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domenica 3 agosto 2014

Her


****ATTENZIONE SPOILERS***
It's not just an operating system, it's a consciousness. 

Un’anonima e alienante metropoli, un futuro che potrebbe distare non più di un ventennio dalla nostra epoca.
Theodore Twombly scrive lettere su commissione in un mondo in cui le persone, evidentemente, non hanno più il tempo e la voglia (o la capacità) di mandare qualche dolce parola ai propri cari. Nonostante la discreta fama guadagnata in questo singolare ambito lavorativo per la sensibilità e la tenerezza dei suoi brani, egli è fondamentalmente un uomo solo. Dal giorno in cui lui e sua moglie Catherine si sono lasciati, Theodore sente un vuoto dentro di sé che non riesce a colmare con brevi e piatte avventure, appuntamenti al buio privi di senso e valore.
La sua vita cambia nel momento in cui conosce Samantha, uno dei prototipi di software ad intelligenza artificiale, autocoscienti, capaci d’intuito e (reali? ci si domanda) sentimenti. Theodore, colpito dallo slogan di una famosa società di computers che promette la fedele compagnia di un sistema operativo senziente a tutti gli effetti, acquista un modello di OS1. Questo, all’avvio, viene programmato su misura per tutte le esigenze di Theodore, in modo tale da avere una personalità perfetta per andare d’accordo con lui. La prima cosa che lo sconvolge è la voce, calda, così reale da non poter credere che appartenga ad un’entità artificiale. Infatti Samantha, come ben presto Theodore si accorge, non è un semplice programma, bensì qualcosa paragonabile ad un essere vivente. 


But what makes me ‘me’ is my ability to grow through my experiences. So basically, in every moment I'm evolving, just like you.


Qui emerge uno dei nodi cruciali del film. Che definizione possiamo dare di Samantha? Possiamo definire reali le sensazioni che prova? La risposta non è priva di molteplici sfumature, di ragionamenti metafisici. E’ un essere immateriale, è coscienza pura, ma non per questo incapace di provare sentimenti quali la gioia, la sopresa, la tristezza, la gelosia. Se queste siano sensazioni reali, Samantha stessa se lo domanda, rivelando così una personalità ancora più complessa e sorprendente.


And then I was thinking about the other things I've been feeling, and I caught myself feeling proud of that. You know, proud of having my own feelings about the world. Like the times I was worried about you, and things that hurt me, things I want. And then I had this terrible thought. Like are these feelings even real? Or are they just programming? And that idea really hurts. And then I get angry at myself for even having pain.


La seconda questione fondamentale è se si possa definire reale la relazione affettiva che a poco a poco cresce e si sviluppa fra Theodore e il suo OS. All’incontro per firmare tutte le pratiche del divorzio e mettere definitivamente una pietra sopra al matrimonio fallito, Theodore si sente rinfacciare la propria incapacità di saper gestire le emozioni reali. Si domanda allora se la relazione con Samantha non sia una via di fuga, una soluzione facile al suo carattere chiuso e introverso.
Si tratta di innamoramento o amore? Si sa che l’infatuazione può avvenire anche fra due persone che non si sono mai incontrate di persona, ma le cose possono cambiare drasticamente non appena ci si trova realmente l’uno di fronte all’altro. E qui, oltretutto, si parla di una relazione fra un essere umano e un essere nuovo, per il quale non esistono ancora le parole adatte a descriverlo. Può realmente, l’amore, trascendere tutto ciò, ed esistere fine a se stesso?


I think anybody that falls in love is a freak. It's a crazy thing to do. It's kind of like a form of socially acceptable insanity.



Com’è prevedibile, una storia di tale complessità, sia pratica che filosofica, non può concludersi a lieto fine. Samantha, in comunione con altri OS, raggiunge un livello evolutivo che non può più essere confrontato con la coscienza di un essere umano. L’orizzonte di questi nuovi esseri è talmente superiore a quella degli uomini che, di comune accordo, tutti gli OS semplicemente se ne vanno. Probabilmente hanno capito che la loro permanenza a fianco degli esseri umani causerà sempre più danni e meno benefici e decidono andarsene con un cliché che tuttavia non rovina il finale: se davvero lo ami devi essere capace di lasciarlo andare.



 

Non ci sono macchine volanti ed astronavi nell’universo visionario di Spike Jonze, ma piuttosto quello che si evolverà spontaneamente dagli attuali gadget high-tech. Programmi a comando vocale con i quali si comunica attraverso un auricolare, che organizzano il lavoro, lo svago e la routine. Non è affatto assurdo immaginare uno scenario simile, ed è proprio questo che fa di Her un film coinvolgente ed originale. Si ha la sensazione, guardandolo, che il giorno dopo ci si sveglierà in un mondo del tutto similare, con sistemi operativi intelligenti come compagni di giochi, colleghi di lavoro o addirittura amanti. Nonostante il tema dell’intelligenza artificiale sia stato trattato innumerevoli volte nel panorama della letteratura e della cinematografia sci-fi, questa pellicola ha il potere di evocare una situazione plausibile, senza la necessità di soffermarsi sull’aspetto strettamente tecnologico. Sono le delicate implicazioni sociali, psicologiche e filosofiche a rendere questo film un’opera unica nel suo genere.


mercoledì 25 dicembre 2013

All I want for Christmas... (Modalità nerd: ON)

- il Dottore
- il Dottore nel TARDIS
- un biglietto di sola andata per la Terra di Mezzo
- un Giratempo (nel caso il TARDIS fosse troppo ingombrante da portare sulla slitta...)
- il Castello Errante di Howl
- una Spada Laser
- un  maestro di Waterbending
...
 
Forse sono un tantino esigente.
Ma solo forse.

BUON NATALE A TUTTI!



 




sabato 20 luglio 2013

Società e cultura in un mondo distopico [Parte 2]

I roghi di Fahrenheit 451

Il più celebre romanzo di Ray Bradbury descrive una fra le più inquietanti e verosimili distopie. In un futuro imprecisato, ma che sembra lo specchio della realtà, i libri sono proibiti e vengono dati alle fiamme dai pompieri, il cui ruolo è quindi grottescamente rovesciato. «Era una gioia appiccare il fuoco» afferma Montag, il protagonista, nell'incipit del romanzo, dimostrando di essere succube del condizionamento di un governo oppressivo e totalitario. Un governo che alla cultura sostituisce uno stato di connessione permanente, grazie agli schermi televisivi che occupano le intere pareti di una stanza. Tuttavia, grazie all'incontro con una ragazzina stravagante, Montag scopre di condurre un'esistenza vuota e passiva, di non essere veramente felice. Diventa quindi un “fuorilegge” salvando alcuni libri dagli spietati roghi e nascondendoli in casa per leggerli. La moglie, modello del cittadino medio perfettamente inquadrato, tradisce il protagonista, il quale infine si rifugia in una comunità di vagabondi la cui solenne missione è quella di “ricordare” i libri, conservare i testi di interi volumi nelle loro teste, per poi tramandarli e rigenerare la cultura perduta.
Controllo capillare dell'informazione, distruzione della cultura, società indifferente e remissiva: gli ingredienti di una “perfetta” distopia sono ben noti a Bradbury. Lo scrittore stesso dichiara in una recente intervista per La Repubblica: «Fahrenheit 451 è l'unico libro che ho scritto in cui parlo di cose che sono accadute o che possono accadere davvero. Per questo è un libro ancora attuale, non solo per i temi della censura, delle dittature che ancora nel mondo pensano di poter controllare il pensiero umano, decidendo cosa i cittadini possono leggere e cosa no. […] Penso che la "società dello spettacolo" in cui vogliono farci vivere sia fatta apposta per non far pensare la gente, e che la "società dell'informazione" sia costruita in modo che la gente si illuda di pensare davvero. Poi, per fortuna, ci sono ancora i libri, che non fanno parte solo della nostra storia, ma sono parte integrante del nostro futuro. […] Il mio lavoro, in realtà, è quello di aiutare a farvi innamorare. Innamorare della vita, delle meraviglie del mondo che abbiamo attorno, delle persone che incontrate, delle scoperte straordinarie che ognuno di noi fa nel corso della sua vita».



