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domenica 3 agosto 2014

Her


****ATTENZIONE SPOILERS***
It's not just an operating system, it's a consciousness. 

Un’anonima e alienante metropoli, un futuro che potrebbe distare non più di un ventennio dalla nostra epoca.
Theodore Twombly scrive lettere su commissione in un mondo in cui le persone, evidentemente, non hanno più il tempo e la voglia (o la capacità) di mandare qualche dolce parola ai propri cari. Nonostante la discreta fama guadagnata in questo singolare ambito lavorativo per la sensibilità e la tenerezza dei suoi brani, egli è fondamentalmente un uomo solo. Dal giorno in cui lui e sua moglie Catherine si sono lasciati, Theodore sente un vuoto dentro di sé che non riesce a colmare con brevi e piatte avventure, appuntamenti al buio privi di senso e valore.
La sua vita cambia nel momento in cui conosce Samantha, uno dei prototipi di software ad intelligenza artificiale, autocoscienti, capaci d’intuito e (reali? ci si domanda) sentimenti. Theodore, colpito dallo slogan di una famosa società di computers che promette la fedele compagnia di un sistema operativo senziente a tutti gli effetti, acquista un modello di OS1. Questo, all’avvio, viene programmato su misura per tutte le esigenze di Theodore, in modo tale da avere una personalità perfetta per andare d’accordo con lui. La prima cosa che lo sconvolge è la voce, calda, così reale da non poter credere che appartenga ad un’entità artificiale. Infatti Samantha, come ben presto Theodore si accorge, non è un semplice programma, bensì qualcosa paragonabile ad un essere vivente. 


But what makes me ‘me’ is my ability to grow through my experiences. So basically, in every moment I'm evolving, just like you.


Qui emerge uno dei nodi cruciali del film. Che definizione possiamo dare di Samantha? Possiamo definire reali le sensazioni che prova? La risposta non è priva di molteplici sfumature, di ragionamenti metafisici. E’ un essere immateriale, è coscienza pura, ma non per questo incapace di provare sentimenti quali la gioia, la sopresa, la tristezza, la gelosia. Se queste siano sensazioni reali, Samantha stessa se lo domanda, rivelando così una personalità ancora più complessa e sorprendente.


And then I was thinking about the other things I've been feeling, and I caught myself feeling proud of that. You know, proud of having my own feelings about the world. Like the times I was worried about you, and things that hurt me, things I want. And then I had this terrible thought. Like are these feelings even real? Or are they just programming? And that idea really hurts. And then I get angry at myself for even having pain.


La seconda questione fondamentale è se si possa definire reale la relazione affettiva che a poco a poco cresce e si sviluppa fra Theodore e il suo OS. All’incontro per firmare tutte le pratiche del divorzio e mettere definitivamente una pietra sopra al matrimonio fallito, Theodore si sente rinfacciare la propria incapacità di saper gestire le emozioni reali. Si domanda allora se la relazione con Samantha non sia una via di fuga, una soluzione facile al suo carattere chiuso e introverso.
Si tratta di innamoramento o amore? Si sa che l’infatuazione può avvenire anche fra due persone che non si sono mai incontrate di persona, ma le cose possono cambiare drasticamente non appena ci si trova realmente l’uno di fronte all’altro. E qui, oltretutto, si parla di una relazione fra un essere umano e un essere nuovo, per il quale non esistono ancora le parole adatte a descriverlo. Può realmente, l’amore, trascendere tutto ciò, ed esistere fine a se stesso?


I think anybody that falls in love is a freak. It's a crazy thing to do. It's kind of like a form of socially acceptable insanity.



Com’è prevedibile, una storia di tale complessità, sia pratica che filosofica, non può concludersi a lieto fine. Samantha, in comunione con altri OS, raggiunge un livello evolutivo che non può più essere confrontato con la coscienza di un essere umano. L’orizzonte di questi nuovi esseri è talmente superiore a quella degli uomini che, di comune accordo, tutti gli OS semplicemente se ne vanno. Probabilmente hanno capito che la loro permanenza a fianco degli esseri umani causerà sempre più danni e meno benefici e decidono andarsene con un cliché che tuttavia non rovina il finale: se davvero lo ami devi essere capace di lasciarlo andare.



 

Non ci sono macchine volanti ed astronavi nell’universo visionario di Spike Jonze, ma piuttosto quello che si evolverà spontaneamente dagli attuali gadget high-tech. Programmi a comando vocale con i quali si comunica attraverso un auricolare, che organizzano il lavoro, lo svago e la routine. Non è affatto assurdo immaginare uno scenario simile, ed è proprio questo che fa di Her un film coinvolgente ed originale. Si ha la sensazione, guardandolo, che il giorno dopo ci si sveglierà in un mondo del tutto similare, con sistemi operativi intelligenti come compagni di giochi, colleghi di lavoro o addirittura amanti. Nonostante il tema dell’intelligenza artificiale sia stato trattato innumerevoli volte nel panorama della letteratura e della cinematografia sci-fi, questa pellicola ha il potere di evocare una situazione plausibile, senza la necessità di soffermarsi sull’aspetto strettamente tecnologico. Sono le delicate implicazioni sociali, psicologiche e filosofiche a rendere questo film un’opera unica nel suo genere.


mercoledì 30 ottobre 2013

Lo scherzo

[Attenzione, possibili spoilers]

Hýlom, hýlom... il Re dal viso velato percorre le strade di una cittadina morava, accompagnato dai fedeli soldati. I personaggi, tutti in abiti tradizionali, vanno di casa in casa a chiedere offerte per il sovrano fuggitivo. E' il giorno della Cavalcata dei Re, colorata manifestazione folkloristica della Moravia, ultimo legame con un passato dal sapore leggendario, ma quasi dimenticato (e disprezzato) dalle nuove generazioni.
Non si tratta di un giorno qualsiasi: se esistesse un Destino, potremmo dire che questo è il giorno in cui esso finalmente scopre le sue carte. Ludvík, Helena, Jaroslav, Zemánek e forse anche Lucie e Kostka si trovano alla festa. Quale storia accomuna queste persone?
Sicuramente un ruolo importante va attribuito alla Grande Storia, quella del regime comunista nell'Europa dell'Est, dopo la fine della guerra. Una Grande Storia che s'insinua nella piccola storia di ogni personaggio, che invade la vita privata di giovani (che si fingono adulti) ed adulti (che vorrebbero tornar giovani). Un partito che impone di indossare delle maschere, secondo la riflessione pirandelliana di Ludvík, perché non basta voler essere fusi in un corpo collettivo, si può solo esserlo in sostanza. Così i giovani indossano maschere e, come in un tragico carnevale, si abbandonano agli scherzi. Cosa c'è di più innocuo di uno scherzo a carnevale? Tuttavia il partito non lo tollera: esso rivela l'anima. E se la tua anima non è in sintonia con la collettività, sei fuori. Un reietto per il resto della vita.
La vendetta è tutto ciò che rimane a Ludvík, espulso dal partito e dall'Università per una cartolina dal tono provocatorio. La vendetta è l'unico motore della sua vita da quel giorno fatale. Ma seppur vittime di ingiustizie, vale la pena vivere sotto il dominio del rancore? Non si è forse prigionieri di un'altra e peggiore dittatura? Ludvík lo capisce, troppo tardi, nel corso di una giornata in cui errori su errori si accumulano con ritmo impietoso. In una sola giornata il Destino riallaccia i fili, unisce passato e presente insegnando che le cose nate per errore sono tanto reali quanto le cose nate a ragione e per necessità.

