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giovedì 13 febbraio 2014

Stupidità umana

Scena prima, atto primo.
Luogo: Treno delle 7 affollato di studenti. (spec. posti "da 6",  tre di fronte ad altri tre)

Ragazza 1: *Guarda le amiche accigliata e con fare pensoso*
                 "...A chi è che ancora non l'ho detto? Ecco, a te: alla fine ho ordinato le scarpe su internet."
Ragazza 2: "Davvero? E quanto le hai pagate??"
Ragazza 1: "160"
Ragazza 2: *Annuisce con aria di approvazione* "Di che colore?"
Ragazza 1: "Marroni"
Ragazza 2: *Annuisce con aria di approvazione*

Voce fuori campo: "L'evento del secolo, che a chi ancora non l'ho detto? è aver comprato delle scarpe da 160 euro, costo probabilmente dovuto ad una targhetta con la marca più fashion del momento, valore effettivo inferiore ai 10 euro, poichè made in RPC."



Scena seconda, atto primo.
Luogo: Treno delle 7 affollato di studenti. (spec. posti "da 6",  tre di fronte ad altri tre)

Ragazza 3: *Rivolgendosi alla ragazza 1*
                 "Che bello smalto! E' della marca XXX?"
Ragazza 1: "No, è della marca YYY. E' quello che si asciuga in un minuto" *Annuisce convinta e orgogliosa*
Ragazza 3: "Ahh ho capito!" *Un attimo dopo, un'espressione di meraviglia attraversa improvvisamente il suo viso, al ricordo di una notizia strepitosa* "Una mia amica mi ha detto che esiste uno smalto trasparente che si può dare sull'altro smalto per farlo asciugare più in fretta!!"
Ragazza 1: *Annuisce con approvazione*

Voce fuori campo: "Aggiungendo il sottofondo musicale Aria sulla quarta corda di Bach e la voce di Angela senior, il contenuto culturale di questa scena potrebbe essere il materiale pefetto per la prossima puntata di Superquark."


Poiché le scene terza, quarta, quinta...et cetera non aggiungono nulla di diverso al copione, sono state omesse.

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Vi prego, non fraintendetemi. Non voglio dire che per forza, nella vita, sia doveroso sempre e comunque fare discorsi seri, parlare di cose serie, discutere dei grandi problemi del mondo e via dicendo. Se non ci concedessimo qualche momento di relax, se non parlassimo mai di cose stupide e divertenti, avremmo una vita noiosa e triste.
Quello che voglio dire, tuttavia, è che bisogna dare la giusta importanza alle cose. E' davvero necessario che tutte le tue amiche sappiano che hai comprato le scarpe all'ultima moda? Non basta indossarle e farle vedere? Hai scoperto che c'è un nuovo smalto che si asciuga in fretta? Non c'è bisogno di parlarne come se avessero appena inventato una nuova cura contro il cancro senza effetti collaterali!
Potreste dirmi: "Ma hai ascoltato solo dieci minuti di conversazione, non puoi giudicare! Sicuramente ci saranno anche per loro i momenti seri!" Tralasciando che non è la prima volta che assisto a scene di questo genere, sono piuttosto sicura che conversazioni simili si ripetano tutte le mattine e in tanti altri momenti delle loro vite. Sapete, certe cose si sentono a pelle.
Potreste dirmi: "Ognuno ha il diritto di parlare di cosa e come vuole, anche a te piace parlare - esaltata - di libri, film e serie tv!" Questo è vero, ma tendo a parlare - esaltata - di libri, film e serie tv con persone altrettanto esaltate e in momenti opportuni, se non privatamente. Senza aggiungere che, a parte un po' di sano  pazzo fangirleggiare, cerco di dare un senso critico a quello che sto dicendo. Non è che: questo libro è bellissimo perché è bellissimooo!!11!!111!!. Questo libro è bellissimo perché ha una trama avvincente, ha molti colpi di scena, ha uno stile coinvolgente, ha una profonda introspezione dei personaggi, ha descrizioni precise ma essenziali...

In realtà il titolo che ho dato a questo post non è esatto, più che di "stupidità", sto parlando di pigrizia mentale, termine che ho appena inventato ma che rende bene l'idea. Perché le persone si limitano sempre ai discorsi di circostanza? Perché sono tutti così materialisti e di ristrette visioni? Nessuno che voglia argomentare le proprie convinzioni, nessuno che vada al di là del semplice "Come va? Bene, grazie". Questa non è stupidità, questo è il non voler far girare le rotelle del nostro cervello perché sembra troppo faticoso. Ed tutto fondamentalmente uno spreco, uno spreco terribile: buttiamo via le nostre più grandi ricchezze che sono la nostra mente, i nostri sentimenti, la nostra individualità, cioè - nel complesso - il nostro essere umani.

Meditate gente.


Post scriptum
Per approvazioni, critiche, riflessioni, varie ed eventuali, potete lasciare un commentino qui sotto! ;)


mercoledì 30 ottobre 2013

Lo scherzo

[Attenzione, possibili spoilers]

Hýlom, hýlom... il Re dal viso velato percorre le strade di una cittadina morava, accompagnato dai fedeli soldati. I personaggi, tutti in abiti tradizionali, vanno di casa in casa a chiedere offerte per il sovrano fuggitivo. E' il giorno della Cavalcata dei Re, colorata manifestazione folkloristica della Moravia, ultimo legame con un passato dal sapore leggendario, ma quasi dimenticato (e disprezzato) dalle nuove generazioni.
Non si tratta di un giorno qualsiasi: se esistesse un Destino, potremmo dire che questo è il giorno in cui esso finalmente scopre le sue carte. Ludvík, Helena, Jaroslav, Zemánek e forse anche Lucie e Kostka si trovano alla festa. Quale storia accomuna queste persone?
Sicuramente un ruolo importante va attribuito alla Grande Storia, quella del regime comunista nell'Europa dell'Est, dopo la fine della guerra. Una Grande Storia che s'insinua nella piccola storia di ogni personaggio, che invade la vita privata di giovani (che si fingono adulti) ed adulti (che vorrebbero tornar giovani). Un partito che impone di indossare delle maschere, secondo la riflessione pirandelliana di Ludvík, perché non basta voler essere fusi in un corpo collettivo, si può solo esserlo in sostanza. Così i giovani indossano maschere e, come in un tragico carnevale, si abbandonano agli scherzi. Cosa c'è di più innocuo di uno scherzo a carnevale? Tuttavia il partito non lo tollera: esso rivela l'anima. E se la tua anima non è in sintonia con la collettività, sei fuori. Un reietto per il resto della vita.
La vendetta è tutto ciò che rimane a Ludvík, espulso dal partito e dall'Università per una cartolina dal tono provocatorio. La vendetta è l'unico motore della sua vita da quel giorno fatale. Ma seppur vittime di ingiustizie, vale la pena vivere sotto il dominio del rancore? Non si è forse prigionieri di un'altra e peggiore dittatura? Ludvík lo capisce, troppo tardi, nel corso di una giornata in cui errori su errori si accumulano con ritmo impietoso. In una sola giornata il Destino riallaccia i fili, unisce passato e presente insegnando che le cose nate per errore sono tanto reali quanto le cose nate a ragione e per necessità.

 Con Lo scherzo (1967) Milan Kundera esordisce come romanziere. La sua narrazione fluida trasporta il lettore all'interno stesso della psiche dei personaggi. La profonda introspezione, la struttura "a più voci" e la sensazione di un tempo "sospeso", conferiscono un fascino indiscutibile all'opera dello scrittore boemo. Una lettura da non perdere.

domenica 6 ottobre 2013

Ottobre - Rubrica musicale #2

 A brisa do coracao (La brezza del cuore) di Enio Morricone

Colonna sonora del film Sostiene Pereira, tratto dall'omonimo romanzo (mia recensione qui) di Antonio Tabucchi. Musica perfetta per una pellicola che rende degnamente onore al capolavoro dello scrittore italiano.