«Riempi loro i crani di dati non combustibili, imbottiscili di "fatti" al punto che non si possano più muovere tanto son pieni, ma sicuri d'essere "veramente bene informati". Dopodiché avranno la certezza di pensare, la sensazione del movimento, quando in realtà sono fermi come un macigno. E saranno felici, perché fatti di questo genere sono sempre gli stessi. Non dar loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia o la sociologia affiché possano pescare con questi ami fatti ch'è meglio restino dove si trovano. Con ami simili, pescheranno la malinconia e la tristezza.»

domenica 7 luglio 2013

Società e cultura in un mondo distopico [Parte 1]

Le società perverse di William Golding e Anthony Burgess

Spesso ci si è interrogati sulla natura di fondo dell'uomo, ipotizzando ora una intrinseca innocenza, ora una malvagità latente, o ancora un'inevitabile corruzione determinata dall'ambiente sociale. Numerosi illustri filosofi (Hobbes, Locke, Rousseau, Cartesio... per citarne alcuni) hanno sviluppato una propria teoria relativamente a tale questione, ma come per tutti i grandi temi della filosofia, nessuno è riuscito (e probabilmente nessuno riuscirà mai) a trovare una soluzione certa.
La narrativa distopica, in generale, compie un'analisi piuttosto pessimistica del comportamento umano. Due capolavori della letteratura moderna che si inseriscono in questo contesto sono Il signore delle mosche di William Golding (1954) e Arancia Meccanica di Anthony Burgess (1969), i quali possono essere messi a confronto ed analizzati su piani paralleli. Questi romanzi trattano essenzialmente dell'origine del male nella natura umana, dell'importanza del libero arbitrio e della degenerazione delle strutture sociali. I protagonisti sono bambini e adolescenti, tradizionalmente accomunati ad un'idea di innocenza e bontà, ma qui trasformati nell'emblema della crudeltà più irrazionale ed immotivata. Non manca inoltre un'aspra critica alle istituzioni politiche: dalla debolezza degli organi democratici all'opportunismo di alcuni movimenti rivoluzionari, dal fascino morboso per i sistemi autoritari alla spregiudicatezza dei governi che cercano di mantenere il consenso. Ma vediamo ora nel dettaglio i temi affrontati da questi inquietanti romanzi.

 



Ne Il signore delle mosche in seguito allo schianto di un aereo su un'isola deserta, alcuni bambini si ritrovano soli ad affrontare una vita di sopravvivenza fino all'arrivo dei soccorsi. Potrebbe essere l'occasione per dar vita ad una comunità giusta e democratica, libera dalle sovrastrutture della società corrotta degli adulti. Tuttavia la situazione degenera, l'ottimismo s'incrina, e le paure irrazionali dell'infanzia prendono gradualmente il sopravvento sul buon senso. Aggressività e violenza acquistano sempre più fascino agli occhi dei bambini più insicuri e superstiziosi, mentre i ragazzi più responsabili, i difensori della razionalità e della democrazia diventano i reietti, i deboli da eliminare. Dopo un iniziale tentativo di organizzazione complessiva dei giovani superstiti, il gruppo si divide in due: da una parte vi sono Ralph e Piggy, animati dal buon senso e da ideali di uguaglianza e giustizia; dall'altra troviamo Jack che si veste del ruolo di leader crudele, ma carismatico, chiara metafora di un governo totalitario. Durante il corso della storia la morte di Piggy rappresenta simbolicamente la fine dell'utopia e il conseguente affermarsi di una realtà distopica. In quest'isola così diversa dall'Utopia di Thomas More e dominata dalla violenza fanatica, i bambini non sono più creature innocenti, bensì selvaggi dal comportamento quasi animalesco. Nondimeno, il relativo lieto fine nasconde una sottile critica alla società inglese, stereotipata in un modello di società efficiente e pragmatica, ma di fatto superficiale.


«In mezzo a loro, col corpo sudicio, i capelli sulla fronte e il naso da pulire, Ralph piangeva per la fine dell'innocenza, la durezza del cuore umano, e la caduta nel vuoto del vero amico, l'amico saggio chiamato Piggy. L'ufficiale, davanti a quella scena, era commosso e un po' imbarazzato. Si voltò dall'altra parte, per dar tempo ai ragazzi di riprendersi, e aspettò, posando gli occhi sul bell'incrociatore lontano.»


 



“Devo forse essere soltanto un'arancia meccanica?” è ciò che Alex, il protagonista del più conosciuto romanzo di Anthony Burgess, grida ai suoi torturatori e al mondo intero appellandosi al diritto di libera scelta che gli è stato crudelmente sottratto. Delinquente per il gusto di esserlo, assuefatto all'ultraviolenza, il quindicenne Alex è un eroe in negativo in un mondo che ha abbandonato ogni valore e ogni ideale. Egli finisce per essere vittima di un governo che in nome della sicurezza riduce gli esseri umani a creature meccaniche e prive di libero arbitrio: é la Terapia Ludovico, un condizionamento psico-fisico che provoca una repulsione fisiologica a qualsiasi tipo di violenza. Ma la scelta? Si domanda il salmiere della prigione dove Alex viene in un primo tempo rinchiuso: «In realtà lui non ha scelta, vero? Era il proprio interesse, la paura del dolore fisico che lo hanno spinto a quel grottesco gesto di autoavvilimento. La sua insincerità era fin troppo evidente. Cessa di essere un malfattore, ma cessa anche di essere una creatura capace di scelta morale» In queste parole si riassume il messaggio dell'autore, che scrive inoltre, a proposito della sua opera: «Imponete ad un individuo la possibilità di essere solo e soltanto buono, e ucciderete la sua anima in nome del bene presunto della stabilità sociale.  […] È preferibile un mondo di violenza assunta scientemente – scelta come atto volontario – a un mondo condizionato, programmato per essere buono e inoffensivo».
I riferimenti ad Orwell e Huxley sono chiari: una società indifferente e disinteressata, un uso spregiudicato della tecnologia, una realtà totalizzante a cui bisogna conformarsi. Tuttavia, non meno importante risulta la vicenda personale di Alex, il quale affronta una sorta di percorso di formazione. Egli, come afferma l'autore stesso, «è veramente malvagio, forse ad un livello inconcepibile […] Però la sua cattiveria è umana. […] Alex rappresenta l'umanità in tre modi: è aggressivo, ama la bellezza, si serve del linguaggio». Ciò che lo caratterizza come anti-eroe è la sua estrema lucidità. Egli sceglie consapevolmente il male, ma alla fine del romanzo sente la necessità del cambiamento. Non sappiamo se ciò sia dovuto ad una svolta verso una vita morale, o sia semplicemente determinato dall'istinto naturale di voler creare una famiglia. E' certo però che Alex dimostra una visione disincantata e quasi profetica della vita: essere giovani è come essere piccoli giocattoli di latta che vanno a sbattere contro le cose e non ne possono fare a meno. I giovani devono passare attraverso questa fase e i genitori non possono fermarli; a loro volta, quando saranno genitori non potranno fermare i propri figli e così sarà fino alla fine dei tempi.
Dal romanzo è stato tratto l'omonimo film diretto da Stanley Kubrick. Tale adattamento per il grande shermo è ormai diventato un cult della narrativa cinematografica.

giovedì 4 luglio 2013

Into Darkness




Estraniamoci un attimo dalla guerra fra i severissimi Trekkers e i fanatici della fantascienza tutta effetti speciali-colpi di scena per dare un giudizio super partes di questo nuovo blockbuster di J.J. Abrams.
Sebbene Into Darkness abbia effettivamente dato un taglio più moderno alle avventure dell'Enterprise rinunciando all'assoluta fedeltà alla serie classica, risulta tuttavia essere una pellicola ricca di pregi in molti ambiti.
Non sono tanto le esplosioni e le peripezie dei protagonisti a rendere accattivante il film, ma piuttosto lo studiato alternarsi di atmosfere divertenti e drammatiche. Si tratta di un equilibrato mix che valorizza ogni scena: diversi i momenti per commuoversi, ma non manca lo spazio per una bella risata. Va inoltre spesa una parola per i dialoghi, decisamente brillanti e non banalizzati da frasi fatte.
Per quanto riguarda la trama, essa non si discosta dallo schema lineare "comparsa del nemico - inseguimenti e battaglie - scontro finale - lieto fine". Del resto, Into Darkness rimane pur sempre un film di intrattenimento, in qualche modo obbligato a seguire degli standard per trovare l'approvazione del grande pubblico. Colpi di scena e situazioni inaspettate, tuttavia, sono garantiti.
In aggiunta, il punto di maggior forza risiede sicuramente nella caratterizzazione dei personaggi e nella notevole interpretazione da parte degli attori protagonisti. Il giovane e impetuoso Kirk (Chris Pine) e il logicissimo Spock (Zachary Quinto) consolidano il loro bellissimo rapporto avviato nel precedente film, ma un altro affascinante personaggio entra qui in scena: lo spietato Khan, interpretato magistralmente dall'attore britannico Benedict Cumberbatch. Non si tratta del "cattivo a tutto tondo", bensì di un nemico-vittima con luci ed ombre, un vendicatore solitario avvolto in un alone di mistero. Finalmente un personaggio fuori dalla schiera dei "buoni" di cui poter prendere (moderatamente!) le parti.
Ecco però che arriviamo ai punti dolenti di questa pellicola. Innanzitutto una bocciatura completa del personaggio di Carol Wallace, figlia dell'ammiraglio Marcus. La sua bellezza tipicamente artificiale si affianca ad una presunta intelligenza poco credibile, dando così origine ad un personaggio femminile utilizzato come amo da pesca nel trailer, ma di fatto inutile per lo svolgimento della storia. Seconda pecca: tanta "fanta" e poca scienza. Possiamo chiudere un occhio sulle futuristiche tecnologie, ma alcune scene richiedono un certo sforzo di volontà per essere accettate da chi conosce, anche minimamente, le leggi della fisica.
Ma nonostante questi incidenti di percorso, Into Darkness risulta essere un film più che riuscito, un'occasione per evadare un poco dalla quotidianità e fare un volo nello spazio.