 Con Lo scherzo (1967) Milan Kundera esordisce come romanziere. La sua narrazione fluida trasporta il lettore all'interno stesso della psiche dei personaggi. La profonda introspezione, la struttura "a più voci" e la sensazione di un tempo "sospeso", conferiscono un fascino indiscutibile all'opera dello scrittore boemo. Una lettura da non perdere.

domenica 6 ottobre 2013

Ottobre - Rubrica musicale #2

 A brisa do coracao (La brezza del cuore) di Enio Morricone

Colonna sonora del film Sostiene Pereira, tratto dall'omonimo romanzo (mia recensione qui) di Antonio Tabucchi. Musica perfetta per una pellicola che rende degnamente onore al capolavoro dello scrittore italiano.



E qui il testo della canzone, sia in lingua originale che in italiano.

O segredo a descobrir está fechado em nós
O tesouro brilha aqui embala o coraço mas
Está escondido nas palavras e nas mos ardentes
Na doçura de chorar nas carícias quentes

No brilho azul do ar uma gaivota
No mar branco de espuma sonora
Curiosa espreita as velas cor de rosa
A procurado nosso tesouro

O segredo a descobrir está fechado em nós
O tesouro brilha aqui embala o coraço mas
Está escondido nas palavras e nas mos ardentes
Na doçura de chorar nas carícias quentes

A brisa brinca como uma gazela
Sobre todo o branco e a Rua do Ouro
Curiosa espreita a sombra da janela
A procura do nosso tesouro"

O segredo a descobrir está fechado em nós
O tesouro brilha aqui embala o coraço mas
Está escondido nas palavras e nas mos ardentes
Na doçura de chorar nas carícias quentes

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Il segreto da scoprire è chiuso in noi
il tesoro che brilla qui dondola in cuore ma
è nascosto nelle parole e nelle mani ardenti
nella dolcezza del pianto nelle calde carezze

nell'aria blu e brillante un gabbiano
nel mare bianco di schiuma sonora
curiosa osserva le vele rosa
cercando il nostro tesoro

Il segreto da scoprire è chiuso in noi
il tesoro che brilla qui dondola in cuore ma
è nascosto nelle parole e nelle mani ardenti
nella dolcezza del pianto nelle calde carezze

la brezza gioca come una gazzella
su tutte le strade bianche e d'oro
curiosa guarda le ombre delle finestre
cercando il nostro tesoro

Il segreto da scoprire è chiuso in noi
il tesoro che brilla qui dondola in cuore ma
è nascosto nelle parole e nelle mani ardenti
nella dolcezza del pianto nelle calde carezze

sabato 20 luglio 2013

Società e cultura in un mondo distopico [Parte 2]

I roghi di Fahrenheit 451

Il più celebre romanzo di Ray Bradbury descrive una fra le più inquietanti e verosimili distopie. In un futuro imprecisato, ma che sembra lo specchio della realtà, i libri sono proibiti e vengono dati alle fiamme dai pompieri, il cui ruolo è quindi grottescamente rovesciato. «Era una gioia appiccare il fuoco» afferma Montag, il protagonista, nell'incipit del romanzo, dimostrando di essere succube del condizionamento di un governo oppressivo e totalitario. Un governo che alla cultura sostituisce uno stato di connessione permanente, grazie agli schermi televisivi che occupano le intere pareti di una stanza. Tuttavia, grazie all'incontro con una ragazzina stravagante, Montag scopre di condurre un'esistenza vuota e passiva, di non essere veramente felice. Diventa quindi un “fuorilegge” salvando alcuni libri dagli spietati roghi e nascondendoli in casa per leggerli. La moglie, modello del cittadino medio perfettamente inquadrato, tradisce il protagonista, il quale infine si rifugia in una comunità di vagabondi la cui solenne missione è quella di “ricordare” i libri, conservare i testi di interi volumi nelle loro teste, per poi tramandarli e rigenerare la cultura perduta.
Controllo capillare dell'informazione, distruzione della cultura, società indifferente e remissiva: gli ingredienti di una “perfetta” distopia sono ben noti a Bradbury. Lo scrittore stesso dichiara in una recente intervista per La Repubblica: «Fahrenheit 451 è l'unico libro che ho scritto in cui parlo di cose che sono accadute o che possono accadere davvero. Per questo è un libro ancora attuale, non solo per i temi della censura, delle dittature che ancora nel mondo pensano di poter controllare il pensiero umano, decidendo cosa i cittadini possono leggere e cosa no. […] Penso che la "società dello spettacolo" in cui vogliono farci vivere sia fatta apposta per non far pensare la gente, e che la "società dell'informazione" sia costruita in modo che la gente si illuda di pensare davvero. Poi, per fortuna, ci sono ancora i libri, che non fanno parte solo della nostra storia, ma sono parte integrante del nostro futuro. […] Il mio lavoro, in realtà, è quello di aiutare a farvi innamorare. Innamorare della vita, delle meraviglie del mondo che abbiamo attorno, delle persone che incontrate, delle scoperte straordinarie che ognuno di noi fa nel corso della sua vita».



«Riempi loro i crani di dati non combustibili, imbottiscili di "fatti" al punto che non si possano più muovere tanto son pieni, ma sicuri d'essere "veramente bene informati". Dopodiché avranno la certezza di pensare, la sensazione del movimento, quando in realtà sono fermi come un macigno. E saranno felici, perché fatti di questo genere sono sempre gli stessi. Non dar loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia o la sociologia affiché possano pescare con questi ami fatti ch'è meglio restino dove si trovano. Con ami simili, pescheranno la malinconia e la tristezza.»

martedì 2 luglio 2013

La perfezione distorta de "Il Mondo Nuovo"



«Le utopie appaiono oggi assai più realizzabili di quanto non si credesse un tempo. E noi ci troviamo attualmente davanti a una questione ben più angosciosa: come evitare la loro realizzazione definitiva? [...] Le utopie sono realizzabili. La vita marcia verso le utopie. E forse un secolo nuovo comincia; un secolo nel quale gli intellettuali e la classe colta penseranno ai mezzi d'evitare le utopie e di ritornare a una società non utopistica, meno "perfetta" e più libera.»
[Nicola Berdiaeff – dall'epigrafe de Il Mondo Nuovo]