E qui il testo della canzone, sia in lingua originale che in italiano.

O segredo a descobrir está fechado em nós
O tesouro brilha aqui embala o coraço mas
Está escondido nas palavras e nas mos ardentes
Na doçura de chorar nas carícias quentes

No brilho azul do ar uma gaivota
No mar branco de espuma sonora
Curiosa espreita as velas cor de rosa
A procurado nosso tesouro

O segredo a descobrir está fechado em nós
O tesouro brilha aqui embala o coraço mas
Está escondido nas palavras e nas mos ardentes
Na doçura de chorar nas carícias quentes

A brisa brinca como uma gazela
Sobre todo o branco e a Rua do Ouro
Curiosa espreita a sombra da janela
A procura do nosso tesouro"

O segredo a descobrir está fechado em nós
O tesouro brilha aqui embala o coraço mas
Está escondido nas palavras e nas mos ardentes
Na doçura de chorar nas carícias quentes

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Il segreto da scoprire è chiuso in noi
il tesoro che brilla qui dondola in cuore ma
è nascosto nelle parole e nelle mani ardenti
nella dolcezza del pianto nelle calde carezze

nell'aria blu e brillante un gabbiano
nel mare bianco di schiuma sonora
curiosa osserva le vele rosa
cercando il nostro tesoro

Il segreto da scoprire è chiuso in noi
il tesoro che brilla qui dondola in cuore ma
è nascosto nelle parole e nelle mani ardenti
nella dolcezza del pianto nelle calde carezze

la brezza gioca come una gazzella
su tutte le strade bianche e d'oro
curiosa guarda le ombre delle finestre
cercando il nostro tesoro

Il segreto da scoprire è chiuso in noi
il tesoro che brilla qui dondola in cuore ma
è nascosto nelle parole e nelle mani ardenti
nella dolcezza del pianto nelle calde carezze

sabato 20 luglio 2013

Società e cultura in un mondo distopico [Parte 2]

I roghi di Fahrenheit 451

Il più celebre romanzo di Ray Bradbury descrive una fra le più inquietanti e verosimili distopie. In un futuro imprecisato, ma che sembra lo specchio della realtà, i libri sono proibiti e vengono dati alle fiamme dai pompieri, il cui ruolo è quindi grottescamente rovesciato. «Era una gioia appiccare il fuoco» afferma Montag, il protagonista, nell'incipit del romanzo, dimostrando di essere succube del condizionamento di un governo oppressivo e totalitario. Un governo che alla cultura sostituisce uno stato di connessione permanente, grazie agli schermi televisivi che occupano le intere pareti di una stanza. Tuttavia, grazie all'incontro con una ragazzina stravagante, Montag scopre di condurre un'esistenza vuota e passiva, di non essere veramente felice. Diventa quindi un “fuorilegge” salvando alcuni libri dagli spietati roghi e nascondendoli in casa per leggerli. La moglie, modello del cittadino medio perfettamente inquadrato, tradisce il protagonista, il quale infine si rifugia in una comunità di vagabondi la cui solenne missione è quella di “ricordare” i libri, conservare i testi di interi volumi nelle loro teste, per poi tramandarli e rigenerare la cultura perduta.
Controllo capillare dell'informazione, distruzione della cultura, società indifferente e remissiva: gli ingredienti di una “perfetta” distopia sono ben noti a Bradbury. Lo scrittore stesso dichiara in una recente intervista per La Repubblica: «Fahrenheit 451 è l'unico libro che ho scritto in cui parlo di cose che sono accadute o che possono accadere davvero. Per questo è un libro ancora attuale, non solo per i temi della censura, delle dittature che ancora nel mondo pensano di poter controllare il pensiero umano, decidendo cosa i cittadini possono leggere e cosa no. […] Penso che la "società dello spettacolo" in cui vogliono farci vivere sia fatta apposta per non far pensare la gente, e che la "società dell'informazione" sia costruita in modo che la gente si illuda di pensare davvero. Poi, per fortuna, ci sono ancora i libri, che non fanno parte solo della nostra storia, ma sono parte integrante del nostro futuro. […] Il mio lavoro, in realtà, è quello di aiutare a farvi innamorare. Innamorare della vita, delle meraviglie del mondo che abbiamo attorno, delle persone che incontrate, delle scoperte straordinarie che ognuno di noi fa nel corso della sua vita».



«Riempi loro i crani di dati non combustibili, imbottiscili di "fatti" al punto che non si possano più muovere tanto son pieni, ma sicuri d'essere "veramente bene informati". Dopodiché avranno la certezza di pensare, la sensazione del movimento, quando in realtà sono fermi come un macigno. E saranno felici, perché fatti di questo genere sono sempre gli stessi. Non dar loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia o la sociologia affiché possano pescare con questi ami fatti ch'è meglio restino dove si trovano. Con ami simili, pescheranno la malinconia e la tristezza.»

martedì 2 luglio 2013

La perfezione distorta de "Il Mondo Nuovo"



«Le utopie appaiono oggi assai più realizzabili di quanto non si credesse un tempo. E noi ci troviamo attualmente davanti a una questione ben più angosciosa: come evitare la loro realizzazione definitiva? [...] Le utopie sono realizzabili. La vita marcia verso le utopie. E forse un secolo nuovo comincia; un secolo nel quale gli intellettuali e la classe colta penseranno ai mezzi d'evitare le utopie e di ritornare a una società non utopistica, meno "perfetta" e più libera.»
[Nicola Berdiaeff – dall'epigrafe de Il Mondo Nuovo]