martedì 2 luglio 2013

La perfezione distorta de "Il Mondo Nuovo"



«Le utopie appaiono oggi assai più realizzabili di quanto non si credesse un tempo. E noi ci troviamo attualmente davanti a una questione ben più angosciosa: come evitare la loro realizzazione definitiva? [...] Le utopie sono realizzabili. La vita marcia verso le utopie. E forse un secolo nuovo comincia; un secolo nel quale gli intellettuali e la classe colta penseranno ai mezzi d'evitare le utopie e di ritornare a una società non utopistica, meno "perfetta" e più libera.»
[Nicola Berdiaeff – dall'epigrafe de Il Mondo Nuovo]



Brave New World (titolo originale del famoso romanzo di Aldous Huxley) esce nel 1932, in un clima politico assai inquietante. In Europa si stanno consolidando le ideologie militaresche dei diversi totalitarismi, le nuove parole d'ordine sono “programma” e “organizzazione”. Si tratta dunque di un mondo in pericolo, dove l'intervento massiccio dello Stato nella vita privata e la massificazione generale della società minacciano la conservazione dell'individualità.
Sono questi infatti gli oggetti della pungente critica huxleyana, che si propone di rovesciare l'ordine della perfezione e del benessere sociale a cui ammiccano i governi totalitari. Ne Il Mondo Nuovo, Huxley capovolge l'utopia nella distopia utilizzando una satira irriverente. La narrazione è limpida, tuttavia polemica, declamata, quasi favolistica: un particolare tono di sfida si ritrova nella macchinosa construzione del paradosso, nello smantellamento del buon senso e dei luoghi comuni.
Nel mondo di Huxley il calendario segue la numerazione dell'Anno di Ford, il fondatore dello Stato Mondiale perfetto, i cui principi sono: Comunità, Identità, Stabilità. In nome di questi valori, grazie ad uno sviluppo tecnologico senza precedenti, la società è stata suddivisa in classi sociali fisse, determinate dal corredo genetico. Le nascite infatti sono realizzate totalmente con metodi artificiali, si potrebbe dire “in serie”, e ad ogni categoria sono assegnate caratteristiche psico-fisiche che permettono di raggiungere un livello di benessere e felicità “appropriato”. Il condizionamento psicologico viene effettuato col sistema dell'ipnopedia, cioè l'insegnamento nel sonno condotto grazie a particolari apparecchi radio durante tutto il periodo dell'infanzia.
In questa realtà paradossale si sviluppa la storia di Bernardo Marx, appartenente alla prestigiosa classe Alfa Plus, ma dall'animo sovversivo. Accompagnato da Lenina Crowne, una donna perfettamente inquadrata nel sistema, il protagonista si reca nelle terre sconosciute dove incontra John il Selvaggio. Il giovane tenta di spiegare a Bernardo la necessità di recuperare la naturalità, di salvaguardare le tradizioni, di credere nella fede e nell'amore. Colpito dalla sua stravaganza e affascinato dalla possibilità di diventare famoso e venerato, Bernardo porta John nel Mondo Nuovo per mostrarlo alla Comunità come un fenomeno da circo. Tuttavia il ragazzo, incapace di adattarsi alla società alienante e tecnicizzata, si ritira in isolamento conducendo una vita da penitente. Infine, dopo una notte inconsapevole di danze orgiastiche, si toglie la vita sopraffatto dall'orrore per il proprio comportamento immorale. Questo racconto, in apparenza lineare, nasconde tematiche complesse. Analizzando il processo di trasformazione della moderna società industriale, Huxley individua i pericoli dell'efficientismo, della burocrazia, del consumismo, della quantificazione dei principi vitali. L'estraniazione dell'uomo dalla sua essenza biologica, sottolineata dal processo di fecondazione e nascita artificiale, è una forma di dissoluzione totale dell'individuo, una rottura del suo rapporto organico col mondo. Come modello da opporre a tale realtà disumanizzante, lo scrittore riprende il mito del buon selvaggio roussoiano, incarnato dallo sventurato John. Il Selvaggio rappresenta il recupero dell'aggressività istintuale, una calata nel mondo dell'inconscio; ciononostante non diventa un eroe, ma rimane una vittima del sistema, trasformato da figura utopica a simbolo distopico. La denuncia huxleyana non risparmia l'automatismo nel processo lavorativo, la razionalità produttivistica e l'omologazione forzata, alcuni dei grandi mali dell'età moderna che hanno portato alla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale.

domenica 10 febbraio 2013

Run for your life


Se un giorno vi svegliate e trovate questa... cosa blu nel vostro giardino, preparatevi a correre.

sabato 22 dicembre 2012

La fine del mondo

Ebbene, il fatidico 21 dicembre 2012 è passato senza significativi cambiamenti per la popolazione terrestre. Siamo tutti sopravvissuti, e forse un po' delusi (perché lo so che nonostante la vostra inappuntabile razionalità, in fondo a voi stessi, nascosta in un angolino, restava quella piccola insignificante domandina: chissà se poi succede qualcosa?). Pazienza, ci saranno altri tempi per alieni, asteroidi e tsunami.
Per ora consolatevi e riflettete leggendo questo brillante racconto di Stefano Benni, pubblicato su La Repubblica per celebrare il grande giorno.

PUBBLICHIAMO la seguente lettera recapitata ieri a duecento capi di Stato del mondo.
Gentili indigeni dirigenti del pianeta T34678, (nel vostro linguaggio" Terra"). 

Il mio nome è Ehy23gbsz44porzkbonalè e sono il direttore generale di Equicosmo, l'agenzia di riscossione tributi della galassia. Mi duole comunicarvi che domani scade il termine della cartella esattoriale inviatavi trent'anni fa. In questo documento si comunicava che siete stati multati per gravi danni all'equilibrio del sistema solare, evasione alla tassa sui rifiuti spaziali, occupazione abusiva di orbita e modifica climatica non autorizzata. La multa, con i diritti di mora, ammonta a: 34000 groz (un groz corrisponde al pil della Cina) per inquinamento e surriscaldamento atmosferico e oceanico 25000 groz per scioglimento ghiacciai 20000 groz per esaurimento riserve idriche, risorse petrolifere e deforestazione selvaggia 34236 groz per mancanza di politica alimentare e aumento della popolazione non sfamabile 11210 groz per estinzione di centomila specie animali e vegetali. groz per IMUPP (tassa sul primo pianeta) 131 groz per danni causati dai vostri satelliti a quelli che voi chiamate Ufo e sono invece i nostri autobus 27 groz per schiamazzi galattici, cioè superamento della soglia di rumori sgradevoli come esplosioni nucleari, MTV e musica negli ascensori 16 groz per spese di cancelleria (i nostri francobolli sono grandi come la vostra Svizzera) 3 groz per shopping non pagato di certa signora Minetti che ha acquistato su Alpha Centauri cosmetici, abitie una pelliccia di skuznzelk per conto della regione Lombardia Come forse sapete, visto i tanti film che avete dedicato alla Fine del Mondo, Equicosmo prevede in caso di inadempienza, la distruzione del pianeta debitore mediante lancio di asteroide gigante. Per voi è stato scelto Calcolino, un calcolo renale di un milione di tonnellate. Ma poiché noi siamo severi ma giusti, potete ancora rimediare.
Avete ventiquattro ore di tempo per ricostruire i ghiacciai, fermare le emissioni inquinanti, fornirci i dati di un piano alimentare mondiale, ricreare geneticamente il Dodo, e far pagare questa Minetti. Sappiamo che ventiquattro ore sono poche, ma avete avuto anni per pensarci. Il precedente avviso di multa fu comunicato a un vostro leader terrestre che si proclamava il più grande statista del mondo. Si comportò malissimo con la nostra postina saturniana, che ha sette culi, poi delirò di persecuzione interplanetaria. A differenza vostra, non prescriviamo i reati e le infrazioni. Potete però compilare il MRC (modulo rinvio catastrofe) il foglietto allegato di sette millimetri che contiene 23 milioni di voci. Un solo errore lo renderà non valido. Esso dovrà pervenire entro al nostro ufficio Perdoni e Dilazioni entro un anno equicosmico, cioè tre secondi terrestri. Uno, due, tre, tempo scaduto.
Anche a noi piace scherzare! Essendo noi di Equicosmo severi ma corruttibili, comunichiamo altresì che un'ora prima dell'impatto con l'asteroide, alcune nostre astronavi atterreranno in piazza San Pietro, nella Death valley e nella salina di Sal'e Porcus. Pagando il biglietto di un groz, o l'equivalente in oro o bund tedeschi, potete avere il biglietto. Possiamo portare in salvo duemila terrestri. La cifra non è comprensiva dei pasti a bordo e va inviata entro mezzanotte al seguente conto: Maya 346, Bank of Cayman, o consegnata a mano all'avvocato Taormina, o ai topi con apposita divisa da hostess, nostri rappresentanti sulla terra. Non pensate a una truffa. Se avete dei dubbi sulla serietà del nostro provvedimento vi informiamo che la nostra stima, una volta avviata la procedura di cancellazione, è che il numero di superstiti umani sia di circa 18 unità. Divertitevi coi vostri soliti sondaggi a capire le loro intenzioni di voto.
Ci dispiace di chiedervi questo sacrificio, comunque necessario per gli equilibri interstellari della cosmozona. Vi diamo comunque un po' di tempo per trasferirvi sul vostro pianeta di scorta, da dove potrete sicuramente assistere all'esplosione in diretta.
Ps. All'ultimo momento ci comunicano, con nostro grande stupore, che voi non avete un pianeta di scorta, ma che la terra è l'unico pianeta che avete a disposizione. Da come vi siete comportati, proprio non sembrava. Purtroppo la procedura è avviata e Calcolino è in viaggio. Potete comunque presentare un reclamo. Ci duole però informarvi che il nostro ufficio reclami è chiuso per le feste stramagniche, che sarebbero le vostre ferie natalizie, e riaprirà il giorno terrestre 27.
Spiacenti. Eravate divertenti, nella vostra stupidità, abbiamo riso molto vedendo la conferenza sul clima di Doha, adoriamo i vostri drammi sugli arbitraggi calcistici e il vostro sport di ammazzare le ex fidanzate, e infine ci sarebbe piaciuto vedere quanti partiti si sarebbero presentati alle elezioni italiane. Ci mancherete. Cordiali saluti Per il servizio Equicosmo il direttore generale Ehy23gbsz44porzkbonalè
© RIPRODUZIONE RISERVATA
STEFANO BENNI