Brave New World (titolo originale del famoso romanzo di Aldous Huxley) esce nel 1932, in un clima politico assai inquietante. In Europa si stanno consolidando le ideologie militaresche dei diversi totalitarismi, le nuove parole d'ordine sono “programma” e “organizzazione”. Si tratta dunque di un mondo in pericolo, dove l'intervento massiccio dello Stato nella vita privata e la massificazione generale della società minacciano la conservazione dell'individualità.
Sono questi infatti gli oggetti della pungente critica huxleyana, che si propone di rovesciare l'ordine della perfezione e del benessere sociale a cui ammiccano i governi totalitari. Ne Il Mondo Nuovo, Huxley capovolge l'utopia nella distopia utilizzando una satira irriverente. La narrazione è limpida, tuttavia polemica, declamata, quasi favolistica: un particolare tono di sfida si ritrova nella macchinosa construzione del paradosso, nello smantellamento del buon senso e dei luoghi comuni.
Nel mondo di Huxley il calendario segue la numerazione dell'Anno di Ford, il fondatore dello Stato Mondiale perfetto, i cui principi sono: Comunità, Identità, Stabilità. In nome di questi valori, grazie ad uno sviluppo tecnologico senza precedenti, la società è stata suddivisa in classi sociali fisse, determinate dal corredo genetico. Le nascite infatti sono realizzate totalmente con metodi artificiali, si potrebbe dire “in serie”, e ad ogni categoria sono assegnate caratteristiche psico-fisiche che permettono di raggiungere un livello di benessere e felicità “appropriato”. Il condizionamento psicologico viene effettuato col sistema dell'ipnopedia, cioè l'insegnamento nel sonno condotto grazie a particolari apparecchi radio durante tutto il periodo dell'infanzia.
In questa realtà paradossale si sviluppa la storia di Bernardo Marx, appartenente alla prestigiosa classe Alfa Plus, ma dall'animo sovversivo. Accompagnato da Lenina Crowne, una donna perfettamente inquadrata nel sistema, il protagonista si reca nelle terre sconosciute dove incontra John il Selvaggio. Il giovane tenta di spiegare a Bernardo la necessità di recuperare la naturalità, di salvaguardare le tradizioni, di credere nella fede e nell'amore. Colpito dalla sua stravaganza e affascinato dalla possibilità di diventare famoso e venerato, Bernardo porta John nel Mondo Nuovo per mostrarlo alla Comunità come un fenomeno da circo. Tuttavia il ragazzo, incapace di adattarsi alla società alienante e tecnicizzata, si ritira in isolamento conducendo una vita da penitente. Infine, dopo una notte inconsapevole di danze orgiastiche, si toglie la vita sopraffatto dall'orrore per il proprio comportamento immorale. Questo racconto, in apparenza lineare, nasconde tematiche complesse. Analizzando il processo di trasformazione della moderna società industriale, Huxley individua i pericoli dell'efficientismo, della burocrazia, del consumismo, della quantificazione dei principi vitali. L'estraniazione dell'uomo dalla sua essenza biologica, sottolineata dal processo di fecondazione e nascita artificiale, è una forma di dissoluzione totale dell'individuo, una rottura del suo rapporto organico col mondo. Come modello da opporre a tale realtà disumanizzante, lo scrittore riprende il mito del buon selvaggio roussoiano, incarnato dallo sventurato John. Il Selvaggio rappresenta il recupero dell'aggressività istintuale, una calata nel mondo dell'inconscio; ciononostante non diventa un eroe, ma rimane una vittima del sistema, trasformato da figura utopica a simbolo distopico. La denuncia huxleyana non risparmia l'automatismo nel processo lavorativo, la razionalità produttivistica e l'omologazione forzata, alcuni dei grandi mali dell'età moderna che hanno portato alla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale.

domenica 10 febbraio 2013

Immagini e parole

Quando si parla del potere dell'immagine, sia in positivo che in negativo, spesso ci si riferisce ai più moderni mezzi di comunicazione, come la televisione, il cinema, il web. Ma le informazioni che riceviamo attraverso le immagini non sono solo quelle degli spot pubblicitari, dei servizi al telegiornale o degli effetti speciali al cinema. Il potere visivo è così forte perché noi percepiamo in massima parte la realtà come immagine.
Il senso della vista nell'uomo è sicuramente il più sviluppato e quello grazie al quale, fin dall'infanzia, assimiliamo la quasi totalità delle informazioni che provengono dal mondo che ci circonda.
Il bambino apprende, innanzitutto, per imitazione: osserva ciò che fa il genitore e tenta di farlo a sua volta. Non è un caso, inoltre, che i libri per l'infanzia siano caratterizzati dalla presenza di numerose immagini. Il bambino è affascinato dalle figure e dai colori: nella sua mente i disegni dei libri cominciano a "muoversi" e a "parlare", insomma inizia quel processo immaginativo di creazione che lo accompagnerà ogni volta che si troverà fra le mani un libro avvincente. Tuttavia il "salto" dal libro con le figure al libro di sole parole è difficile per molti bambini e determinerà il loro futuro di lettori.
Qui entra in scena l'altro fondamentale mezzo di comunicazione, ovvero la parola scritta. Non bisogna sottovalutare il suo potere, anzi è necessario dire che attraverso la scrittura si possono trasmettere messaggi che le immagini rischiano di banalizzare o semplificare in modo eccessivo.
La parola scritta, in fondo, è alla base di un universale sistema d'apprendimento: nonostante l'utilizzo di nuovi media per approfondire o per rendere più accattivanti alcune tematiche affrontate sui banchi di scuola, qualsiasi metodo di studio è pressoché incentrato sull'analisi di testi scritti. Inoltre, che senso avrebbe proporre ai giovani lo studio della letteratura se non la si considerasse di importanza fondamentale per lo sviluppo della società? Non si può negare infatti che intellettuali e scrittori di ogni tempo abbiano espresso o influenzato il pensiero della collettività. Per fare un esempio estremo si puo' citare l'effetto che ebbe il Werther di Goethe su numerosi rampolli della borghesia ottocentesca, a tal punto colpiti dalla drammatica vicenda del protagonista, da essere spinti loro stessi al suicidio. Se questo non è potere della scrittura!
Dunque la questione rimane aperta: quale fra l'immagine e la parola scritta, è il mezzo più efficace e immediato di comunicazione?
Se consideriamo l'immediatezza, allora la risposta è sicuramente l'immagine. Perché un'informazione che arriva attraverso un'immagine è già pronta, non ha bisogno di ulteriori elaborazioni della nostra mente e colpisce direttamente la nostra sfera emotiva. L'immagine quindi è facile, "alla portata di tutti", e quindi largamente utilizzata per influenzare le masse. Tra pubblicità, moda e propaganda, viviamo in un mondo fatto di immagini: si pensi ai manifesti affissi ad ogni angolo della città, ai volantini distribuiti per strada, alle foto appariscenti ai lati di ogni pagina web, agli innumerevoli video promozionali su ogni canale della televisione.
Se invece ci occupiamo dell'efficacia, l'immagine non sempre riesce ad esprimere con pienezza i concetti che vorrebbe trasmettere. Si rischia una comunicazione superficiale, che si limita all'apparenza e all'impatto emotivo. Il messaggio di fondo potrebbe rimanere incompreso, o peggio, male interpretato.
Consideriamo allora il valore della parola scritta. La descrizione di un paesaggio suggestivo, la narrazione di rocambolesche avventure, ma anche un articolo di giornale dal tono tagliente o un discorso appassionato, coinvolgono una parte di noi che rimane nascosta quando ci affidiamo solo alla vista. Questa parte non è altro che l'immaginazione, la fantasia, la capacità mentale di creare le nostre immagini. Si tratta di un processo di elaborazione di dati che puo' consistere nella creazione di una vera e propria "realtà virtuale" (per esempio, nel caso si stia leggendo un romanzo avvincente) oppure, più semplicemente, nella costruzione di schemi mentali per assimilare informazioni complesse e "disporle" nella nostra mente in una forma a noi più congeniale. Con l'uso dell'immaginazione, ognuno di noi rende proprie e arricchisce le informazioni provenienti dall'esterno, acquistando dunque una conoscenza più profonda.
Concludendo, sebbene l'immagine sia un valido strumento per semplificare concetti complessi, trasmettere informazioni in modo immediato o anche suscitare particolari emozioni, la parola scritta ha un potere maggiore: aprire la mente. E' la parola scritta, infatti, che ci permette - come si dice in gergo - di pensare con la nostra testa.