Brave New World (titolo originale del famoso romanzo di Aldous Huxley) esce nel 1932, in un clima politico assai inquietante. In Europa si stanno consolidando le ideologie militaresche dei diversi totalitarismi, le nuove parole d'ordine sono “programma” e “organizzazione”. Si tratta dunque di un mondo in pericolo, dove l'intervento massiccio dello Stato nella vita privata e la massificazione generale della società minacciano la conservazione dell'individualità.
Sono questi infatti gli oggetti della pungente critica huxleyana, che si propone di rovesciare l'ordine della perfezione e del benessere sociale a cui ammiccano i governi totalitari. Ne Il Mondo Nuovo, Huxley capovolge l'utopia nella distopia utilizzando una satira irriverente. La narrazione è limpida, tuttavia polemica, declamata, quasi favolistica: un particolare tono di sfida si ritrova nella macchinosa construzione del paradosso, nello smantellamento del buon senso e dei luoghi comuni.
Nel mondo di Huxley il calendario segue la numerazione dell'Anno di Ford, il fondatore dello Stato Mondiale perfetto, i cui principi sono: Comunità, Identità, Stabilità. In nome di questi valori, grazie ad uno sviluppo tecnologico senza precedenti, la società è stata suddivisa in classi sociali fisse, determinate dal corredo genetico. Le nascite infatti sono realizzate totalmente con metodi artificiali, si potrebbe dire “in serie”, e ad ogni categoria sono assegnate caratteristiche psico-fisiche che permettono di raggiungere un livello di benessere e felicità “appropriato”. Il condizionamento psicologico viene effettuato col sistema dell'ipnopedia, cioè l'insegnamento nel sonno condotto grazie a particolari apparecchi radio durante tutto il periodo dell'infanzia.
In questa realtà paradossale si sviluppa la storia di Bernardo Marx, appartenente alla prestigiosa classe Alfa Plus, ma dall'animo sovversivo. Accompagnato da Lenina Crowne, una donna perfettamente inquadrata nel sistema, il protagonista si reca nelle terre sconosciute dove incontra John il Selvaggio. Il giovane tenta di spiegare a Bernardo la necessità di recuperare la naturalità, di salvaguardare le tradizioni, di credere nella fede e nell'amore. Colpito dalla sua stravaganza e affascinato dalla possibilità di diventare famoso e venerato, Bernardo porta John nel Mondo Nuovo per mostrarlo alla Comunità come un fenomeno da circo. Tuttavia il ragazzo, incapace di adattarsi alla società alienante e tecnicizzata, si ritira in isolamento conducendo una vita da penitente. Infine, dopo una notte inconsapevole di danze orgiastiche, si toglie la vita sopraffatto dall'orrore per il proprio comportamento immorale. Questo racconto, in apparenza lineare, nasconde tematiche complesse. Analizzando il processo di trasformazione della moderna società industriale, Huxley individua i pericoli dell'efficientismo, della burocrazia, del consumismo, della quantificazione dei principi vitali. L'estraniazione dell'uomo dalla sua essenza biologica, sottolineata dal processo di fecondazione e nascita artificiale, è una forma di dissoluzione totale dell'individuo, una rottura del suo rapporto organico col mondo. Come modello da opporre a tale realtà disumanizzante, lo scrittore riprende il mito del buon selvaggio roussoiano, incarnato dallo sventurato John. Il Selvaggio rappresenta il recupero dell'aggressività istintuale, una calata nel mondo dell'inconscio; ciononostante non diventa un eroe, ma rimane una vittima del sistema, trasformato da figura utopica a simbolo distopico. La denuncia huxleyana non risparmia l'automatismo nel processo lavorativo, la razionalità produttivistica e l'omologazione forzata, alcuni dei grandi mali dell'età moderna che hanno portato alla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale.

giovedì 8 novembre 2012

La donna



Quando la donna seduta di fronte a me si chinò per cercare qualcosa nella borsa, una pioggia di lunghi capelli biondi le coprì il volto e le mani.
In quel momento uno strano pensiero mi balenò nella mente, cioè che dietro quella chioma voluminosa potesse per un attimo rivelarsi il reale stato d’animo della donna, per tante ore di viaggio nascosto sotto una maschera impassibile. Un sorriso per un ricordo felice, una lacrima per un amore perduto, un’espressione corrucciata di stanchezza, chissà. Nessuno poteva sapere cosa celavano quei capelli chiari. Si era creato, in qualche modo, uno sfasamento temporale fra l’io interiore della donna e la realtà esterna. Il suo tempo personale aveva rallentato un poco il proprio corso ed ella era entrata in una dimensione appartata, più intima, per ritornare la vera se stessa, anche solo per alcuni istanti. Immaginavo allora un ghigno beffardo sul volto nascosto, che sembrava dire: «In questo momento sono libera, non avete alcun potere su di me»
Ma naturalmente tutto questo era un curioso gioco dell’immaginazione. Nemmeno mi ero accorta che la donna si era già risollevata e teneva fra le mani una minuscola busta di plastica contenente un gioiello. Mi presi allora la libertà di osservarla meglio, approfittando del suo sguardo abbassato sull’ornamento per non sembrare invadente.
Nel complesso si trattava di una persona piuttosto anonima, una comune signora di mezz’età che non si distingueva per un alcun particolare fisico, eccezion fatta per la corporatura decisamente robusta. Di certo non si poteva definire bella, ma non vi era alcun motivo per dire che fosse brutta.
Non sembrava, a giudicare dai vestiti e dagli accessori, particolarmente ricca, ma nemmeno aveva l’aspetto sciupato di chi suda per arrivare alla fine del mese. Insomma, era una persona qualsiasi.
Tuttavia c’era in lei qualcosa di dissonante, qualcosa che ad una sola occhiata suscitava nell’osservatore una sensazione di contrasto. Forse la mia fantasia correva troppo, ma non potevo fare a meno di pensare che quella donna portasse il fardello di un conflitto interiore. Per quale legge trascendente emanasse da lei questo senso di disagio, non avrei saputo dirlo. Poteva anche trattarsi semplicemente di una mia illusione.
Mi concentrai sul suo abbigliamento e, ad una più attenta analisi, notai particolari insoliti che prima mi erano sfuggiti. Portava strani occhiali da sole rotondi, dalla lente appena rosata e quasi trasparente, che indossati sul viso incorniciato dalla lunga capigliatura mi ricordavano lo stile un po’ hippy di John Lennon. Ma l’effetto di discordanza era dato soprattutto dall’abbinamento di una tuta di pile con degli stivaletti scamosciati molto in voga fra le ragazze più giovani. Mi chiesi quale attività richiedesse una combinazione di vestiti così particolare e formulai un’ipotesi tutta mia. Combinai dunque la presenza di un grande zaino nero da palestra, sul sedile accanto alla donna, con il leggero untore dell’attaccatura dei capelli, arrivando alla conclusione che stesse tornando a casa da un faticoso pomeriggio di ginnastica. Magari, per la stanchezza dopo l’esercizio fisico, aveva preferito tenere addosso la tuta cambiando solamente le scarpe.
Cercai di reprimere un ridicolo orgoglio per le mie brillanti capacità investigative, ripetendo a me stessa che si trattava solo di un modo per far passare il tempo.
Intanto, a causa di quel mio fantasioso divagare, avevo dimenticato la sensazione di incoerenza di poco prima. Stavo proprio ridendo delle mie assurde considerazioni, quando dalla piccola busta trasparente la donna estrasse un rosario.
La cosa mi sorprese notevolmente e inizialmente non ne capii il motivo. Dopotutto moltissime persone tengono al collo un rosario o un crocifisso. Eppure, nel gesto di mettere al collo il sacro ornamento notai una certa ostentazione che si accentuò poco dopo, quando la donna indossò un paio di grandi orecchini a forma di croce, sempre provenienti dalla busta di plastica. Non si trattava semplicemente di esibire i simboli del proprio credo religioso, la donna stava lanciando un messaggio chiaro e forte a tutte le persone presenti. Lei era cristiana, assolutamente devota, ed era felice perché aveva una certezza: la sua fede incrollabile le avrebbe garantito il meglio della vita.
Non mi stupii di osservare una nuova luce nei suoi occhi. Il viso mostrava ora un’espressione che racchiudeva sollievo e soddisfazione. Potevo addirittura scorgere una punta di orgoglio nella disinvoltura con cui adesso stava ripiegando la busta trasparente per rimetterla nella borsa.
La misteriosa sensazione di incoerenza di poco prima aveva dunque una spiegazione assai semplice.
La donna si trovava effettivamente a disagio, ma non per un profondo conflitto interiore, bensì perché si sentiva in qualche modo “nuda”, indifesa. Senza i simboli religiosi che indossava tutti i giorni, aveva perso una parte importante della sua identità. Forse per un attimo aveva persino dubitato della sua fede e questo l’aveva fatta sentire perduta. Forse nel momento in cui il viso era nascosto dai capelli aveva davvero versato una lacrima, ma non per un amore perduto. Più probabilmente per il rimorso di aver dubitato anche un solo istante.
Così ora, carceriera di se stessa, la donna si era nuovamente rifugiata tra le solide pareti della sua salvifica devozione. Prigioniera di un’idea, ma finalmente felice.
L’altoparlante annunciò con voce metallica la mia fermata: sorrisi educatamente e mi preparai a scendere.

lunedì 27 agosto 2012

Sostiene Pereira

A quale prezzo si ottiene la libertà?

