo polare. Del resto non c'è da stupirsi, dicembre arriva ogni anno con il suo carico di verifiche e interrogazioni, con lo spettacolo sempre più vicino, con la neve e, naturalmente, con il Natale.
Il Natale è bello, è una festa importante, è un momento di gioia, arriva Babbo Natale con i regali, nasce Gesù, a Natale si è tutti più buoni, a Natale puoi fare quello che non puoi fare mai..., eccetera eccetera. Ammettiamo pure che sia così, ma a me sembra che ci sia una certa isteria generale durante tutto il periodo natalizio (e, diciamocelo pure, anche un bel po' di ipocrisia).
Innanzitutto, tutte quelle lucine che una volta mi facevano dire: "Ohhh ma come sono belle e colorate!", adesso mi mettono una certa ansia, soprattutto perché quest'anno ho cominciato a vederle dopo la metà di novembre davanti ad alcuni negozi: voglio dire, non facciamo in tempo a festeggiare Ognissanti, e già i commercianti ci assillano con i prodotti natalizi?! Compra, compra, affrettati, compra, compra, affrettati.... sembrano volerti dire.
Questo sì che è spirito natalizio.
Restando in tema, pur di farci acquistare mille, cento prodotti di ogni tipo, i negozi sono aperti tutta la settimana, domenica compresa (ma ovviamente nel resto dell'anno i commercianti, visto che sono molto laboriosi, tengono chiuso, oltre alla domenica anche un giorno feriale - il giorno in cui puntualmente avevi deciso di fare la spesa). Tutto ciò ha come scopo, ben riuscito direi, quello di scatenare un vero e proprio assalto ai centri commerciali, dove persone di ogni età si affrontano in una spietata corsa ai regali. E' incredibile come le pubblicità, le decorazioni, le lucine e le musichette riescano a far acquistare prodotti che in un qualsiasi altro periodo dell'anno, una persona sana di mente non acquisterebbe mai (per averne un'idea --> regali assurdi).
Detto questo, mi viene spontaneo pensare: ma perché dobbiamo avere la scusa del Natale per fare un regalo a una persona a cui vogliamo bene? E perché dobbiamo sentirci obbligati a fare un regalo, se qualcuno ce ne fa uno? Dove va a finire il significato vero della parola "regalo"?
Per rispondere a queste domande bisogna riflettere sul nostro modello di società, che ci obbliga a fare determinate scelte, spesso anche contro i nostri ideali, se non vogliamo essere visti come diversi, antipatici, altezzosi e, nel caso dei regali, taccagni.
Ma al di là del grande consumismo del periodo natalizio, che trasforma questa festa, originariamente sincera e dal messaggio profondo, in una pura operazione commerciale, ciò che mi dà più fastidio è il falso buonismo di cui tutti sembrano vestirsi nei giorni prima di Natale.
A partire dalla pubblicità di una famosa marca di panettoni, che ci vuole intenerire con le dolci voci di un coro di bambini che ci invitano a fare di più (da quanto ormai, 10 anni?) fino alla frase detta e stradetta "a Natale si è tutti più buoni", non riesco proprio a capire come faccia la gente a decorarsi di tutti questi buoni sentimenti, mentre il nostro pianeta sta morendo e migliaia di persone vivono (ma più spesso muoiono...) con il rombo dei cacciabombardieri per le strade, al posto del motivetto di Jingle Bells.
Perché chiudere gli occhi di fronte alla realtà?
Non dico assolutamente di rinunciare a festeggiare e a passare un momento di gioia perché ci sentiamo in colpa e non dico neanche che bisogna obbligatoriamente fare del volontariato e della beneficenza, ma piuttosto di essere un po' più sinceri con gli altri e con noi stessi. Dobbiamo dunque capire che non bisogna fare del bene solo a Natale e, cosa che spesso si dice ai bambini e risulta alla fine molto diseducativa, essere più "buoni" solo per farsi fare dei regali. Natale è semplicemente un'occasione per fare del bene, un'occasione tra le infinite che ci capitano nel corso della nostra vita e che spesso siamo restii a cogliere. Ricordiamoci perciò, che non c'è un momento definito per essere "buoni"e non importa fare grandi cose per diventarlo: basterebbe fare semplicemente il proprio dovere.
Vera bontà non è il semplice fatto di non commettere azioni ingiuste, ma il non volerne neppure commettere
Questo lo diceva Democrito nel V secolo a.C.
Di certo lui non conosceva né Natale, né panettoni.
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giovedì 2 dicembre 2010
E' una lunga storia...
"Si puo' proprio dire che certi uomini, quanto più sono indegni, tanto più riescono ad occupare cariche istituzionali, e soprattutto i malvagi che giungano a rivestirle si mostrano maggiormente negligenti e si riempiono di insipienza e arroganza."