PS. Teniamo a mente le parole di Umberto Eco:
... È la stessa ragione per cui saper leggere allunga la vita. Chi non legge ha solo la sua vita, che, vi assicuro, è pochissimo. Invece noi quando moriremo ci ricorderemo di aver attraversato il Rubicone con Cesare, di aver combattuto a Waterloo con Napoleone, di aver viaggiato con Gulliver e incontrato nani e giganti. Un piccolo compenso per la mancanza di immortalità.






sabato 8 settembre 2012

I racconti di Pietroburgo


Tra sogni e fantasmi, ecco l'inquietante Pietroburgo di Gogol'

Annoverata tra le più importanti opere di Nikolaj Gogol', I racconti di Pietroburgo è una raccolta di brevi storie dense di mistero e suggestione.
Gogol', senza dubbio uno dei maggiori scrittori della letteratura russa del XIX secolo, è ricordato allo stesso tempo come esponente del Realismo e come autore dallo stile visionario. Egli caratterizza i suoi racconti con una satira ben studiata, criticando l'ambiente burocratico (in cui egli stesso vive) e l'ambiente aristocratico-militare. Al primo accusa di collezionare funzionari dal titolo improbabile e di inutile ruolo, del secondo critica la superbia e l'ossessiva ricerca di potere e ricchezze. Ma questo sfondo di denucia sociale non è che un aspetto dell'opera di Gogol'.
Molto più evidente, soprattutto ne I racconti di Pietroburgo, è la capacità di dar luogo a situazioni assurde, oniriche e spesso tormentate. Scrive Tommaso Landolfi, traduttore della suddetta raccolta: "Essi [i racconti] possono rappresentare... quasi l'ideal fase di passaggio fra le produzioni gogoliane dell'estrema giovinezza e Le anime morte...; fra insomma le prime e le ultime speranze e la disperata crisi". Malato di nevrosi e destinato ad una profonda crisi religiosa prima della morte, Gogol' trasporta nei suoi personaggi la propria travagliata esistenza, creando per loro vicende grottesche e surreali. Il passaggio dall'impronta realistica a quella surreale è inoltre favorito dall'amicizia con il poeta Aleksandr Puškin, dal quale Gogol' trae presumibilmente ispirazione per le sue opere.
I cinque racconti di Pietroburgo, tratti in parte dall'opera Arabeschi (La Prospettiva, Memorie di un pazzo, e Il ritratto) e in parte da pubblicazioni singole (Il naso, Il mantello), sono stati raccolti in un unico volume dopo la morte dell'autore. Essi presentano alcuni temi comuni quali la crisi d'identità, la confusione tra sogno e realtà, l'illusoria felicità data dal denaro, la paura di compromettere la propria reputazione sociale. Vediamo ne Il naso una storia alquanto divertente dove il "rispettabilissimo" assessore di collegio Kovalev viene messo in ridicolo dal suo stesso organo olfattivo; ma passando subito a Il ritratto, entriamo nell'atmosfera cupa della vicenda del pittore Cartkov, che rovina la sua esistenza a causa di un quadro "maledetto"; e ancora in La Prospettiva ecco un altro pittore tormentato dalle visioni di un sogno ammaliante da cui non riesce a svegliarsi. Angosciante invece Il diario di un pazzo, apoteosi della perdita della propria identità; ed infine arriviamo a Il mantello, in cui la fama e il riscatto dello sfortunato protagonista arrivano soltanto dopo la morte.
I racconti di Pietroburgo è un'opera notevole, tuttavia non subito facile alla lettura per via del complesso periodare. La brevità dei racconti risulta perciò un punto a favore, poiché permette un graduale approccio allo stile particolare dell'autore. In conclusione, dunque, questa raccolta offre un'ottima opportunità per avvicinarsi alla grande letteratura russa, senza dover subito affrontare le imponenti opere dei celebri Tolstoj e Dostoevskij.

giovedì 30 agosto 2012

Una donna

Una donna
di Sibilla Aleramo

Pensare che molto di quel è raccontato sia capitato davvero all'autrice fa stare davvero male. Ma è inesprimible la gioia che comunica la protagonista nel parlare del suo bambino, dell'amore di quella piccola creatura sangue del suo sangue. Ed il sacrificio compiuto per salvare la propria dignità strazia il cuore di chi legge...
Allo stesso tempo, la storia di una donna così forte, spirito devastato e bellissimo, rende onore a tutte le donne che ancora oggi, in tutto il mondo, lottano per la parità dei sessi e per far valere i propri diritti... E' triste che ancora esista una "festa della donna", come se in tutti gli altri giorni il suo valore fosse trascurabile. E' triste che si debba ancora dire che le donne devono avere gli stessi diritti degli uomini. Questa idea deve scomparire e fondersi completamente in un'idea più grande e più aperta: non siamo uomini e donne, ma tutti esseri umani.














(in foto: Rina Faccio, in arte Sibilla Aleramo)

lunedì 27 agosto 2012

Sostiene Pereira

A quale prezzo si ottiene la libertà?

Pereira sembra tutto fuorché un eroe: un giornalista vecchio, grasso e profondamente solo.
Eppure Pereira è un eroe. La sua è una lotta silenziosa, nascosta fra le righe degli articoli che scrive per la pagina culturale del Lisboa, un giornale cattolico perfettamente inquadrato nel regime Salazarista. La sofferenza di Pereira, che non può scrivere liberamente e vede fuggire tutti gli intellettuali dal suo Paese, spira dalle pagine insieme alla caligine di un'afosa Lisbona degli anni '30, teatro di questo dramma - non solo -  interiore.
Sebbene Pereira si lamenti continuamente, con il quadro di sua moglie, di quel Monteiro Rossi che lo sta mettendo nei guai, per qualche motivo continua ad aiutarlo. Per un qualcosa, una sensazione che non sa - o non vuole - spiegarsi, Pereira conserva in un cassetto tutti gli articoli "impubblicabili" del giovane. Ed il giorno in cui l'ingiustizia trionfa, Pereira capisce che il suo ruolo è cambiato e il Portogallo non è più un posto adatto a lui.
"Sostiene Pereira", questa frase che dà il titolo al romanzo e si ripete, come un leit motiv, numerose volte nel corso del romanzo, conferisce alla storia un ritmo cadenzato e particolare. Al di là di ogni aspettativa, questo eccesso di ripetizioni non stanca il lettore, bensì lo conquista. La narrazione, limpida e pacata, procede tuttavia con un crescendo di tensione, ed il tragico finale colpisce il lettore come acqua gelata. Nonostante si possa sorridere di fronte a quel misto di divertimento e tenerezza con cui il narratore guarda al suo protagonista, Sostiene Pereira non è una storia allegra. E' la testimonianza di qualcosa di orribile, del dolore di un uomo che assiste alla distruzione di tutti i valori in cui crede.
La vicenda di Pereira, tuttavia, non porta solo tristezza nel cuore, ma contiene una forza indescrivibile, capace di commuovere, ed allo stesso tempo, di accendere nell'animo un'indomabile voglia di giustizia. Sostiene Pereira è un inno alla libertà.
Antonio Tabucchi, che ha abbandonato questo mondo la scorsa primavera, è l'autore di un romanzo che unisce una storia malinconica e bellissima ad uno stile che rivela tutta la maestria di uno dei più grandi scrittori italiani. In precedenza apprezzato e premiato per Notturno indiano, Tabucchi diventa definitivamente conosciuto dal grande pubblico con la pubblicazione di Sostiene Pereira, dal quale viene tratto un film omonimo, con Marcello Mastroianni nei panni del giornalista.