Pereira sembra tutto fuorché un eroe: un giornalista vecchio, grasso e profondamente solo.
Eppure Pereira è un eroe. La sua è una lotta silenziosa, nascosta fra le righe degli articoli che scrive per la pagina culturale del Lisboa, un giornale cattolico perfettamente inquadrato nel regime Salazarista. La sofferenza di Pereira, che non può scrivere liberamente e vede fuggire tutti gli intellettuali dal suo Paese, spira dalle pagine insieme alla caligine di un'afosa Lisbona degli anni '30, teatro di questo dramma - non solo -  interiore.
Sebbene Pereira si lamenti continuamente, con il quadro di sua moglie, di quel Monteiro Rossi che lo sta mettendo nei guai, per qualche motivo continua ad aiutarlo. Per un qualcosa, una sensazione che non sa - o non vuole - spiegarsi, Pereira conserva in un cassetto tutti gli articoli "impubblicabili" del giovane. Ed il giorno in cui l'ingiustizia trionfa, Pereira capisce che il suo ruolo è cambiato e il Portogallo non è più un posto adatto a lui.
"Sostiene Pereira", questa frase che dà il titolo al romanzo e si ripete, come un leit motiv, numerose volte nel corso del romanzo, conferisce alla storia un ritmo cadenzato e particolare. Al di là di ogni aspettativa, questo eccesso di ripetizioni non stanca il lettore, bensì lo conquista. La narrazione, limpida e pacata, procede tuttavia con un crescendo di tensione, ed il tragico finale colpisce il lettore come acqua gelata. Nonostante si possa sorridere di fronte a quel misto di divertimento e tenerezza con cui il narratore guarda al suo protagonista, Sostiene Pereira non è una storia allegra. E' la testimonianza di qualcosa di orribile, del dolore di un uomo che assiste alla distruzione di tutti i valori in cui crede.
La vicenda di Pereira, tuttavia, non porta solo tristezza nel cuore, ma contiene una forza indescrivibile, capace di commuovere, ed allo stesso tempo, di accendere nell'animo un'indomabile voglia di giustizia. Sostiene Pereira è un inno alla libertà.
Antonio Tabucchi, che ha abbandonato questo mondo la scorsa primavera, è l'autore di un romanzo che unisce una storia malinconica e bellissima ad uno stile che rivela tutta la maestria di uno dei più grandi scrittori italiani. In precedenza apprezzato e premiato per Notturno indiano, Tabucchi diventa definitivamente conosciuto dal grande pubblico con la pubblicazione di Sostiene Pereira, dal quale viene tratto un film omonimo, con Marcello Mastroianni nei panni del giornalista.

sabato 11 agosto 2012

Gioventù avariata

La crisi c'è per tutti è ormai una un'espressione di uso quotidiano. La sento spesso pronunciare con leggerezza, o accompagnata da una risata stridula e forzata, come per scongiurare un grande pericolo. Peccato che quel pericolo abbia già penetrato le nostre case, depositandosi su ogni cosa e su ogni persona come l'odore di fritto, opprimente per il respiro, che si attacca a tutto e se ne va solo dopo una bella lavata. Avremmo bisogno di una grande pulizia di primavera, anche in questa torrida estate. Bisognerebbe attuare un radicale rinnovamento, una selezione delle cose vecchie e logore da buttare e di quelle nuove e utili da tenere. E naturalmente dovremmo rivolgerci ai giovani, unica speranza per il futuro, per compiere questa grande impresa, per risollevare non solo il nostro Paese, ma tutto il mondo da una delle peggiori crisi della Storia.

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Ma ecco il desolante scenario che ci si presenta davanti: ragazzi e ragazze technology addicted, incapaci di comunicare se non per via mediatica, per lo più dipendenti da alcool e fumo. Per non parlare della tendenza all'omologazione, del progressivo abbassamento del livello culturale delle masse, della mancanza di valori e prospettive. E ancora, bambini violenti e intolleranti verso i loro coetanei fin dalla più tenera età, bambini viziati e prepotenti. Che razza di persone diventeranno, quando saranno adulti? Come possiamo affidare il futuro della Terra a persone a tal punto prive di giudizio, individualità, responsabilità, spirito di iniziativa e collaborazione? Si apre una prospettiva a dir poco inquietante. Forse non siamo molto lontani dai terribili mondi distopici di alcuni romanzi sci-fi.
Le nuove generazioni sono allo sfascio, questo è certo. E' una cosa di cui ci si puo' accorgere facilmente guardandosi intorno, osservando bambini e ragazzi, ascoltando quel poco che han da dire. Me ne accorgo io stessa, nella piccola realtà di un paese di campagna, dove una delle maggiori preoccupazioni della gente è quella di essere super-aggiornata sui fatti del vicino di casa. A volte mi capita di ascoltare o partecipare ad assurde conversazioni tra ragazzi e ragazze all'incirca della mia età e mi accorgo allora in quali proporzioni la crisi abbia investito i giovani, ed in quale modo subdolo e meschino. Perché i giovani stessi non si rendono conto del degrado della realtà in cui vivono ed è proprio questo lo scopo di coloro che utilizzano a proprio vantaggio il male delle altre persone.
Cercherò quindi di spiegarvi in cosa consiste questa crisi dei giovani e dirvi quali sono i fattori che la alimentano. Non voglio imbarcarmi nella scrittura di un saggio lungo e pesante, ma porterò esempi della mia esperienza personale, così, miei cari lettori, potrete giudicare voi stessi fino a che punto siamo arrivati. Dovrò scavare a fondo nella squallida quotidianità dei nuovi adolescenti e forse potremo trovare insieme una via d'uscita, un modo per fermare questo vortice che ci sta trascinando nell'abisso.
Partirò con una semplice schematizzazione della situazione attuale che ho realizzato io stessa. Potrete vedere molto chiaramente il loop che tiene prigionieri i giovani d'oggi.





Comincerò a parlare dell'ambito sociale, perché ritengo sia il nucleo del problema. La socialità è una caratteristica innata dell'essere umano, che si sviluppa fin dai primi anni di vita, un po' per imitazione, un po' per istinto. La capacità di relazionarsi con i propri simili nel modo più appropriato deve essere insegnata al bambino prima di tutto dal genitore e in seguito anche dagli insegnanti, nel suo percorso di formazione. Tuttavia, a me sembra che molti genitori non prendano sul serio questa tappa fondamentale della crescita dei loro figli. Proprio nel momento in cui essi avrebbero più bisogno della loro presenza, li abbandonano davanti alla televisione o davanti al videogame. Oppure li "parcheggiano" al pre-scuola, al dopo-scuola o al cre estivo. Molte persone al posto del loro affetto, nutrono i propri figli con dannosi surrogati. Non c'è da stupirsi (e tuttavia non riesco a non stupirmi) se molti bambini crescono come piccoli tiranni.
Vi propongo subito un episodio inquietante che mi è stato raccontato. Il figlio di una persona che stimo e alla quale sono affezionata, ha subito un grande trauma all'età di circa 3-4 anni (ora è uno splendido e intellegente bambino di 8 anni). Tornava a casa dall'asilo piangendo, dicendo di non volerci tornare. Aveva gli incubi la notte, si svegliava gridando. La madre, preoccupata, è andata a parlare con le maestre ed ha così scoperto che il piccolo era stato messo in un angolo e picchiato dai suoi coetanei, più di una volta! Lui non reagiva, perché i genitori gli avevano insegnato a non picchiare gli altri bambini! Sono rimasta sconcertata quando mi è stato raccontato il fatto. Non avrei mai immaginato che bambini così piccoli fossero capaci di formare delle vere e proprie bande di bulletti prepotenti.
Come si spiega il comportamento di questi bambini? Non serve essere esperti psicologi per dirlo. Ormai è infatti risaputo che i videogame violenti - così diffusi tra le nostre famiglie - hanno un'influenza altamente negativa sui bambini e i ragazzi in generale. Ma non solo, perché molti cartoni animati trasmessi alla televisione nelle ore più strategiche - la mattina a colazione, il pomeriggio all'ora della merenda - sono incentrati su combattimenti, lotte, guerre. E checché ne dicano esperti o meno, non è solo il sangue a determinare la violenza di film e cartoni animati. Perché dunque - mi appello ai genitori - non regalate un buon libro ai vostri figli? Un libro che parli d'amore e d'amicizia, un libro che parli di scienza, di storia, di avventure in mondi fantastici. Spronateli a leggere e ad imparare, spegnete quella scatola ronzante che tenete in cucina: si puo' vivere anche (e meglio) senza, credetemi.