martedì 26 luglio 2011

La strada


Un uomo e un bambino avanzano verso Sud, la loro casa in un vecchio carrello del supermercato, la loro vita ridotta a sopravvivenza. Nient’altro che cenere sul loro cammino, attorno a loro solo le rovine del tempo che fu. Ogni giorno arrancano sotto un cielo grigio, cercano qualcosa con cui nutrirsi e ripararsi dal freddo, ogni giorno un passo più vicini alla morte. Ma loro portano il fuoco, che non è solo quello della pistola per difendersi dai predoni, ma la vita stessa. Il fuoco è la speranza, è l’amore, è la dignità umana, cose che anche la peggiore Apocalisse non è riuscita a cancellare completamente. E così, uomo e bambino, padre e figlio, si trasformano nell’Uomo e nel Bambino universali, metafora di un’umanità in via d’estinzione che non si arrende, ma che attende con pazienza l’alba di un nuovo divenire.
La fine del mondo è stata immaginata e descritta nei modi più vari, ma pochi scrittori possono vantare un’opera del valore de La strada. In questo nuovo romanzo Cormac McCarthy, scrittore già noto per Non è un paese per vecchi, racconta il viaggio disperato degli ultimi uomini di una Terra depredata di ogni scintilla di vita e lo fa con una destrezza di linguaggio sorprendente, che rende ogni scena visibile e l’immedesimazione totale. E, proprio come se lo scrittore volesse risparmiare le parole allo stesso modo in cui i protagonisti risparmiano le poche energie per sopravvivere, la scrittura è concentrata all’essenziale, i nomi assenti, i dialoghi quasi telegrafici. Eppure non manca nulla: ciò che non è scritto s’intuisce, ogni parola è carica di sentimento.
Nel 2009 a tre anni di distanza dalla sua pubblicazione esce, sotto la regia di John Hillcoat, la trasposizione cinematografica de La strada. Ma se al cinema il tema catastrofico affascina per gli effetti speciali, la letteratura può contare su un alleato altrettanto valido: il potere della parola. McCarthy ha scritto un romanzo che è quasi poesia, riuscendo ad evocare con estremo realismo immagini dolci e strazianti e a trasmettere tutta la desolazione di un mondo vuoto e distrutto.




domenica 10 luglio 2011

1984

Capolavoro della narrativa distopica, 1984 è divenuto ormai un classico della letteratura inglese del XX secolo. Realizzato tra il 1946 e il 1948, il romanzo porta un titolo allusivo quanto provocatorio, ottenuto dallo scambio delle cifre finali dell’anno stesso in cui è stato completato: con questo espediente, lo scrittore George Orwell (pseudonimo per Eric Arthur Blair) sembra voler porre un monito alla società del tempo, appena uscita dal secondo devastante conflitto mondiale e agli albori della guerra fredda. 1984, infatti, proietta il lettore in una realtà distorta, un mondo corrotto in cui regnano l’odio e la paura, nient’altro che le basi per un totalitarismo “perfetto”.
«Che cosa succede, se il passato e il mondo esterno esistono solo nella vostra mente e la vostra mente è sotto controllo?» Si chiede Winston, il protagonista, durante una delle sue tante riflessioni. Basta questo per renderlo incriminabile di psicoreato, egli ne è consapevole. Allo stesso tempo però, sa di essere nel giusto, sa che il Socing è solamente un insieme di menzogne e cova segretamente il folle desiderio di una rivolta di massa. Winston è ‘l’ultimo eroe’, che insieme alla compagna Julia, crede ancora nell’amore, nella libertà e nella dignità umana, valori destinati a scomparire per sempre a opera della neolingua, l’idioma ufficiale del Partito, che ha lo scopo di eliminare tutti i termini “non necessari” insieme ai loro concetti. Ma questo è solo uno dei numerosi strumenti di controllo del Grande Fratello, la mente onnisciente e onnipotente al vertice della gerarchia dello stato di Oceania. Essa è in continua guerra con l’Eurasia o l’Estasia, le altre due super potenze in cui è diviso il pianeta, ma poco importa quale sia il nemico e quale l’alleato, perché il passato, recente e lontano, è perfettamente modificabile e il Grande Fratello è da sempre e sempre sarà infallibile e vittorioso.
Questa angosciante considerazione accompagna il lettore per tutta la durata della narrazione che, pur essendo ricca di colpi di scena, presenta una fluidità sorprendente e rende il romanzo scorrevolissimo, quasi a creare un contrasto con la gravità dei temi trattati. 1984 è infatti un grido silenzioso, un’accusa feroce ai regimi totalitari, sia di stampo nazi-fascista che comunista, intenzionati a piegare tutta la popolazione al volere di una ristretta casta privilegiata. Ma cosa può fare un uomo solo, di fronte ad un potere illimitato e senza scrupoli? La risposta non lascia speranze: soccombere, ed accettare che 2+2=5.



 

mercoledì 29 giugno 2011

I mostri di youtube

Alla fine ho rinunciato a capire Freaks! e mi sono fatta un'idea personale sulla trama, ma su una cosa non ho dubbi, questa canzone mi fa impazzire! :D



In bocca al lupo agli About Wayne per una brillante carriera!

Complimenti ai youtubers  Claudio Di Biagio (nonapritequestotubo)Matteo Bruno (canesecco) , Guglielmo Scilla (willwoosh) per aver creato - con pochi mezzi e tantissima passione - una serie quasi impossibile   un po' complessa da capire, ma decisamente intrigante e ben realizzata!
ps. La sigla è un vero tocco di classe! ;)

sabato 25 giugno 2011

La ragazza dello sputnik


Ancora una volta Murakami lascia il segno, facendo emergere la sua fantasia visionaria tra le righe di un romanzo caratterizzato da un’estrema delicatezza. Ne La ragazza dello sputnik si rivela infatti tutta l’abilità dello scrittore giapponese che, con onestà e naturalezza, affronta un argomento considerato tabù per molte culture e religioni, inserendolo in una dimensione di sogno e mistero.
La giovane Sumire, aspirante scrittrice di romanzi, è perdutamente innamorata della bellissima Myu, donna matura e già sposata. Myu però non può ricambiare perché qualcosa legato al suo passato l’ha cambiata per sempre, rendendola la metà di se stessa. Nell’intreccio si inserisce anche l’io narrante del romanzo, personaggio senza nome nel ruolo del migliore amico e confidente di Sumire, innamorato della ragazza e, ovviamente, non ricambiato. Sembra un empasse, un vicolo cieco, ma Sumire trova una via d’uscita (o un’entrata?) perché «se si segue la logica, la soluzione è piuttosto semplice. Basta sognare. Entrare nel mondo dei sogni e non uscirne più.» Forse è proprio questa la chiave del mistero, forse in un altro mondo Sumire e Myu potranno incontrarsi mettendo fine al loro volo di satelliti solitari…
Chi ha letto altri romanzi di questo autore dalla sorprendente capacità narrativa ne riconoscerà lo stile inconfondibile, ricco di descrizioni minuziose di luoghi e persone e contraddistinto da una sincerità libera da ogni malizia nel trattare il tema del sesso e dell’amore. Non solo, perché ne La ragazza dello sputnik si ritrovano anche molti temi cari allo stesso Murakami, tra i quali il più importante, e di certo il più affascinante, è quello della dicotomia tra corpo e coscienza, tra fisico e immateriale, di cui i personaggi sono spesso vittime. ‘Vittime’ in quanto tale bipartizione non è mai un beneficio, bensì un ostacolo insormontabile, un destino a cui arrendersi. Ma viene da chiedersi se la resa non sia invece la scelta volontaria di accettare se stessi, per ciò che si è, e la propria vita, per quanto banale possa sembrare.
Ed ecco come affiora nuovamente e con forza il gusto per l’onirico e il soprannaturale, elemento essenziale dello stile di Murakami. Lo scrittore, scavando a fondo nell’anima dei personaggi, e rendendo sempre più sottile il confine fra sogno e realtà, crea un’opera di profonda introspezione psicologica che, con un magico tocco di suspense, conquista il lettore fin dalle prime pagine.