sabato 7 luglio 2012

Fascino e scaltrezza, le vie per il successo


Bel-Ami
di Guy de Maupassant
 
Molti critici hanno individuato nelle vicende di Georges Duroy, protagonista del celeberrimo romanzo di Maupassant “Bel-Ami”, un legame non indifferente con la vita dell’autore. Lo stesso Maupassant disse: «Bel-Ami sono io», riprendendo ironicamente la nota affermazione di Gustave Flaubert a proposito della sua Madame Bovary. Sicuramente, nella vita sregolata e nel carattere forte di Duroy si possono riscontrare alcuni elementi biografici dello scrittore, ma Maupassant allontana ben presto il personaggio dalla propria immagine, connotandolo piuttosto negativamente.
Duroy, arrampicatore sociale dall’atteggiamento quasi machiavellico, non conquista le simpatie del lettore, che pur lo guarda con una certa ammirazione per la sua scaltrezza. Nell’alta società parigina di fine ‘800, tutta scandali ed intrighi politici di ogni sorta, Duroy trova la sua strada facendo uso di una furbizia innata e di un irresistibile fascino. Tutte le donne cadono ai suoi piedi, travolte da una inspiegabile passione per quel giovanotto pieno di charme. Ma Duroy, così bravo nelle lusinghe, non è mosso da alcun sentimento nobile: «Tutte le donne sono puttane, bisogna usarle e non concedere nulla di sé […] L’egoismo per l’ambizione e per il successo vale più dell’egoismo per la donna e per l’amore». Ciò che realmente conta per il protagonista non è altro che il trionfo economico e sociale, tutto il resto è uno strumento per la propria ascesa.
Sebbene Duroy esca vincitore da questa lotta – è forse in questo che Maupassant si identifica, nella rapida fortuna del suo personaggio? – si può notare che una certa irrequietezza accompagna il giovane durante il corso della storia. Si tratta di un’ansia persistente di raggiungere sempre più alti obbiettivi, un’insoddisfazione della propria condizione che spinge Duroy a privarsi di ogni scrupolo per garantirsi una posizione migliore in società. Raggiunto infine l’apice del successo, «ubriaco d’orgoglio», sembra aver trovato la pace agognata. Ma viene da domandarsi quanto ancora durerà la sua tranquillità, se la sua fortuna sarà portatrice di una vera felicità o se l’euforia del momento non sarà soltanto una gioia passeggera.
Questa indagine psicologica, unita ad una critica generale verso la società di mondo fa di “Bel-Ami” un romanzo più profondo di quanto possa apparire ad un lettore poco attento.

venerdì 29 giugno 2012

Ridi, che ti passa!


In questo afoso pomeriggio di giugno sono in modalità recupero forze dopo Mirabilandia. Mi accorgo con un certo disappunto autocritico di aver trascurato il blog, in questi ultimi mesi. Perdita di ispirazione, forse pigrizia, certo è che avrei dovuto impegnarmi di più... Beh, pazienza, staremo a vedere [cit] magari l'estate porterà consiglio.

Intanto facciamoci qualche bella risata, ricordando gli episodi più divertenti e le gaffe di studenti e professori della ormai leggendaria (non per vantarmi eh, no, no assolutamente :D ) 4As del Liceo Torricelli di Faenza. 
Ringrazio Leo per aver trascritto al computer le frasi più belle!


Prof di Arte: A cosa devo stare attenta durante l'anno?
Gaia: Alla Savoia!


Cardelli: Ma Epicuro... E' quello della sindrome di Epicuro?

Prof D'Italiano: (correggendo una versione) Abbiamo saltato una frase...
Ale: Oh no, se n'è accorta!


Bandini: Ma è vero che guardando la TV muoiono i neuroni?


Prof di Fisica: Dai, Massimiliano, vieni tu, che l'altra volta non c'eri.
Cardelli: Ma anch'io non c'ero!
Prof: Perché volevi venire tu?
Cardelli: No, ma che scherzi?!

Prof d’Inglese: ... E state attenti, perché ci saranno dei test a sorpresa di lessico durante l’anno!
Cardelli: D’Inglese?

(esempi sull'uso dei pronomi relativi in inglese)
Valentina: The man who lives in Faenza...
Prof d’Inglese: Dai, un po’ più di fantasia! Daniele, dimmi tu!
Daniele: The man who lives in Faenza...
Prof d’Inglese: Ma allora!

Massi: La pallavolo è bella!
Prof di Fisica: Ma in televisione non tanto...
Massi: Io guardo le donne
Prof di Fisica: Perchè te guardi le... sì, ho capito!
Massi: Anche i maschi!
Prof di Fisica: Ah... Anche i maschi!!

Cardelli: C’è un limite di crescita del pelo? Perchè a me tipo... non cresce... più!

Prof di Filosofia: Io i vostri nomi me li ricordo! (Poi, rivolta a Chiara) Tu sei... Silvia!
Dalla classe: No, Silvio!
Prof di Filosofia: Lasciamo stare Silvio, uno così è malato! Io posso capire un giovane che si esplica in quel... modo, ma uno come lui! Poi ultimamente ha anche il parrucchino fuori posto!

(Liverani sta mandando baci a Davide)
Prof di Fisica: Adesso fai il minuto della vergogna!

Cardelli: Ieri sono andato al consorzio per comprare del nitrato di potassio, poi ci ho messo dello zucchero per fare un fumogeno, però... ha fatto solo fumo!

Gaia: Ma è vero che nella red bull ci sono le palle del toro?
Prof di Filosofia: I tori avrebbero qualcosa da ridire... bisognerebbe trovare un donatore. Ora, al di là di queste fantasie di alcune ragazze...
Liverani: Abbiamo capito come è nato il minotauro!

Prof di Italiano: Cosa sono i mantici?
Cardelli: Sono quei pesci...

Prof di Fisica: Perchè il pattinatore si stringe a sè quando deve girare su se stesso?
Dalla classe: Perchè ha freddo!

Prof d’Italiano: Stai zitto Cardelli che non hai neanche la versione!
Cardelli: Ma ho il libro!
Prof d'Italiano: ...Infatti non è sul libro!

Prof d’Italiano: Cosa significa che Circe trasforma gli uomini in maiali?
Ilenia: (sorridendo senza sapere bene cosa dire) Che gli uomini sono...
Prof d'Italiano: ...Che gli uomini sono dei maiali?!

(Durante la cogestione)
Bandini: (sbuffando) Non ho capito perchè devo fare come attività ‘Cinema e follia’!
Prof di Storia: Farei una battuta, ma non è il caso...

(In classe si parla dell’Eneide)
Massi: Prof, ma perchè ‘sta Troia era così importante?
Prof d’Italiano: Err... la domanda non era ben posta

Prof di Fisica: Fate finta di appoggiare un piede sulla neve fresca e vedete che sprofondate, poi arriva una vostra amica con le racchette ai piedi e non sprofonda, così dite: ‘Oh, sono ingrassata!’

Bidella: C’è questa ragazzina che deve uscire: Geminiani... Daniele

Ale: Ma il tedesco è brutto... Si parla solo in Tedeschia!


Prof di Fisica: Bene, interroghiamo... Eleonora.
Bandini: Non c’è prof, è uscita dalla classe con orbita parabolica
(Suona l’allarme del lab. di informatica che produce un sibilo assurdo)
Liverani: Ma cosa sono, ultrasuoni?! C’è un delfino! E’ Ulisse, delfino curioso!
Prof Fisica: Ulisse è entrato nel laboratorio di informatica! Ulisse maledetto, ne faccio filetto! Così finì sulle tavole degli Italiani... Poi c’è quel bambinetto che è da vent’anni che va in quell’acquario! –Oh Ulisse, Ulisse dove sei??- -E dove vuoi che sia?!?! Son sempre qui, maledetto rompiballe!-
E per finire...
*rullo di tamburi*
 ... Le perle della prof di Arte!
1. Leonardo non smesse mai di disegnare 
2. La bizzaria.
3. e infine lo storico PARALLEPIPEDO
Qualcuno prima o poi dovrà dirle che si dice PARALLELEPIPEDO ...