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Ma proseguiamo questa triste analisi e addentriamoci nell'oscuro mondo dell'età adolescenziale. Molti genitori sono a dir poco terrorizzati da questo drastico passaggio, da questa metamorfosi dei loro bambini in persone (quasi) adulte. Ecco il momento dei silenzi senza motivo, degli inspiegabili e repentini cambiamenti d'umore, dell'atteggiamento arrogante e irrispettoso. Ma l'adolescenza non è sinonimo di ribellione. E' invece il delicato periodo in cui si forma la personalità di un individuo; è, per così dire, il momento in cui si ripassano per bene i contorni di un disegno per fargli assumere la forma definitiva. Detto ciò, è evidente che gli adolescenti siano esrtremamente malleabili e influenzabili nelle loro scelte e nel loro sistema di pensiero. La frase di un insegnante, il consiglio di un amico, un'esperienza positiva o negativa, possono determinare una svolta radicale nel comportamento di un giovane.
Questa, purtroppo, è una cosa ben risaputa nel mondo della televisione e dei media in generale. Il potere della pubblicità, sottovalutato dai consumatori privati, è ben conosciuto e sfruttato da tutti i potenti del mondo. L'influenza della pubblicità è tale da ridurre notevolmente il nostro libero arbitrio. E se gli adulti, già temprati da numerose esperienze personali, sono estremamente influenzati dalla pubblicità, cosa possiamo pensare dei giovani? So che è difficile convincersi di queste parole, io stessa che scrivo tendo a sentirmi immune da questo potere. Eppure, usando la razionalità, comprendo che i miei gusti sono condizionati, per quanto io mi sforzi di estraniarmi dalle tendenze generali. Ma se fatico a trovare i segni del condizionamento in me stessa, non posso dire altrettanto della gente intorno a me. Mi accorgo chiaramente di quanto una persona sia influenzata dai media nel modo di vestire, di parlare, di atteggiarsi, nei gusti e nelle idee.
L'esempio più significativo è quello della moda. Il concetto di moda non deve essere associato semplicemente all'abbigliamento, ma deve essere esteso a tutto ciò che consideriamo di tendenza. Non solo alcuni oggetti si possono definire trendy, ma anche (purtroppo) alcuni modi di comportarsi, alcuni modi di comunicare. Insomma, l'importante non è chi sei, ma quello che hai o quello che fai.

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Caso emblematico è quello dei social networks - idolatrati dalla maggioranza delle persone - che sembrano essere indispensabili per la vita sociale del XXI secolo. In realtà, i vari Facebook, Twitter, MySpace invece che aiutare a relazionarsi con gli altri, hanno notevolmente peggiorato la socialità della gente, ed in particolare quella delle nuove generazioni. Ora, poiché mi piace essere equilibrata e razionale, devo chiarire che non è il social network in sè ad essere dannoso, ma l'immagine che si è creata attorno ad esso e di conseguenza, l'uso che ne viene fatto. E' un classico discorso che viene spesso associato alla scienza e alla tecnologia, ma non è banale come sembra. L'invenzione della rete Web, forse una delle più importanti e rivoluzionarie del XX secolo, è nata proprio con lo scopo della condivisione dell'informazione. Informazione però che non viene proposta allo spettatore passivo, ma che deve essere cercata, analizzata e criticata dal singolo utente. Dunque, per non divagare troppo, anche il social network puo' essere un ottimo modo per la condivisione di informazioni e news dell'ultimo secondo. Il problema sta nel rapporto che si è venuto a creare tra l'utente e il mondo del social virtuale, fondamentalmente un rapporto di dipendenza.
Tutte le volte che vado a casa di amiche e accendiamo il computer, la prima cosa che vedo fare è controllare le notifiche su Facebook. Magari avevano spento il pc solo qualche minuto prima che arrivassi. Ma talvolta, anche persone ospiti da me mi hanno chiesto di "andare un attimo su Facebook" per controllare non so cosa. Insomma, se non sei tranquillo senza aprire Faccialibro ogni dieci minuti, non puoi negare di avere qualche problema. E io, dopo averci riflettuto un po', ho capito qual è il problema, perché i social networks sono così amati.

Tutti lo fanno, nessuno vuole ammetterlo: spiare le altre persone. Facebook è lo strumento assolutamente infallibile per scoprire cosa fa, cosa pensa, cosa piace ad una persona; è come un esteso documento d'identità che contiente tutte le informazioni più appetitose per i curiosi ficcanaso. E' inutile che mi vengano a dire che è comodo per restare in contatto, perché allora il buon vecchio MSN era più che sufficiente. La verità non è altro che questa, e cioè che grazie all'onnisciente Facebook, ora tutti possono soddisfare le proprie morbose curiosità. "E' ridicolo non iscriversi a Facebook per una questione di principio" mi è stato detto. Io, che sono una persona a cui non piace discutere, non ho risposto. Ma dentro di me sono rimasta sconvolta: lasciando perdere il fatto che ho i miei buoni motivi per non iscrivermi, vorreste dirmi che non ho neppure la libertà di avere un MIO PRINCIPIO indiscutibile?! Qui Orwell direbbe con soddisfazione: "Cosa vi avevo detto?" Altro che 1984!
Ma per fortuna che conservo qualche principio mio, non influenzato dalla tendenza di massa!


Twitter, il secondo social network più conosciuto, ha un altro problema. Sicuramente è anch'esso un veicolo di informazioni personali, ma più che altro viene utilizzato come una sorta di diario. La gente (l'ho fatto anch'io per un certo periodo, poi mi sono accorta della stupidità della cosa) scrive ogni minuto quello che sta facendo, se è stanca, se è felice, se è triste, se è arrabbiata, condividendo addirittura le funzioni biologiche (fino a questo punto non ci sono arrivata!). Twitter è il deposito degli sfoghi di tutte le persone incomprese e depresse oppure il biglietto da visita di individui che si sentono strafighi. Ma è apprezzato ancora di più da una moltitudine di bimbiminkia che impazziscono per questa o quella star del momento. Infatti Twitter, a differenza di Facebook, viene utilizzato direttamente anche da alcuni VIP e ci sono innumerevoli stupidi che credono di farsi notare, adulandoli in modo patetico. Io sono iscritta a Twitter, e non ho ancora capito se mi risulti di una qualche utilità o meno. Più che altro lo uso per pubblicizzare il blog.

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Ora, che sarete stanchi dopo questa lunga lettura (e vi avverto, ne manca ancora!), vi propongo una chicca del noto youtuber Canesecco. Buona visione!





Vi siete fatti qualche risata? Bene, sono contenta. E' ora di rimetterci al lavoro.