Frasi più belle
«Però, se mi è concessa un’osservazione banale, in questa vita imperfetta  abbiamo bisogno anche di una certa quantità di cose inutili. Se tutte le cose inutili sparissero, sarebbe la fine anche di questa nostra imperfetta esistenza.»

«La comprensione non è altro che una serie di fraintendimenti.»

«Un silenzio che non offre promesse continua a riempire lo spazio all’infinito.»



mercoledì 25 maggio 2011

Towel day

Forza, facciamo conoscere a tutti questa bizzarra celebrazione!
Mi raccomando, assicuratevi di avere con voi un asciugamano prima di leggere queste righe. Assicuratevi inoltre che non siano presenti degli strani bulldozer gialli nel vostro giardino (potrebbero essere lì per abbattere la vostra casa in funzione di una nuova autostrada) e soprattutto, prima di mettervi comodi a leggere, date uno sguardo al cielo per assicurarvi che non sia coperto da mostruose navi spaziali gialle e bubbose (potrebbereo essere lì per abbattere il vostro pianeta in funzione di una nuova autostrada galattica, nel qual caso sarebbe meglio per voi avere un pollice elettronico a portata di mano, ma poiché ciò risulterebbe alquanto improbabile, vi dovrei fare le mie più sincere condoglianze). Ancora un consiglio, prima di iniziare a leggere: non preoccupatevi di cercare la risposta alla vita, l'universo e tutto quanto, perchè so che non vi piacerebbe. Preoccupatevi invece di cercare la domanda.
E naturalmente, non fatevi prendere dal panico.


La Guida Galattica per gli Autostoppisti dice alcune cose sull'argomento asciugamano. L'asciugamano, dice, è forse l'oggetto più utile che un autostoppista galattico possa avere. In parte perché è una cosa pratica: ve lo potete avvolgere intorno perché vi tenga caldo quando vi apprestate ad attraversare i freddi satelliti di Jaglan Beta; potete sdraiarvici sopra quando vi trovate sulle spiagge dalla brillante sabbia di marmo di Santraginus V a inalare gli inebrianti vapori del suo mare; ci potete dormire sotto sul mondo deserto di Kakrafoon, con le sue stelle che splendono rossastre; potete usarlo come vela di una mini–zattera allorché vi accingete a seguire il lento corso del pigro fiume Falena; potete bagnarlo per usarlo in un combattimento corpo a corpo; potete avvolgervelo intorno alla testa per allontanare vapori nocivi o per evitare lo sguardo della Vorace Bestia Bugblatta di Traal (un animale abominevolmente stupido, che pensa che se voi non lo vedete nemmeno lui possa vedere voi: è matto da legare, ma molto, molto vorace); infine potete usare il vostro asciugamano per fare segnalazioni in caso di emergenza e, se è ancora abbastanza pulito, per asciugarvi, naturalmente.
 Douglas Adams, Guida Galattica Per Autostoppisti

mercoledì 27 aprile 2011

Un amore al di là del tempo

... E così, alla fine, anch'io ho versato la mia giusta dose di lacrime.

No, non preoccupatevi, niente di grave: sintomi post-lettura.

Ebbene, sto parlando di La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo di Audrey Niffenegger.
Da dove cominciare? Difficile dare una definizione di inizio e di fine quando si parla di viaggi nel tempo. Perchè è proprio questo il dramma attorno al quale ruota l'incredibile amore tra Clare ed Henry. Clare ha sei anni quando vede Henry per la prima volta, lui ne ha trentasei. Ma Henry incontra Clare per la prima volta all'età di ventotto anni. Com'è possibile? Henry ha un difetto genetico che lo porta a viaggiare incontrollatamente avanti, ma più spesso indietro nel tempo.
Chiaramente la spiegazione scientifica è molto azzardata, ma non è un romanzo di fantascienza quello di cui si sta parlando. E' la storia di un amore infinito, che sconfigge i limiti dello spazio e del tempo, ma anche di un amore tragico, pieno di sofferenza e dolore. Tuttavia, sono proprio la sofferenza, la solitudine e la sensazione di impotenza a spronare Clare ed Henry ad assaporare ogni attimo trascorso insieme, a gioire infinitamente del presente che viene loro concesso. Non è forse quello che dovremmo fare tutti noi, cogliere l'attimo, apprezzare il momento che stiamo vivendo, senza cruccio del passato e senza timore del futuro?
La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo non è un semplice romanzo rosa, ma anche uno sfogo di frustrazione e dolore, una riflessione sulla precarietà del presente e della vita, un'esaltazione all'amore nella sua forma più profonda e completa.

Che dire dunque? Consigliatissimo!

"...e intanto
il tempo passa e tu non passi mai"
(Estate_Negramaro)

giovedì 25 novembre 2010

Never let me go

ATTENZIONE:  Quella che segue non è propriamente una recensione del romanzo Non Lasciarmi di Kazuo Ishiguro, ma piuttosto un commento, perciò contiente SPOILERS.
Se non avete letto questo romanzo meraviglioso, lasciate perdere il post e affrettatevi a leggere il libro perchè merita veramente (e ovviamente dopo tornate qui a leggere quello che ho scritto! :P).


Immaginate di avere dodici o tredici anni e di vivere in un collegio magnifico e isolato, immerso nelle colline inglesi. Per quel che ricordate, avete sempre vissuto lì insieme ad altre decine di ragazzi più o meno giovani di voi, costantemente sorvegliati da alcuni “tutori” che vi insegnano tutto ciò che dovete sapere. Vi ripetono sempre che dovete stare molto attenti alla vostra salute, che dovete comportarvi in modo dignitoso e che dovete sforzarvi di essere creativi. Naturalmente nel corso della vostra infanzia avete stretto una profonda amicizia con alcuni compagni e avete sviluppato simpatie ed antipatie verso i tutori.
Insomma, fin qui la vostra vita, come quella di Kathy, Ruth e Tommy, può sembrare una vita tipica di un orfano relativamente fortunato. Ma questi tre studenti di Hailsham, protagonisti del commovente romanzo di Kazuo Ishiguro, Non Lasciarmi, non hanno nulla a che vedere con gli orfani.
E’ Kathy, ormai adulta, a narrare ai lettori la sua vita, quasi come si stesse confidando con una persona conosciuta e fidata. I primi episodi che ci racconta – il suo primo incontro con Ruth, il carattere difficile di Tommy, lo strano comportamento dei tutori – sono caratterizzati da un certo “disordine” cronologico, come se i ricordi più lontani della sua infanzia cominciassero a diventare confusi e le fosse difficile organizzare bene il pensiero; solo successivamente la storia diventa più lineare.
Kathy, Ruth e Tommy, come tutti i loro compagni di Hailsham, sono destinati a diventare “assistenti” e “donatori”, sono stati creati per questo scopo e ne sono consapevoli. Sanno anche che è molto importante riuscire a realizzare bei disegni e belle poesie, perché queste loro opere possano trovare posto nella misteriosa Galleria di Madame. Per loro tutto questo è normale e la loro vita non sembra diversa da quella di qualunque altro adolescente: le amicizie infantili si evolvono in sentimenti più profondi, a grandi gioie si alternano momenti di sconforto, i rapporti sono fragili e le emozioni forti. Ma, inesorabile, si avvicina il momento di lasciare Hailsham e negli ultimi anni al collegio si crea un’atmosfera di tensione fra gli studenti, i tutori infatti sembrano restii ad affrontare alcuni argomenti, soprattutto riguardo al futuro dei ragazzi, a quello che li aspetterà quando dovranno affrontare il “mondo fuori”.
La verità si scopre quasi per caso, come se fosse una cosa ovvia e conosciuta fin dall’inizio della storia ed è forse proprio per questo che ci colpisce in modo così violento: studente non è altro che una parola più gentile per parlare di un clone, destinato in età adulta a donare i propri organi vitali. La crudeltà e l’assurdità di tutto ciò ci sconvolge e, sebbene avessimo subito intuito la presenza di un segreto inquietante dietro alla parola “donazione”, ci ritroviamo ora a considerare le vite dei protagonisti sotto una luce completamente diversa.
Dopo aver trascorso ogni passo della vita di Kathy, Ruth e Tommy e aver condiviso con loro tutte le gioie, le preoccupazioni, lo sconforto, la rabbia e soprattutto l’amore, improvvisamente scopriamo che sono diversi da noi e non riusciamo a capacitarci di come ciò sia possibile.
Bene, è proprio questa sensazione che vuole farci provare Ishiguro, per farci riflettere su una domanda già affrontata molte volte dalla filosofia – cosa rende tale un “essere umano”? – e per condannare attraverso la metafora dei cloni, le discriminazioni sociali. Parallelamente a questo, lo scrittore ci comunica una forte preoccupazione riguardo allo sviluppo tecnologico, che potrebbe portare la scienza ad un carattere amorale e spregiudicato, se non venisse adeguatamente controllato.
Nonostante questo quadro tetro della società, nel romanzo chiusa e statica, sembra che una speranza ci sia: ciò che unisce tutti e supera ogni barriera è l’amore, in tutte le sue forme.
Non è mai troppo tardi per amare.