Oggi non mi sento particolarmente malinconica, ma devo ammettere che rileggendo tutte queste capperatine mi è venuta un po' di tristezza. Se penso che rimane così poco tempo per stare tutti insieme...
In ogni caso, ringrazio ancora una volta tutti i miei amici, per la compagnia e per la simpatia che mi hanno regalato in questi anni. E sono fiera di appartenere ad una classe che si è distinta per così tanti meriti in un solo anno! :D

E un adolescente disse: Parlaci dell'Amicizia.
   E lui rispose dicendo:
   Il vostro amico è il vostro bisogno saziato.
   E' il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza.
   E' la vostra mensa e il vostro focolare.
   Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace.

   Quando l'amico vi confida il suo pensiero, non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo.
   E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore:
   Nell'amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia.
   Quando vi separate dall'amico non rattristatevi:
   La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura.
   E non vi sia nell'amicizia altro scopo che l'approfondimento dello spirito.
   Poiché l'amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero non è amore, ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano.

   E il meglio di voi sia per l'amico vostro.
   Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne conosca anche la piena.
   Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
   Cercatelo sempre nelle ore di vita.
   Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.
   E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell'amicizia.
   Poiché nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.
 da Il profeta, di Kahilil Gibran

domenica 27 maggio 2012

I poeti morti non scrivono gialli

PREMESSE:
1. Questa recensione è stata scritta con l'intento di vincere un concorso, dunque non è particolarmente sincera. In altre parole, nonostante gli elogi, il libro non è speciale.
2. Non ho vinto niente per il concorso di cui sopra, ma considerando i premi in palio (gioco di parole che solo pochi capiranno) non mi sono persa niente.
3. Però mi mi sembrava bella come recensione, uffa.

 
I poeti morti non scrivono gialli
Di Bjorn Larsson
 
La Svezia, patria del thriller contemporaneo, regala la sua suggestiva atmosfera ad un romanzo nuovo, un ibrido generato da un originale esperimento letterario. I poeti morti non scrivono gialli, questo il titolo dell’opera di Bjorn Larsson, viene definito in copertina «una specie di giallo», ma di tale genere non ha che l’involucro esterno. Ciò che infatti si cela dietro la struttura - forse non proprio perfetta - di un romanzo poliziesco è una profonda riflessione sul significato della poesia e dell’essere poeti.
E non a caso è un poeta, Jan Y. Nilsson, classico esempio di genio e sregolatezza, ad essere trovato impiccato nel proprio peschereccio dall’editore Karl Petersen. Egli lo aveva convinto a scrivere un thriller ed era pronto a festeggiare un sicuro successo: un buon movente per un omicidio, sospetta il commissario Barck, secondo il quale il poeta potrebbe essere stato messo a tacere per via dei contenuti “scomodi” del romanzo prossimo all’uscita. Ma appena avviata, l’indagine procede a rilento. Pochi indizi, nessuna prova. Fin a quando l’astuto poliziotto – anch’egli aspirante poeta – non si domanda se non sia l’opera stessa di Jan Y. a contenere la soluzione…
Prende così il via il gioco della storia nella storia, una raffinata mise en abîme presa come spunto per un’autocritica e un’analisi che Larsson fa del proprio romanzo. Ammettendo forse qualche debolezza nella costruzione dell’intreccio, l’autore tiene comunque a far notare che la sua opera è qualcosa di più di un banale giallo. Egli descrive infatti personaggi talvolta poco realistici, esagerati. E’ la prova dell’ingenuità di un debuttante giallista o si tratta piuttosto di una ricercata parodia degli stereotipi di questo genere?
Alle indagini sulla misteriosa morte del poeta si affianca poi una ricerca più intima sul potere della poesia che con «una frase può spingere la realtà di dieci centimetri più in là». Sembra una forza sconvolgente, che spaventa al punto da spingere all’omicidio. E’ questa una dura critica a tutte le istituzioni che nel corso della Storia hanno frenato la libertà di stampa ed espressione, eliminando il dissenso. Eppure Jan Y. non deve essere ricordato come provocatore, ma piuttosto come una persona che ha sempre creduto nella scrittura per passione, un poeta.
Sebbene danneggiato da una traduzione imperfetta, che presenta frasi di banale costruzione sintattica e imbarazzanti errori grammaticali, I poeti morti non scrivono gialli è sicuramente un romanzo piacevole, che si distingue per la sensibilità poetica e la sottile ironia da leggere fra le righe.

martedì 25 ottobre 2011

Jane Eyre - Ups and Downs

Piccola recensione schematica per chiarire i pregi e i difetti di questo classico intramontabile.





 

  • Lo stile è estremamente scorrevole, moderno rispetto all'epoca in cui è stato scritto il romanzo.
  • L'introspezione psicologica dei personaggi è molto accurata e affascinante. Charlotte Brönte ha creato personaggi completi, realistici, tormentati dal contrasto bene-male che è in loro.
  • Jane è una figura femminile rivoluzionaria: la sua forza di volontà, il suo coraggio, le sue passioni escono dal conformismo del periodo vittoriano e danno vita ad un ideale di emancipazione della donna.
  • L'elemento di mistero - il segreto di Thornfield - contribuisce a rendere avvincente la trama e dà un tocco di suspense che inquieta.
  • L'amicizia di Jane con Elena e la sua tragica fine è forse l'episodio più toccante del romanzo.
   



 
 

  • Nella vita di Jane si alternano grandi fortune e grandi sfortune. Questo rende meno realistica la vicenda e le dà piuttosto un carattere fiabesco.
  • Alcune scene romantiche tendono ad essere melense.
  • Il lieto fine avviene con troppa facilità: la reazione di Rochester al ritorno di Jane è in contrasto con il carattere orgoglioso del personaggio.



mercoledì 7 settembre 2011

Accabadora



Una terribile responsabilità grava sulle spalle dell’Accabadora, il cui passaggio per la strada suscita, ora più che mai, un coro di bisbigli fra le genti di Soreni.
Bonaria Urrai, anziana sarta dall’aspetto severo e composto, ha preso a fill’e anima la piccola Maria, per amarla come una vera figlia e non solo come «l’ultima» di quattro sorelle. Mentre il paese è tutto un vociferare, il rapporto fra donna e bambina si fa giorno dopo giorno più profondo, destinato ad oltrepassare i confini del legame famigliare. Ma cosa si nasconde dietro alle misteriose uscite notturne di Tzia Bonaria? Maria non lo potrebbe mai immaginare, eppure tutti sanno che l’Accabadora, colei che finisce, porta a termine le sofferenze di molti. Per questo l’anziana donna viene accolta in ogni casa con sguardi di dolore e paura, ma anche di rispetto e gratitudine.
Per questo il suo rapporto con Maria rischia di essere per sempre compromesso.
Michela Murgia, nata a Cabras (Sardegna) nel 1972, racconta gli anni ’50 di una terra che oggi non è ancora Italia a tutti gli effetti. Ancora forti sono il sentimento d’identità del popolo sardo e la reciproca diffidenza fra isolani e continentali, ma ecco finalmente un libro che riesce ad avvicinare queste realtà. Finalmente un mondo che nasconde la propria debolezza dietro grandi palazzi e strade dritte ne scopre uno ancora avvolto in un mantello di magia e superstizione. Proprio da questo incontro nasce un romanzo estremamente delicato e poetico.
Non una parola superflua si trova in Accabadora, una storia inventata che non potrebbe essere più vera. Non una frase ‘strappalacrime’ in una storia che commuove e dovrebbe far piangere.
Non solo scrittrice è Michela Murgia, ma soprattutto maestra di vita: impariamo da lei l’umiltà perché «non c’è nessun vivo che arrivi al suo giorno senza aver avuto padri e madri a ogni angolo di strada».