Riprendiamo dunque la questione della moda. Al giorno d'oggi, per essere trendy, non basta indossare abiti griffati, ma bisogna stare attenti a come si sceglie di passare il tempo libero. Perché se preferisci i libri alla discoteca o una serata in pizzeria all'happy hour, allora sei out. Sei simpatico sì, nessuno ha niente contro di te, però, come dire, sei un po' indietro rispetto ai tempi. Ti perdi la cosa più bella, amico, lo sballo!
No alcol, no party. Questo è il nuovo slogan. Anche le feste di compleanno ormai devono seguire le inflessibili regole dell'eccesso e della trasgressione. Le basi fondamentali di un party alla moda sono due:
1. Abbondanza di alcol: "Devo farmi qualche cicchetto perché altrimenti non riesco a ballare"
L'ho sentito con le mie orecchie. Tralasciando che "ballare" è una parola grossa per la discoteca, se non puoi fare a meno dell'alcol vuol dire che fondamentalmente ti vergogni di quello che consideri un divertimento. Ma chi ti costringe a farlo allora? Solo perché lo fanno tutti? Allora se diventasse di moda buttarsi nei pozzi, ti butteresti per primo? Non fa una piega.
2.Un numero esagerato di persone, ovvero il caos: "Ma alla festa di... Saremo solo in 20? Ma siamo pochissimi, che brutto...e poi cosa facciamo dopo aver mangiato? Dobbiamo assolutamente trovare qualcosa da fare, altrimenti è una noia e se ne vanno tutti."
Altra frase che ho sentito in prima persona. Innanzitutto, più persone ci sono, più la festa diventa dispersiva ed è difficile trovare qualcosa che possa coinvolgere tutti. Inoltre, perché tutti disdegnano il primo e fondamentale dono dell'Uomo, la parola? Discutere, scambiarsi opinioni, raccontare storie interessanti e divertenti, ascoltare l'esperienza di altre persone... Sono forse attività noiose? Da parte mia, ritengo siano queste le basi della vera vita sociale.

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E perché, secondo voi, tutti questi giovani cercano la trasgressione? E' un cane che si morde la coda, come già spiegato. Da una parte la pubblicità propone il binomio ALCOL=DIVERTIMENTO (nel video qui sotto potrete vederne alcuni esempi); dall'altra è il bisogno inconscio di evadare da una realtà sempre più degradata. E qui entriamo nell'ambito economico.



Essere alla moda è molto costoso. Pensate ai nuovi gadget high-tech, ai vestiti, a quanti soldi servono per uscire il sabato sera, tra benzina, cena, discoteca e alcolici.
Il problema qui riguarda la famiglia. Anche se la crisi economica ha ridotto di non poco lo spessore dei portafogli, molte famiglie mantengono il tenore di vita degli anni scorsi. Insomma, si vive al di sopra delle proprie possibilità sperando nell'arrivo della gallina dalle uova d'oro.
Inoltre si è progressivamente sviluppata la mentalità del: "Mio figlio deve avere tutto, deve poter fare tutto quello che vuole, è sempre lui la vittima, deve essere sostenuto in tutto e per tutto". E' sempre la stessa questione: per "rimediare" ad un rapporto troppo distaccato, si vizia il figlio assecondandolo in tutte le sue richieste. Così, tra uno smartphone e un iPad, sono sempre meno le risorse dedicate all'istruzione. Non che le famiglie rinuncino alle varie spese connesse alla scuola: quello che manca è l'incoraggiamento. Sono pochi i genitori che spronano i propri figli ad approfondire questioni e tematiche che vengono affrontate sui banchi di scuola. Allo stesso tempo però, è generalmente diffuso un certo orgoglio egoistico, per cui il figlio è perfetto e se ha dei problemi è sempre colpa degli altri. Mi racconta spesso il mio papà che quando era un bambino, se uno tornava a casa lamentandosi di essere stato picchiato dall'insegnante, i genitori rincaravano la dose, perché di sicuro se l'era meritato. Oggi, maestri e professori ricevono insulti e minacce - denunce, talvolta - se bocciano i bambini con delle difficoltà (e anche di questo ho i testimoni diretti, credetemi).

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Questo problema, unito alle cifre non indifferenti che richiede la frequentazione di scuole superiori ed univeristà, ha fatto sì che il livello culturale di massa si sia abbassato notevolmente in questi ultimi tempi. La cultura è ormai un privilegio dei ricchi, che possono permettersi di mandare i propri figli a prestigiosi istituti privati (per saperne di più: La scuola di serie B ). Chi invece non dispone di grandi patrimoni si deve accontentare di scuole pubbliche in cui talvolta manca adddirittura la carta igienica.
Non c'è da stupirsi poi se i giovani non si sentono motivati nello studio.
Non c'è da stupirsi se navigando sul web si trovano queste cose.



Avete riso? Vi capisco, ma ci sarebbe da piangere.
Sempre per restare in tema vi propongo un estratto di una conversazione fra due ragazzine di prima superiore che ho sentito, aspettando il treno la mattina.
Devo fare una piccola premessa: nel mio liceo, da un paio d'anni, grazie alla fantastica riforma Gelmini, sono state notevolmente ridotte le ore settimanali. Io, mantenendo il programma precedente, da settembre avrò tre giorni con cinque ore di lezione e tre giorni con sei. I nuovi arrivati non hanno neanche tutte le mattine da cinque ore, ma alcune da quattro. Le "seste ore", come le chiamiamo in gergo, non sapranno mai cosa siano.

A: "Facciamo qualcosa oggi dopo la scuola? A che ora esci?"
B: "Oh che palle, oggi ho cinque ore, quindi esco all'una meno dieci."
A: "Cinque ore?! Dev'essere una noia!"
B: "Madonna, ti giuro, se dovessi fare cinque ore tutti i giorni non ce la farei!"

Ovviamente non sono le parole esatte che hanno detto, ma il succo era questo. Non saprei come commentare questo episodio, credo dica tutto da sè.

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Bene, sono ormai alla fine di questo lungo monologo. Naturalmente non ho potuto affrontare tutte le tematiche relative al degrado delle nuove generazioni: ci sarebbero tante altre cose da dire.
In ogni caso, quello che ho scritto non è il frutto di un cavilloso ragionamento mentale, ma un semplice reportage nato dalla mia esperienza di giovane in mezzo ai giovani.
Mi aspetto delle critiche, senza dubbio. Sicuramente qualcuno mi accuserà di saltare alle conclusioni troppo in fretta, di non avere la mente abbastanza lucida in quanto parlo di una realtà in cui vivo e da cui potrei sentirmi urtata. E invito questo qualcuno a spiegarmi il suo punto di vista, a dirmi quello che pensa, perché questo post vuole essere una provocazione, una scintilla per accendere una discussione.
Sento la necessità confrontarmi con altre persone, non importa la loro opinione, perché devo capire fin dove arriva la mia capacità di osservazione ed analisi della realtà. Devo sapere se altri percepiscono il mio stesso disagio, se condividono le mie paure riguardo al futuro, o se mi sto fasciando la testa per niente.

Ma soprattutto voglio suscitare indignazione! Voglio che, leggendo le mie parole, rimangano indignati tutti coloro che si sentono estranei allo squallore di cui ho scritto.
Voglio che tutte queste persone urlino: NOI NON SIAMO COSI', NOI SIAMO MIGLIORI!
Voglio sentire qualcuno pronto a combattere per far valere la propria persona, pronto ad unire le proprie forze per trasformare questo mondo in un posto migliore.