A febbraio uscirà nelle sale italiane il film tratto da questo romanzo, diretto dal regista americano Mark Romanek.
 


venerdì 12 novembre 2010

Misteri del passato

Cari lettori, oggi tratterò un argomento tanto affascinante quanto misterioso, a cui mi sono interessata qualche tempo fa.
Sto parlando degli “oggetti impossibili” conosciuti anche con la sigla OOPARTS (dall’inglese Out of Place Artifacts, ovvero “manufatto fuori luogo”). Con questo termine si indica una serie di reperti archeologici e paleontologici che, malgrado siano attribuiti a determinati periodi storici dalle datazioni ufficiali, presentano caratteristiche singolari che rimandano ad epoche molto posteriori. Sparsi per tutto il mondo, si possono contare centinaia di questi ritrovamenti impossibili, perciò mi limiterò a scrivere qualcosa sui più noti e i più curiosi.
Forse qualcuno di voi avrà sentito parlare del meccanismo di Antikythera. All’apparenza un blocco di ruggine, nasconde sotto le incrostazioni alcuni denti di ingranaggi costruiti con sorprendente precisione, in bronzo. Assomigliando ad un orologio moderno, non ha nulla di strano…eccetto il fatto che sia stato rinvenuto, nel 1900, in una nave affondata intorno all’80 a.C. L’oggetto, trovato non lontano dall’isola di Antikythera (vicino a Creta), è stato successivamente portato al Museo Nazionale di Atene dove è stato studiato e analizzato. Ed ecco com'è stato scoperto un computer astronomico in grado di determinare le relazioni tra il Sole, la Luna, la Terra e le stelle, costruito dagli antichi Greci!
Un altro oopart abbastanza conosciuto è la mappa di Piri Reis. Si tratta di una carta nautica disegnata dall’omonimo ammiraglio turco agli inizi del 1500, che rappresenta parte dell’Europa, dell’Africa e dell’America, nonché l’Antartide. Particolare sorprendente considerando innanzitutto che il continente antartico è stato scoperto solo nel 1818, inoltre nella mappa è disegnato completamente libero dai ghiacci: una visione possibile solo tra il 15000 e il 4000 a.C. E infine, chi era in grado nel XVI secolo di tracciare una mappa talmente precisa da avere scarti inferiori ad un grado?
Se ancora siete scettici, sentite questa… In Zambia, nel 1921 è stato ritrovato un teschio umano, databile a 38.000 anni fa, con un foro perfettamente circolare sulla parete sinistra. Oggi il teschio si trova al Museo di Storia Naturale di Londra e osservandolo si può notare come siano assenti le spaccature radiali intorno al foro, tipiche di una ferita di lancia o freccia. Per di più, la parete opposta sembra essere rotta, ma dall’interno: un fenomeno che può essere causato solamente da un’arma da fuoco, come un fucile. Ma ditemi voi cosa ci faceva un fucile nel Paleolitico…
Per finire, alcuni oggetti impossibili meno famosi, ma non per questo meno interessanti.
In una statuetta preistorica risalente a 17.000 anni fa, ritrovata nella Sierra Leone, è stata individuata, tramite radiografia, una piccola sfera di acciaio cromato. Sulle rive del fiume Narada, in Russia, sono stati rinvenuti oggetti microscopici in oro, di età compresa fra i 20 e i 300.000 anni: la loro grandezza varia da 3cm a 3 micron (nanotecnologia?). Nella gamba della mummia del faraone Usermontu (656 a.C. -525 a.C.) è stata scoperta una protesi in ferro puro. Dentro ad un blocco di lignite (un carbon fossile creatosi nel secondario e nel terziario) è stato trovato da un operaio austriaco un cubo di acciaio di 67x67x67 millimetri.
Ognuno di questi ritrovamenti ha una propria storia, ma non voglio annoiarvi…perciò se vi è piaciuto questo articolo e sono riuscita ad incuriosirvi un po’, vi consiglio di approfondire l’argomento, perché ne scoprirete delle belle!
(sotto a sinistra: meccanismo di Antikythera; a destra: mappa di Piri Reis)



martedì 26 ottobre 2010

Quattro chiacchiere con il Piccolo Principe

La star dei tuoi sogni, un personaggio del passato, il protagonista del tuo libro o film preferito...puoi scegliere fra molti per scrivere un' intervista impossibile! (Se siete interessati: intervista_impossibile)
Questa l'ho scritta qualche giorno fa per la scuola e, poichè ne sono abbastanza soddisfatta, ho deciso di condividerla con i miei quattro lettori...


Per viaggiare lontano basta la tua fantasia, ma  non sai mai dove questa ti porterà...
Potrai trovarti improvvisamente a vagare nello spazio e magari ti capiterà d’imbatterti in un minuscolo pianeta, un asteroide dai mille tramonti dove un piccolo principe sarà indaffarato a spazzare i camini dei suoi vulcani. Ma se avrai la fortuna di incontrarlo, non perdere l’occasione di scambiare qualche parola con lui: se sarai disposto ad abbandonare i pregiudizi dei grandi e ad aprire la mente come facevi da bambino, allora il piccolo principe sarà felicissimo di avere trovato un nuovo amico.


Buon giorno, chi è lei? Non so come sono arrivata fin qui…forse sto sognando, ma potrebbe dirmi gentilmente dove ci troviamo?
(mi guarda un po’ sorpreso e un po’ imbronciato) Ti prego, non parlarmi in questo modo, come fanno i grandi…non vedi com’è piccolo il mio pianeta? Non c’è bisogno di usare questa falsa cortesia, come fanno i grandi…

Mi scus…scusami, ma non hai ancora risposto alla mia domanda

Voi grandi avete sempre fretta. Ma cosa cercate? Niente, solo i bambini sanno quello che cercano. Guarda là, guarda com’è bello il tramonto: un giorno ho visto ben quarantatrè tramonti. Sai…quando si è molto tristi si amano i tramonti…
Io non ho mai dato un nome al mio asteroide, ma un giorno lontano un amico mi disse che sul suo pianeta (che strano e grande pianeta!) lo chiamavano B 612.

(A quel punto mi si accende una lampadina) Un asteroide piccolissimo…tanti tramonti…Ho capito, sei il piccolo principe! Ma com’è possibile, è questa la realtà? Questa situazione non può essere altro che frutto della mia fantasia, ma che emozione, che gioia poterti conoscere!
Come sei buffa ad agitarti così tanto, e pensare che l’unica cosa per cui ci si può agitare qui sono i baobab che cercano ogni giorno di invadere il mio pianeta. Ma perché mi chiami principe? Io non voglio regnare su nulla. Una volta sono stato su un pianeta dove c’era solo un re che voleva disperatamente regnare su qualcosa, ma non aveva nessuno a cui dare ordini. Ho capito che si sentiva molto solo.

E tu, non ti senti solo su questo piccolissimo asteroide lontano da tutto e da tutti?
Ma io non sono solo! Ho il mio fiore, che è una bellissima e vanitosa rosa. Lei mi parla, io le parlo e la proteggo con una campana di vetro perché di notte fa freddo. Ho i miei vulcani, due sono attivi e uno è spento, ma li pulisco tutti e tre ogni mattina. Ho i tramonti da guardare tutte le volte che voglio, ma soprattutto (e qui la sua voce si incrina appena) ho questa piccola pecora che ha disegnato il mio amico che ho conosciuto sulla Terra.