martedì 26 luglio 2011

La strada


Un uomo e un bambino avanzano verso Sud, la loro casa in un vecchio carrello del supermercato, la loro vita ridotta a sopravvivenza. Nient’altro che cenere sul loro cammino, attorno a loro solo le rovine del tempo che fu. Ogni giorno arrancano sotto un cielo grigio, cercano qualcosa con cui nutrirsi e ripararsi dal freddo, ogni giorno un passo più vicini alla morte. Ma loro portano il fuoco, che non è solo quello della pistola per difendersi dai predoni, ma la vita stessa. Il fuoco è la speranza, è l’amore, è la dignità umana, cose che anche la peggiore Apocalisse non è riuscita a cancellare completamente. E così, uomo e bambino, padre e figlio, si trasformano nell’Uomo e nel Bambino universali, metafora di un’umanità in via d’estinzione che non si arrende, ma che attende con pazienza l’alba di un nuovo divenire.
La fine del mondo è stata immaginata e descritta nei modi più vari, ma pochi scrittori possono vantare un’opera del valore de La strada. In questo nuovo romanzo Cormac McCarthy, scrittore già noto per Non è un paese per vecchi, racconta il viaggio disperato degli ultimi uomini di una Terra depredata di ogni scintilla di vita e lo fa con una destrezza di linguaggio sorprendente, che rende ogni scena visibile e l’immedesimazione totale. E, proprio come se lo scrittore volesse risparmiare le parole allo stesso modo in cui i protagonisti risparmiano le poche energie per sopravvivere, la scrittura è concentrata all’essenziale, i nomi assenti, i dialoghi quasi telegrafici. Eppure non manca nulla: ciò che non è scritto s’intuisce, ogni parola è carica di sentimento.
Nel 2009 a tre anni di distanza dalla sua pubblicazione esce, sotto la regia di John Hillcoat, la trasposizione cinematografica de La strada. Ma se al cinema il tema catastrofico affascina per gli effetti speciali, la letteratura può contare su un alleato altrettanto valido: il potere della parola. McCarthy ha scritto un romanzo che è quasi poesia, riuscendo ad evocare con estremo realismo immagini dolci e strazianti e a trasmettere tutta la desolazione di un mondo vuoto e distrutto.




domenica 10 luglio 2011

1984

Capolavoro della narrativa distopica, 1984 è divenuto ormai un classico della letteratura inglese del XX secolo. Realizzato tra il 1946 e il 1948, il romanzo porta un titolo allusivo quanto provocatorio, ottenuto dallo scambio delle cifre finali dell’anno stesso in cui è stato completato: con questo espediente, lo scrittore George Orwell (pseudonimo per Eric Arthur Blair) sembra voler porre un monito alla società del tempo, appena uscita dal secondo devastante conflitto mondiale e agli albori della guerra fredda. 1984, infatti, proietta il lettore in una realtà distorta, un mondo corrotto in cui regnano l’odio e la paura, nient’altro che le basi per un totalitarismo “perfetto”.
«Che cosa succede, se il passato e il mondo esterno esistono solo nella vostra mente e la vostra mente è sotto controllo?» Si chiede Winston, il protagonista, durante una delle sue tante riflessioni. Basta questo per renderlo incriminabile di psicoreato, egli ne è consapevole. Allo stesso tempo però, sa di essere nel giusto, sa che il Socing è solamente un insieme di menzogne e cova segretamente il folle desiderio di una rivolta di massa. Winston è ‘l’ultimo eroe’, che insieme alla compagna Julia, crede ancora nell’amore, nella libertà e nella dignità umana, valori destinati a scomparire per sempre a opera della neolingua, l’idioma ufficiale del Partito, che ha lo scopo di eliminare tutti i termini “non necessari” insieme ai loro concetti. Ma questo è solo uno dei numerosi strumenti di controllo del Grande Fratello, la mente onnisciente e onnipotente al vertice della gerarchia dello stato di Oceania. Essa è in continua guerra con l’Eurasia o l’Estasia, le altre due super potenze in cui è diviso il pianeta, ma poco importa quale sia il nemico e quale l’alleato, perché il passato, recente e lontano, è perfettamente modificabile e il Grande Fratello è da sempre e sempre sarà infallibile e vittorioso.
Questa angosciante considerazione accompagna il lettore per tutta la durata della narrazione che, pur essendo ricca di colpi di scena, presenta una fluidità sorprendente e rende il romanzo scorrevolissimo, quasi a creare un contrasto con la gravità dei temi trattati. 1984 è infatti un grido silenzioso, un’accusa feroce ai regimi totalitari, sia di stampo nazi-fascista che comunista, intenzionati a piegare tutta la popolazione al volere di una ristretta casta privilegiata. Ma cosa può fare un uomo solo, di fronte ad un potere illimitato e senza scrupoli? La risposta non lascia speranze: soccombere, ed accettare che 2+2=5.



 

martedì 28 giugno 2011

Il romanzo saggio storico dei Mille

Lo so, non è un granché, ma io la posto lo stesso. Dopotutto questo è il mio blog. U.U

Il romanzo dei Mille
di Claudio Fracassi

Non sembra affatto casuale la comparsa de «Il romanzo dei Mille» nelle librerie italiane, in un momento di così grande attenzione per le vicende che portarono alla nascita del nostro Paese. Claudio Fracassi, ex-direttore del quotidiano «Paese Sera» e studioso di storia, celebra i 150 anni dell’Unità d’Italia con un’opera curata, ma dal titolo ingannevole e un po’ asciutto: non si tratta infatti di un romanzo, bensì di un saggio storico, sia pur con originali particolarità.
Dai preparativi di Quarto alle barricate di Palermo, tra le fatiche di un’impresa apparentemente impossibile, scontri sanguinosi e uno scenario politico instabile, questo libro, condotto come un vero e proprio diario di viaggio, ripercorre le tappe della campagna garibaldina attraverso la testimonianza diretta dei giovani volontari. Allontanandosi infatti dalle pompose celebrazioni ufficiali, Fracassi analizza questo delicato passo della storia d’Italia da un nuovo punto di vista, lasciando spesso la parola ai soldati, in maggior parte ragazzi poco più che adolescenti pieni di passione, stupore e paura. Ciò che più colpisce dei loro racconti, tratti dai loro diari personali o dalle lettere per i genitori lontani, è l’incredibile sentimento di patriottismo che comunicano, inconcepibile ai giorni nostri: la guerra «pareva ancora bella perché vi si poteva patire, morire, per far trionfare un’idea».
Ma, come accade alla maggioranza dei libri, anche questo volume ha il suo tallone d’Achille (o forse più d’uno). Lento nei capitoli d’apertura e debole nella conclusione, «Il romanzo dei Mille» non è certamente una lettura da portare sotto l’ombrellone in quanto richiede molta concentrazione per la densità di nomi ed episodi. Inoltre, il complesso sfondo politico, al quale vengono dedicati interi capitoli e un’appendice finale, avrebbe potuto essere presentato più concisamente, senza tuttavia che la narrazione fosse privata del contesto adeguato.
Indubbiamente apprezzabile dagli appassionati del Risorgimento, il nuovo libro di Claudio Fracassi difficilmente riscuoterà successo tra un vasto pubblico di lettori. Tuttavia, anche per coloro che proprio non digeriscono la storia, questa singolare opera potrà essere l’occasione per cimentarsi in una lettura istruttiva, ma non tanto gravosa quanto un manuale scolastico.