Un giorno spiegavo ad una cara amica:
"Tutti noi dovremmo impegnarci al massimo in ogni cosa che facciamo, non importa compiere grandi imprese per essere un eroe. Possiamo cambiare il mondo con le piccole cose."
E lei mi ha risposto:
"Io penso che il nostro impegno, i nostri sforzi, le nostre passioni... Non siano piccole cose, ma grandi cose."

Ho capito che aveva ragione.

domenica 27 maggio 2012

I poeti morti non scrivono gialli

PREMESSE:
1. Questa recensione è stata scritta con l'intento di vincere un concorso, dunque non è particolarmente sincera. In altre parole, nonostante gli elogi, il libro non è speciale.
2. Non ho vinto niente per il concorso di cui sopra, ma considerando i premi in palio (gioco di parole che solo pochi capiranno) non mi sono persa niente.
3. Però mi mi sembrava bella come recensione, uffa.

 
I poeti morti non scrivono gialli
Di Bjorn Larsson
 
La Svezia, patria del thriller contemporaneo, regala la sua suggestiva atmosfera ad un romanzo nuovo, un ibrido generato da un originale esperimento letterario. I poeti morti non scrivono gialli, questo il titolo dell’opera di Bjorn Larsson, viene definito in copertina «una specie di giallo», ma di tale genere non ha che l’involucro esterno. Ciò che infatti si cela dietro la struttura - forse non proprio perfetta - di un romanzo poliziesco è una profonda riflessione sul significato della poesia e dell’essere poeti.
E non a caso è un poeta, Jan Y. Nilsson, classico esempio di genio e sregolatezza, ad essere trovato impiccato nel proprio peschereccio dall’editore Karl Petersen. Egli lo aveva convinto a scrivere un thriller ed era pronto a festeggiare un sicuro successo: un buon movente per un omicidio, sospetta il commissario Barck, secondo il quale il poeta potrebbe essere stato messo a tacere per via dei contenuti “scomodi” del romanzo prossimo all’uscita. Ma appena avviata, l’indagine procede a rilento. Pochi indizi, nessuna prova. Fin a quando l’astuto poliziotto – anch’egli aspirante poeta – non si domanda se non sia l’opera stessa di Jan Y. a contenere la soluzione…
Prende così il via il gioco della storia nella storia, una raffinata mise en abîme presa come spunto per un’autocritica e un’analisi che Larsson fa del proprio romanzo. Ammettendo forse qualche debolezza nella costruzione dell’intreccio, l’autore tiene comunque a far notare che la sua opera è qualcosa di più di un banale giallo. Egli descrive infatti personaggi talvolta poco realistici, esagerati. E’ la prova dell’ingenuità di un debuttante giallista o si tratta piuttosto di una ricercata parodia degli stereotipi di questo genere?
Alle indagini sulla misteriosa morte del poeta si affianca poi una ricerca più intima sul potere della poesia che con «una frase può spingere la realtà di dieci centimetri più in là». Sembra una forza sconvolgente, che spaventa al punto da spingere all’omicidio. E’ questa una dura critica a tutte le istituzioni che nel corso della Storia hanno frenato la libertà di stampa ed espressione, eliminando il dissenso. Eppure Jan Y. non deve essere ricordato come provocatore, ma piuttosto come una persona che ha sempre creduto nella scrittura per passione, un poeta.
Sebbene danneggiato da una traduzione imperfetta, che presenta frasi di banale costruzione sintattica e imbarazzanti errori grammaticali, I poeti morti non scrivono gialli è sicuramente un romanzo piacevole, che si distingue per la sensibilità poetica e la sottile ironia da leggere fra le righe.

mercoledì 9 novembre 2011

Non ci resta che manifestare


La parola democrazia significa etimologicamente governo del popolo. L’Italia è uno Stato democratico, i cittadini eleggono i propri rappresentanti affinché questi, in loro vece, possano guidare il Paese nel rispetto delle loro volontà. Dunque i cittadini dovrebbero essere soddisfatti dello Stato che loro stessi hanno creato. Purtroppo non è così: i rappresentanti dei cittadini sono stati corrotti dall’avidità e dal desiderio di un sempre maggiore potere. Hanno dato origine ad una casta privilegiata e hanno diminuito progressivamente il potere del cittadino comune, il quale oggi può contare solo sul referendum, sull’iniziativa legislativa popolare e sulla petizione, come strumenti di democrazia diretta. Strumenti però che hanno un valore marginale e risultati effettivi scarsi.
La popolazione, desiderosa di far valere i propri diritti, ha così cominciato ad attuare forme di protesta organizzate, come scioperi e manifestazioni in piazza. Gli scioperi però non vedono grandi adesioni in quanto molte persone, che sono in una situazione economica disagiata, non possono rinunciare allo stipendio di una giornata. Spesso inoltre, attraverso uno sciopero, non si ottengono miglioramenti.
Rimane quindi l’opzione di scendere in piazza e reclamare a gran voce una maggiore giustizia. Ormai si è giunti ad un punto in cui non ha più senso domandarsi se questo sia giusto o sbagliato, perché non c’è alternativa. Ovviamente i grandi cortei hanno lati positivi e negativi e, non ultimo, devono essere organizzati e condotti con responsabilità e giudizio.
Innanzitutto, tenendo conto che l’essere umano è dotato di ragione e dovrebbe essere abituato a risolvere le dispute senza ricorrere alla violenza, una manifestazione deve essere sempre e comunque pacifica. Purtroppo, un grande assembramento di gente e la confusione che ne deriva crea molto spesso un’occasione per atti violenti e di carattere rivoltoso da parte di gruppi estremisti o vandalici (probabilmente guidati e incitati da forze occulte). Questo porta inevitabilmente al fallimento della manifestazione e al suo screditamento da parte dei media.
Tuttavia, molte volte, è proprio grazie alla diffusione delle immagini tramite la televisione o il web, che le manifestazioni di piazza hanno grande successo. Per successo s’intende non solo un grande numero di persone presenti, ma anche il coinvolgimento emotivo di coloro che non possono partecipare per via della lontananza o altri impedimenti. Infatti una manifestazione non ha solo il fine di influenzare l’azione di coloro che hanno il potere, ma anche quello di sensibilizzare il resto della popolazione riguardo un certo problema: con la volontà di un maggior numero di persone è più facile ottenere un risultato, un cambiamento.
Per quali ragioni quindi si dovrebbe gridare a gran voce la propria indignazione, organizzare cortei, occupare edifici? Le motivazioni sono innumerevoli e cambiano a seconda della condizione sociale, del luogo in cui si vive, della professione che si esercita. Nonostante ciò, è impossibile negare che il nostro Paese stia subendo una profonda crisi, non solo a livello economico, ma in tutti i settori della sua organizzazione. E’ pertanto corretto scendere in piazza per reclamare una maggiore uguaglianza, una maggiore libertà di stampa e di pensiero, per poter definire sinceramente l’Italia uno stato libero. E’ necessario denunciare il lusso scandaloso della classe dirigente, e il suo assente interessamento al problema della disoccupazione e del crescente impoverimento delle famiglie italiane, per non rischiare un crollo finanziario. E’ fondamentale cercare di salvare il diritto all’istruzione, costantemente minacciato da riforme che mirano ad un abbassamento culturale della popolazione media. E’ infine giusto reclamare una maggiore attenzione ai problemi ambientali, chiedere servizi di trasporto più funzionali ed ecologici, perché non si deve dimenticare, che se la barca affonda, i passeggeri affondano con essa.