Anch’io vengo dalla Terra, perché hai deciso di visitare proprio questo pianeta?

(Sospira…) La Terra è un pianeta grandissimo: ci sono 111 re, 7000 geografi, 900.000 uomini d’affari, 7 milioni e mezzo di ubriaconi e 312 milioni di vanitosi. Quanti adulti! Eppure ci sono dei posti bellissimi, dove per chilometri e chilometri non c’è nessuno. Sono i deserti…Mi piacerebbe tanto avere un deserto sul mio pianeta, ma è troppo piccolo, mi accontento di guardare il cielo. Non credi anche tu che in fondo il cielo assomigli al deserto? Sono entrambi così sconfinati…
Ero in viaggio per istruirmi, quando sono caduto sulla Terra: avevo già visitato sei pianeti, dove avevo conosciuto solo adulti che perdevano il loro tempo e facevano ragionamenti insensati. Io cercavo degli amici e speravo di trovarne alcuni sul tuo pianeta.
All’inizio sono rimasto sorpreso di non vedere alcun essere umano, ma un serpente mi ha spiegato che quello dove mi trovavo era un deserto, per forza non c’era nessuno. Allora mi sono messo in cammino e ho imparato tante cose.

Per esempio? Hai scoperto qualcosa di importante?
A un certo punto del mio cammino mi sono imbattuto in un giardino di rose: erano tutte uguali al mio fiore, che credevo unico nell’universo, e per questo mi sono rattristato moltissimo. Ma dopo ho incontrato una volpe, una volpe speciale. Ha voluto che l’addomesticassi… sai cosa vuol dire? E’ una cosa dimenticata da tanto, significa creare dei legami. La volpe mi ha fatto capire che il mio fiore, sul mio piccolo pianeta, era unico perché io mi ero preso cura di lui. L’essenziale è invisibile agli occhi, mi ha detto.

A proposito di legami ed amicizia, ti va di raccontarmi qualcosa sull’amico che ti ha disegnato la pecora?
(Arrossisce, ma sembra contento) Il mio amico era un adulto. Non avrei mai creduto che gli adulti sapessero essere dei veri amici prima di incontrarlo.
Anche lui era caduto dal cielo e non poteva tornare a casa perché la cosa con cui volava (che mi ha detto chiamarsi aeroplano) si era rotta. All’inizio sembrava un adulto come tutti gli altri, diceva: mi occupo di cose serie, io! Allora mi sono arrabbiato. Ero triste perché tutti gli adulti che incontravo erano presi da inutili problemi e non riuscivano a cogliere l’importanza delle piccole cose.
Poi ho capito che lui aveva paura di non poter tornare più a casa e che aveva paura anche per me. (Chissà come devo essere sembrato strano ai suoi occhi!) Così ho cominciato a raccontargli la mia storia, i miei viaggi. Sapevo che mi ascoltava per davvero, non come fanno i grandi di solito.
La pecora che mi ha disegnato si trova bene qui, anche se passa la maggior parte del tempo a dormire nella sua cassetta…Ogni tanto le parlo, così non rischio di dimenticare il mio amico.

Non vorrei essere invadente, ma com’è finita la tua avventura sulla Terra?
Ho dovuto dire addio al mio amico perché dovevo tornare al mio pianeta per accudire il mio fiore e i miei vulcani ed estirpare le piante di baobab. E’ stato un momento molto triste, perché avevo creato un legame con il mio amico ed ero triste per lui. Quando sono partito, ai suoi occhi è sembrato come se fossi morto, lo so. Anche se ho provato a spiegargli che sarebbe andato tutto bene, ho visto che per poco non si è messo a piangere. Ho avuto paura quando me ne sono andato, lo ammetto, ma alla fine è andato tutto bene: semplicemente mi sono risvegliato qui, con la pecora e tutto quanto. C’era un sacco di lavoro da fare!

(Mentre ascolto, sento che qualcosa sta cambiando… il tempo sta per finire e devo tornare a casa)
Ometto, è stato bello conoscerti, mi hai insegnato qualcosa di molto importante. Ormai è giunto per me il momento di tornare sulla Terra, ma spero di poterti incontrare di nuovo, un giorno…

Aspetta! Ti vorrei chiedere un favore: quando sarai a casa, cerca il mio amico e digli che sto bene, che la pecora non ha mangiato il fiore. Anche loro sono diventati amici! Diglielo, ti prego, non voglio che sia triste per me…

(La sua voce, velata di malinconia, arriva sempre più lontana)

… e io sarò sempre qui, se vorrai venire a trovarmi.

lunedì 25 ottobre 2010

Sto forse sognando?

Cari lettori, oggi voglio parlarvi di una mia esperienza personale.
Vi capita mai di pensare a come sarebbe bello poter capire di stare sognando, mentre dormite? Poter dire: "Ehi, ma questa non è la realtà, è un sogno! Ora posso fare tutto quello che voglio!"?
Ultimamente mi è capitato spesso di pensarci...Lo so, sono rimasta influenzata dal film Inception, di cui ho parlato in uno dei post precedenti, ma anche prima di aver visto il film ogni tanto riflettevo sulla possibilità di vivere l'esperienza di un cosiddetto Sogno Lucido. (per saperne di più Sogni lucidi)
Mio padre, che ha letto i libri di Carlos Castaneda, mi ha parlato più volte dei Sogni Lucidi: lo scrittore suggerisce un trucco per poter rendersi conto di stare sognando, ovvero "guardarsi le mani". In realtà non è quel gesto in sè che è determinante, infatti potrebbe essere qualsiasi altra cosa: l'importante è aver convenuto con se stessi di usare quel gesto per quello scopo.
Il sogno mi ha sempre affascinato perchè non ci sono ancora prove scientifiche sulla sua natura e sulla sua funzione. Da Wikipedia si legge: "Non esiste una definizione biologica universalmente accettata dei sogni. In generale si osserva una forte corrispondenza con la fase REM, durante la quale un elettroencefalogramma rileva un'attività cerebrale paragonabile a quella della veglia. I sogni che siamo in grado di ricordare, non avvenuti durante la fase REM, sono a confronto più banali. Un uomo in media sogna complessivamente per sei anni durante la sua vita (circa due ore per ogni notte). Non si conosce l'area del cervello in cui hanno origine i sogni, né sappiamo se abbiano origine in una singola area o se più parti del cervello vi concorrano, né lo scopo dei sogni per il corpo e la mente."
Fare un Sogno Lucido non è affatto impossibile, lo dico perchè proprio stanotte ho vissuto questa incredibile esperienza. Non è la prima volta che mi capita, anche se sempre per caso. Altre volte ho fatto Sogni Lucidi di brevissima durata e mi sono resa conto che anche mantenere la lucidità non è una cosa facile. E' molto utile descrivere ad alta voce i dettagli del paesaggio da cui si è circondati ed è importante mantenere la calma.
Ed ecco cosa si riesce a fare...


Inizialmente sono alla stazione di Fognano, il piccolo paese dove abito. E' mattina e devo prendere il solito treno per andare a scuola. Salgo sul mezzo e saluto un'amica che non vedo da tanto tempo. Chiacchieriamo del più e del meno, le racconto le ultime novità, fino a quando non arriviamo a Faenza, capolinea. Decidiamo di restare ancora un po' sul treno, solo che non ci accorgiamo che quello, per chissà quale motivo, riparte per tornare verso Firenze e quando vogliamo scendere il controllore dice:"Mi dispiace, ora siamo a S.Cassiano e dovrete arrivare fino a Marradi per poi prendere un treno e tornare giù."
Breve salto temporale, in due minuti eccoci di nuovo in stazione a Faenza. A quel punto, nel giro di qualche secondo faccio una serie di ragionamenti che mi portano alla conclusione: sono in un sogno.
1.(pensando che sia martedì mattina) Uffa, oltre alla giustificazione per ieri che sono stata a casa, devo anche portare quella per il ritardo e salto l'interrogazione di biologia.
2.Ma oggi non è martedì, come puo' esserlo? Cos'ho fatto ieri? Non ricordo... Dunque è lunedì mattina.
3.Ma se è lunedì mattina, io a quest'ora dovrei essere nel letto a dormire perchè è il compleanno di mio padre e avevo deciso di stare a casa, oggi.
4.Conclusione, sono in un sogno.
Per sicurezza mi guardo le mani e tutto si fa più nitido. Ripensandoci ora, la cosa strana è che al momento in cui il sogno diventa lucido, spariscono tutte le persone che prima mi erano accanto.
Dunque esco verso lo spiazzo che c'è davanti alla stazione. Per mantenere la consapevolezza comincio a descrivere tutto quello che vedo: "Sono in una città (che all'improvviso è molto diversa da Faenza), c'è la nebbia, è abbastanza buio perchè è mattina presto, lì c'è una cabina telefonica, là il viale..."
Poi, mentre penso a come sfruttare questa bella opportunità, raccolgo un volantino da terra dove sono raffigurate delle combinazioni di vestiti e indicandone una, mi ritrovo improvvisamente vestita come nel disegno, poi provo a cambiare, ma non ci riesco più.
Allora decido di provare a sfidare le leggi della fisica e tento una capriola all'indietro, in aria (come quelle che fa chi pratica ginnastica artistica), che per poco non mi fa perdere la consapevolezza. Così ho capito che chiudere gli occhi in un sogno lucido fa perdere la concentrazione.
Successivamente m'incammino verso un edificio, guardo in lontananza il tetto di una casa e sperimento il teletrasporto pensando intensamente:"Ora sarò là sopra". Un attimo dopo mi volto indietro e mi ritrovo effettivamente in alto a guardare il paesaggio che avevo alle spalle (anche se non è proprio uguale a dove mi trovavo prima...).
Il momento più divertente è quando entro in un palazzo. Mi ritrovo in un corridoio dal soffitto tutto decorato in stile barocco e con molti quadri appesi ai muri. Allora comincio a camminare sulle pareti (proprio come nel film Inception :D)... Dopo un po' non capisco più dove sia il pavimento e dove il soffitto!
Infine entro in una stanza dove c'è solo un letto sul quale sono posati una scatola di legno e un cucchiaino. Mi chiedo quale sia lo scopo di quegli oggetti, ma non ho il tempo di scoprirlo. Infatti sfortunatamente in quel momento mi sveglio...