Democrito (Abdera, 460 a.C. – 370 a.C. circa)
giovedì 25 novembre 2010
Never let me go
ATTENZIONE: Quella che segue non è propriamente una recensione del romanzo Non Lasciarmi di Kazuo Ishiguro, ma piuttosto un commento, perciò contiente SPOILERS.
Se non avete letto questo romanzo meraviglioso, lasciate perdere il post e affrettatevi a leggere il libro perchè merita veramente (e ovviamente dopo tornate qui a leggere quello che ho scritto! :P).
Se non avete letto questo romanzo meraviglioso, lasciate perdere il post e affrettatevi a leggere il libro perchè merita veramente (e ovviamente dopo tornate qui a leggere quello che ho scritto! :P).
Immaginate di avere dodici o tredici anni e di vivere in un
collegio magnifico e isolato, immerso nelle colline inglesi. Per quel che ricordate,
avete sempre vissuto lì insieme ad altre decine di ragazzi più o meno giovani
di voi, costantemente sorvegliati da alcuni “tutori” che vi insegnano tutto ciò
che dovete sapere. Vi ripetono sempre che dovete stare molto attenti alla
vostra salute, che dovete comportarvi in modo dignitoso e che dovete sforzarvi
di essere creativi. Naturalmente nel corso della vostra infanzia avete stretto
una profonda amicizia con alcuni compagni e avete sviluppato simpatie ed
antipatie verso i tutori.
Insomma, fin qui la vostra vita, come quella di Kathy, Ruth
e Tommy, può sembrare una vita tipica di un orfano relativamente fortunato. Ma
questi tre studenti di Hailsham,
protagonisti del commovente romanzo di Kazuo Ishiguro, Non Lasciarmi, non hanno nulla a che vedere con gli orfani.
E’ Kathy, ormai adulta, a narrare ai lettori la sua vita,
quasi come si stesse confidando con una persona conosciuta e fidata. I primi
episodi che ci racconta – il suo primo incontro con Ruth, il carattere
difficile di Tommy, lo strano comportamento dei tutori – sono caratterizzati da
un certo “disordine” cronologico, come se i ricordi più lontani della sua
infanzia cominciassero a diventare confusi e le fosse difficile organizzare
bene il pensiero; solo successivamente la storia diventa più lineare.
Kathy, Ruth e Tommy, come tutti i loro compagni di Hailsham,
sono destinati a diventare “assistenti” e “donatori”, sono stati creati per questo scopo e ne sono
consapevoli. Sanno anche che è molto importante riuscire a realizzare bei
disegni e belle poesie, perché queste loro opere possano trovare posto nella
misteriosa Galleria di Madame. Per loro tutto questo è normale e la loro vita
non sembra diversa da quella di qualunque altro adolescente: le amicizie
infantili si evolvono in sentimenti più profondi, a grandi gioie si alternano
momenti di sconforto, i rapporti sono fragili e le emozioni forti. Ma,
inesorabile, si avvicina il momento di lasciare Hailsham e negli ultimi anni al
collegio si crea un’atmosfera di tensione fra gli studenti, i tutori infatti sembrano restii ad affrontare alcuni
argomenti, soprattutto riguardo al futuro dei ragazzi, a quello che li aspetterà
quando dovranno affrontare il “mondo fuori”.
La verità si scopre quasi per caso, come se fosse una cosa
ovvia e conosciuta fin dall’inizio della storia ed è forse proprio per questo
che ci colpisce in modo così violento: studente
non è altro che una parola più gentile per parlare di un clone, destinato in età adulta a donare i propri organi vitali. La crudeltà e l’assurdità di tutto
ciò ci sconvolge e, sebbene avessimo subito intuito la presenza di un segreto
inquietante dietro alla parola “donazione”, ci ritroviamo ora a considerare le
vite dei protagonisti sotto una luce completamente diversa.
Dopo aver trascorso ogni passo della vita di Kathy, Ruth e
Tommy e aver condiviso con loro tutte le gioie, le preoccupazioni, lo
sconforto, la rabbia e soprattutto l’amore, improvvisamente scopriamo che sono diversi da noi e non riusciamo a
capacitarci di come ciò sia possibile.
Bene, è proprio questa sensazione che vuole farci provare
Ishiguro, per farci riflettere su una domanda già affrontata molte volte dalla
filosofia – cosa rende tale un “essere umano”? – e per condannare attraverso la
metafora dei cloni, le discriminazioni sociali. Parallelamente a questo, lo
scrittore ci comunica una forte preoccupazione riguardo allo sviluppo tecnologico,
che potrebbe portare la scienza ad un carattere amorale e spregiudicato, se non
venisse adeguatamente controllato.
Nonostante questo quadro tetro della società, nel romanzo
chiusa e statica, sembra che una speranza ci sia: ciò che unisce tutti e supera
ogni barriera è l’amore, in tutte le sue forme.
Non è mai troppo tardi per amare.
Non è mai troppo tardi per amare.
A febbraio uscirà nelle sale italiane il film tratto da questo romanzo, diretto dal regista americano Mark Romanek.
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