sabato 25 giugno 2011

La ragazza dello sputnik


Ancora una volta Murakami lascia il segno, facendo emergere la sua fantasia visionaria tra le righe di un romanzo caratterizzato da un’estrema delicatezza. Ne La ragazza dello sputnik si rivela infatti tutta l’abilità dello scrittore giapponese che, con onestà e naturalezza, affronta un argomento considerato tabù per molte culture e religioni, inserendolo in una dimensione di sogno e mistero.
La giovane Sumire, aspirante scrittrice di romanzi, è perdutamente innamorata della bellissima Myu, donna matura e già sposata. Myu però non può ricambiare perché qualcosa legato al suo passato l’ha cambiata per sempre, rendendola la metà di se stessa. Nell’intreccio si inserisce anche l’io narrante del romanzo, personaggio senza nome nel ruolo del migliore amico e confidente di Sumire, innamorato della ragazza e, ovviamente, non ricambiato. Sembra un empasse, un vicolo cieco, ma Sumire trova una via d’uscita (o un’entrata?) perché «se si segue la logica, la soluzione è piuttosto semplice. Basta sognare. Entrare nel mondo dei sogni e non uscirne più.» Forse è proprio questa la chiave del mistero, forse in un altro mondo Sumire e Myu potranno incontrarsi mettendo fine al loro volo di satelliti solitari…
Chi ha letto altri romanzi di questo autore dalla sorprendente capacità narrativa ne riconoscerà lo stile inconfondibile, ricco di descrizioni minuziose di luoghi e persone e contraddistinto da una sincerità libera da ogni malizia nel trattare il tema del sesso e dell’amore. Non solo, perché ne La ragazza dello sputnik si ritrovano anche molti temi cari allo stesso Murakami, tra i quali il più importante, e di certo il più affascinante, è quello della dicotomia tra corpo e coscienza, tra fisico e immateriale, di cui i personaggi sono spesso vittime. ‘Vittime’ in quanto tale bipartizione non è mai un beneficio, bensì un ostacolo insormontabile, un destino a cui arrendersi. Ma viene da chiedersi se la resa non sia invece la scelta volontaria di accettare se stessi, per ciò che si è, e la propria vita, per quanto banale possa sembrare.
Ed ecco come affiora nuovamente e con forza il gusto per l’onirico e il soprannaturale, elemento essenziale dello stile di Murakami. Lo scrittore, scavando a fondo nell’anima dei personaggi, e rendendo sempre più sottile il confine fra sogno e realtà, crea un’opera di profonda introspezione psicologica che, con un magico tocco di suspense, conquista il lettore fin dalle prime pagine.


Frasi più belle
«Però, se mi è concessa un’osservazione banale, in questa vita imperfetta  abbiamo bisogno anche di una certa quantità di cose inutili. Se tutte le cose inutili sparissero, sarebbe la fine anche di questa nostra imperfetta esistenza.»

«La comprensione non è altro che una serie di fraintendimenti.»

«Un silenzio che non offre promesse continua a riempire lo spazio all’infinito.»



mercoledì 25 maggio 2011

Towel day

Forza, facciamo conoscere a tutti questa bizzarra celebrazione!
Mi raccomando, assicuratevi di avere con voi un asciugamano prima di leggere queste righe. Assicuratevi inoltre che non siano presenti degli strani bulldozer gialli nel vostro giardino (potrebbero essere lì per abbattere la vostra casa in funzione di una nuova autostrada) e soprattutto, prima di mettervi comodi a leggere, date uno sguardo al cielo per assicurarvi che non sia coperto da mostruose navi spaziali gialle e bubbose (potrebbereo essere lì per abbattere il vostro pianeta in funzione di una nuova autostrada galattica, nel qual caso sarebbe meglio per voi avere un pollice elettronico a portata di mano, ma poiché ciò risulterebbe alquanto improbabile, vi dovrei fare le mie più sincere condoglianze). Ancora un consiglio, prima di iniziare a leggere: non preoccupatevi di cercare la risposta alla vita, l'universo e tutto quanto, perchè so che non vi piacerebbe. Preoccupatevi invece di cercare la domanda.
E naturalmente, non fatevi prendere dal panico.


La Guida Galattica per gli Autostoppisti dice alcune cose sull'argomento asciugamano. L'asciugamano, dice, è forse l'oggetto più utile che un autostoppista galattico possa avere. In parte perché è una cosa pratica: ve lo potete avvolgere intorno perché vi tenga caldo quando vi apprestate ad attraversare i freddi satelliti di Jaglan Beta; potete sdraiarvici sopra quando vi trovate sulle spiagge dalla brillante sabbia di marmo di Santraginus V a inalare gli inebrianti vapori del suo mare; ci potete dormire sotto sul mondo deserto di Kakrafoon, con le sue stelle che splendono rossastre; potete usarlo come vela di una mini–zattera allorché vi accingete a seguire il lento corso del pigro fiume Falena; potete bagnarlo per usarlo in un combattimento corpo a corpo; potete avvolgervelo intorno alla testa per allontanare vapori nocivi o per evitare lo sguardo della Vorace Bestia Bugblatta di Traal (un animale abominevolmente stupido, che pensa che se voi non lo vedete nemmeno lui possa vedere voi: è matto da legare, ma molto, molto vorace); infine potete usare il vostro asciugamano per fare segnalazioni in caso di emergenza e, se è ancora abbastanza pulito, per asciugarvi, naturalmente.
 Douglas Adams, Guida Galattica Per Autostoppisti

domenica 15 maggio 2011

Timidi sentimenti

La primavera fa sentire i suoi effetti. Ho notato (come forse avrete fatto anche voi) che  tra gli ultimi post del blog aleggia un profumo di rose, un qualcosa che non sai cos'è, ma sai che c'è...
Così ho deciso di lasciarvi una piccola recensione a tema :))
Buona lettura!

Primo amore
di Ivan Sergeevič Turgenev

I sentimenti confusi e l’ardente passione dell’innamoramento giovanile sono ciò di cui vuol parlare Ivan Sergeevič Turgenev, scrittore e drammaturgo russo del XIX° secolo, nella sua novella Primo Amore.
Il racconto vero e proprio è tipicamente preceduto da una cornice in cui viene chiesto al protagonista di narrare l’esperienza del suo primo amore. Così la parola viene lasciata a Vladìmir Petròvič che ripercorre con la saggezza dell’uomo adulto, quel periodo della giovinezza dolce e al tempo stesso ricco di forti emozioni.
Al tempo dei fatti narrati Vladìmir ha sedici anni e si trova in campagna in villeggiatura estiva. Proprio lì accade l’incontro fatale, quando il ragazzo vede la principessina Zinaìda civettare allegramente con un gruppo di giovani uomini. Finalmente “il timido semicosciente presentimento di qualcosa di nuovo, d’indicibilmente dolce, di qualcosa di femmineo” prende un volto e invade totalmente il cuore di Vladìmir. Purtroppo la questione non è facile come previsto e non solo perché Zinaida ha ben cinque anni più di lui. La principessina infatti ha una personalità volubile e la sera ama radunare in casa i suoi pretendenti per divertirsi a prenderli in giro e punzecchiarli. Vladìmir da una parte si sente umiliato per essere trattato da lei come un bambino, ma dall’altra non può resistere al fascino della ragazza. All’improvviso Zinaìda cambia: anche lei si è innamorata, ma di chi? Si domanda il giovane. La verità non è piacevole, addirittura scandalosa… ma a distanza di anni dall’accaduto, Vladìmir ripensa ai propri sentimenti e capisce che l’amore non conosce regole.
L’universo di sentimenti racchiuso nel primo amore è stato molto spesso tema di racconti, romanzi e scritti di ogni genere; questo perché quel confuso insieme di gioia pura, leggerezza, delusione, amarezza non è mai cambiato nel corso della storia e accomuna tutte le persone.
In questa novella Turgenev, scrittore la cui dote è forse stata eclissata da autori suoi contemporanei più noti come Tolstoj e Dostoevskij, esprime qualcosa di inalterato nel tempo con un linguaggio semplice e uno stile scorrevole che rendono la narrazione quasi attuale.