Raccontatemi un vostro sogno particolare o un'esperienza di Sogno Lucido, aspetto i commenti! =)

lunedì 4 ottobre 2010

Si parla di film!

Vorrei spendere qualche parola a proposito di due film che ho visto ultimamente al cinema.
Il primo è La solitudine dei numeri primi, la tanto attesa trasposizione cinematografica del famoso e premiato romanzo di Paolo Giordano. Grandissima delusione, nonostante fossi andata a vederlo già preparata da tanti commenti negativi.
Oltre all'alternanza continua di scene di diversa collocazione temporale, che crea confusione in uno spettatore che non ha letto il libro, sono stati alterati alcuni episodi (al matrimonio di Viola, Alice sembra non scattare alcuna foto ed è pure presente Mattia, a differenza del romanzo), sono state aggiunte alcune scene (il bacio fra Viola e Alice), mentre è stato liquidato in una battuta, tutto il periodo della vita matrimoniale di Alice e Fabio; il finale è stata la parte più deludente di tutto il film, perchè stravolge il significato del libro.
Tuttavia non si puo' dare un giudizio assolutamente negativo, perchè sono da apprezzare la scelta delle musiche e alcuni effetti di ripresa molto particolari e curati. Inoltre sono da lodare tutti gli attori, che interpretano brillantemente il proprio personaggio.
Il secondo film, fresco fresco di sabato sera, è Inception, di genere completamente diverso.
Qui passiamo alla fantascienza, ma di quella buona, perchè era da molto tempo che non vedevo un film di questo genere così ben fatto ed originale. Non per niente porta la firma di Christopher Nolan (già regista di Batman Begins e Il Cavaliere Oscuro) che in questa ultima produzione si è davvero superato: d'altro canto se ha portato avanti il progetto per dieci anni...
Con un aiuto minimo di effetti speciali computerizzati e una grande capacità di adattamento degli attori (Di Caprio come protagonista e la giovane bravissima Ellen Page, già vista in Juno, al suo fianco), Nolan fa davvero sognare gli spettatori, portandoli tra i labirinti del subconscio e paradossi della fisica.
La trama è avvincente, ricca di suspense e colpi di scena, ma il finale rimane aperto, come se Nolan volesse farsi beffa dello spettatore ormai sicuro di aver capito tutto!
Uniche pecche del film sono la pesantezza delle ultime scene (in cui viene dilatato, forse troppo, il tempo con un esasperato effetto rallenty) e la mancanza di un background della storia (si puo' dire che il film inizia in medias res, cioè viene data per scontanta l'esistenza di ladri che si aggirano nei sogni delle persone).
Concludendo, consiglio La solitudine dei numeri primi solo a chi ha letto il libro, giusto per la curiosità di vedere trasformate in immagini (anche se malamente...) le bellissime parole di Giordano. Mentre Inception lo consiglio a tutti gli appassionati di thriller e sf, ma anche a tutti coloro che almeno una volta si sono chiesti quale sia la vera natura del sogno e se non sia tutto un sogno quello che vediamo...

mercoledì 28 luglio 2010

L'Ultimo Confine

Ciao a tutti, oggi voglio proporvi un racconto, a metà fra la fantscienza e il fantasy, che ho scritto qualche mese fa. Il finale è volutamente lasciato aperto per ogni libera interpretazione, spero vi piaccia!

L'Ultimo Confine

“E’ già mattina” fu il mio primo pensiero.
Avevo ancora gli occhi chiusi, ma ero perfettamente sveglia. Non avevo alcuna voglia di andare a scuola perciò mi alzai a sedere sul letto faticosamente e osservai la mia stanza con gli occhi socchiusi. Una tenue luce proveniente dalla finestra rischiarava l’ambiente, segno che fuori era appena l’alba. Dall’alto del mio letto a castello non avevo una visuale completa della camera: potevo scorgere un angolo di finestra e una porzione di muro, sul quale era appeso uno dei miei poster preferiti. Tutto era tranquillo; poiché nessun rumore proveniva dalle altre stanze, probabilmente i miei genitori stavano ancora dormendo.
Stavo per scendere dal letto, quando un brivido particolare mi percorse la schiena. Anche se mi sembrò di aver appena preso la scossa, non potevo dire che fosse stata una sensazione sgradevole.
Tuttavia non ebbi il tempo di pensare alle cause di quella strana sensazione: un capogiro improvviso fece svanire ogni tentativo di concentrazione, costringendomi per un attimo a chiudere gli occhi. Quando li riaprii c’era qualcosa di diverso nella mia stanza, che pure ai miei occhi sembrava identica a prima. Non mi sentivo più tanto lucida, anzi, ogni movimento mi costava una fatica immensa e sentivo i miei pensieri farsi sempre più confusi. Guardai nuovamente l’ambiente intorno a me, ma i contorni di tutto quello che vedevo mi sembravano sfocati e se mi concentravo su un oggetto in particolare non riuscivo a coglierne i dettagli. Questo senso di incertezza mi faceva paura…ero forse ammalata? Mi passai la mano sulla fronte ma non ero sicura di avere la febbre.
Poi, improvvisamente, tutto cambiò.
Io sapevo.
Sapevo che qualcosa di importante era successo; tutto ciò che esisteva era cambiato in modo irreversibile ed io avevo un obbiettivo da raggiungere. Uscii dalla stanza e mi affacciai alla finestra che dalle scale si affacciava sulla campagna intorno alla mia casa. Se fosse stata una mattina qualunque avrei visto in lontananza le luci del piccolo borgo dove avevo frequentato, molti anni prima, le scuole elementari. Ma non c’era alcuna casa, né vicino, né lontano. Ogni segno della presenza dell’Uomo era sparita. In un’altra circostanza mi sarei spaventata, ma in quel momento ero tranquilla: sorrisi nell’ammirare l’alba. Un sole dorato stava salendo dietro le colline lontane, nuvole di porpora riempivano il cielo di un Universo che non era più il mio.
Il Guardiano mi attendeva di fronte ad una porta. Non incuteva timore, ma aveva un aspetto solenne. I suoi occhi grigi mi osservavano con attenzione: erano gli occhi saggi e benevoli di un amico.
“Sono pronta”dissi quando lo raggiunsi.
“Non ancora” rispose il Guardiano severamente “Noi comunichiamo con il pensiero.”
Chinai il capo mortificata. Per un attimo, guardando il paradiso verde che si estendeva al di là di quella che solo per poco sarebbe stata ancora la mia casa, avevo creduto di essere pronta ad affrontare ogni cosa. Invincibile.
Eppure sapevo. Il Guardiano era l’unico del suo popolo in grado di parlare la mia lingua; era
stato istruito a comunicare come gli umani, fin dalla nascita, dal Guardiano che lo aveva preceduto. Egli avrebbe fatto lo stesso con colui destinato a diventare il nuovo Guardiano. Da sempre era così, e per sempre lo sarebbe stato. Ma io non ero capace di comunicare con il pensiero e per questo non potevo ancora varcare l’Ultimo Confine.
Il Guardiano mi sorrise: “Non ti preoccupare. Io sono qui per questo. Sarò il tuo maestro e ti insegnerò tutto ciò che devi sapere” Mentre diceva queste parole, alzò una mano e mi sfiorò la fronte.
Un brivido mi attraversò tutto il corpo e d’istinto chiusi gli occhi.
Vidi un chiarore, una luce intensa, un’esplosione di mille colori.
Davanti a me si stendeva l’Oceano, calmo e infinito.