domenica 10 luglio 2011

1984

Capolavoro della narrativa distopica, 1984 è divenuto ormai un classico della letteratura inglese del XX secolo. Realizzato tra il 1946 e il 1948, il romanzo porta un titolo allusivo quanto provocatorio, ottenuto dallo scambio delle cifre finali dell’anno stesso in cui è stato completato: con questo espediente, lo scrittore George Orwell (pseudonimo per Eric Arthur Blair) sembra voler porre un monito alla società del tempo, appena uscita dal secondo devastante conflitto mondiale e agli albori della guerra fredda. 1984, infatti, proietta il lettore in una realtà distorta, un mondo corrotto in cui regnano l’odio e la paura, nient’altro che le basi per un totalitarismo “perfetto”.
«Che cosa succede, se il passato e il mondo esterno esistono solo nella vostra mente e la vostra mente è sotto controllo?» Si chiede Winston, il protagonista, durante una delle sue tante riflessioni. Basta questo per renderlo incriminabile di psicoreato, egli ne è consapevole. Allo stesso tempo però, sa di essere nel giusto, sa che il Socing è solamente un insieme di menzogne e cova segretamente il folle desiderio di una rivolta di massa. Winston è ‘l’ultimo eroe’, che insieme alla compagna Julia, crede ancora nell’amore, nella libertà e nella dignità umana, valori destinati a scomparire per sempre a opera della neolingua, l’idioma ufficiale del Partito, che ha lo scopo di eliminare tutti i termini “non necessari” insieme ai loro concetti. Ma questo è solo uno dei numerosi strumenti di controllo del Grande Fratello, la mente onnisciente e onnipotente al vertice della gerarchia dello stato di Oceania. Essa è in continua guerra con l’Eurasia o l’Estasia, le altre due super potenze in cui è diviso il pianeta, ma poco importa quale sia il nemico e quale l’alleato, perché il passato, recente e lontano, è perfettamente modificabile e il Grande Fratello è da sempre e sempre sarà infallibile e vittorioso.
Questa angosciante considerazione accompagna il lettore per tutta la durata della narrazione che, pur essendo ricca di colpi di scena, presenta una fluidità sorprendente e rende il romanzo scorrevolissimo, quasi a creare un contrasto con la gravità dei temi trattati. 1984 è infatti un grido silenzioso, un’accusa feroce ai regimi totalitari, sia di stampo nazi-fascista che comunista, intenzionati a piegare tutta la popolazione al volere di una ristretta casta privilegiata. Ma cosa può fare un uomo solo, di fronte ad un potere illimitato e senza scrupoli? La risposta non lascia speranze: soccombere, ed accettare che 2+2=5.



 

lunedì 22 novembre 2010

Scienza e saggezza: una collaborazione vincente

In un’intervista del 2006, pubblicata da Il Corriere della Sera, la scienziata Rita Levi Montalcini ha affermato: 
“La conoscenza è per definizione un bene – forse il bene primario dell’uomo – perché senza di essa non possono esistere le altre libertà fondamentali a cui ci si appella di continuo. Gli scienziati non detengono il monopolio della saggezza. La soluzione dei problemi che affliggono il genere umano, fino a porne in pericolo la sopravvivenza, spettano in pari misura a filosofi, uomini di religione, educatori.”
Questa riflessione, pur dimostrando grande saggezza, non è completamente corretta.
Senza dubbio solo la conoscenza può garantire l’autonomia, cioè la base della vera libertà degli uomini: solo chi riesce a pensare e ad agire in modo autonomo, chi esce dagli schemi, chi non ha paura di essere diverso si può definire libero. Se si permette ad altre persone di condizionare la propria esistenza, si perde subito l’amata libertà, infatti l’influenza del pensiero altrui può far compiere delle azioni di cui in seguito è facile pentirsi. Essere condizionati da qualcuno significa essere alla sua mercé. Dunque, l’unico modo per liberarsi di tutte le influenze è quello di conoscere quanto più è possibile, essere consapevoli di ciò che ci sta intorno. Solo quando si raggiunge un alto livello di comprensione e conoscenza di tutte le cose si può pensare liberamente, nel vero senso della parola, perché solo a quel punto si riescono a capire e ad evitare gli errori degli altri.
Ritornando all’affermazione della Montalcini, è sicuramente corretto pensare che gli scienziati non siano le uniche persone sagge. Come tutti gli esseri umani, gli scienziati hanno la possibilità di sbagliare, sia per quanto riguarda la loro attività, sia per quanto riguarda le loro convinzioni o riflessioni, tant’è vero che alcune delle teorie di Einstein, forse lo scienziato più famoso della storia e una mente geniale, sono state ultimamente smentite. Inoltre non si può legare strettamente il concetto di saggezza ad altri come intelligenza o sapienza poiché al mondo ci sono persone sagge che non sono particolarmente colte o intelligenti e purtroppo ci sono molte persone con grandi capacità, ma che agiscono senza saggezza.
Quando la Montalcini si riferisce ai “problemi che affliggono il genere umano”, il concetto non risulta molto chiaro. Innanzitutto sarebbe necessario specificare meglio di cosa si sta parlando: problemi legati all’ambiente, alla società o più generalmente a entrambi? E’ più probabile quest’ultima opzione considerando il fatto che i più gravi problemi dell’umanità (guerre lunghe e sanguinose, povertà ben oltre i limiti della dignità, eventi climatici disastrosi) dipendono contemporaneamente da condizioni ambientali e sociali. Inoltre non è del tutto esatto che principalmente, o solamente, filosofi, religiosi ed educatori debbano occuparsi dei problemi del genere umano. I filosofi possono sì elaborare teorie e possibili soluzioni, ma hanno anche sicuramente bisogno di persone con le capacità e la possibilità di metterle in pratica. I religiosi dovrebbero trasmettere i giusti valori e difendere i deboli, ma non sempre si impegnano in nel loro compito e in ogni caso questo non basterebbe a risolvere i problemi maggiori. Infine gli insegnanti hanno l’importante responsabilità di educare le nuove generazioni, compito difficile, ma assolutamente necessario affinché la conoscenza non vada perduta e con essa la libertà. Purtroppo anche l’impegno degli insegnanti non può, da solo, salvare l’umanità. Dunque la soluzione totale dei problemi non è un’utopia, ma si può ottenere solo con un grande lavoro di collaborazione e cooperazione fra diverse categorie di persone, e il maggior sforzo dovrebbe essere compiuto da coloro che guidano le comunità, i quali spesso pensano più all’interesse personale che al benessere e alla salute della società.

lunedì 9 agosto 2010

La scuola di serie B

Buon giorno a tutti!
Finalmente è tornato il caldo...con un bel sole così si vorrebbe solo andare al mare o in piscina per divertirsi con gli amici, ma prima di lasciarvi per dedicarmi a una bella giornata rilassante, vi propongo un articolo scritto a quattro mani con la mia amica e socia in affari (si fa per dire! ahah) Martina.

La scuola di serie B

Vi sembra possibile che in Italia la spesa per l’istruzione sia inferiore a quella di paesi come Corea e Messico? Eppure i dati OCSE parlano chiaro: l’Italia con solo il 9,3 % della spesa pubblica destinato alla scuola, è all’ultimo posto in una graduatoria internazionale dopo la Corea (15,3%) e il Messico (23,4%). Questo è solo un aspetto della crisi che sta investendo il nostro sistema scolastico, ormai devastato da una lunga serie di soprusi.
Proprio su questo argomento era incentrato il reportage “La scuola fallita” del programma “Presa diretta” di Riccardo Iacona andato in onda il 14 febbraio su Rai Tre (lo si può vedere visitando il sito della Rai). Le prime immagini sono forse quelle che ci hanno colpito di più: insegnanti precari costretti a viaggiare da un capo all’altro dell’Italia e a separarsi dalla famiglia, edifici scolastici che cadono a pezzi per la mancanza di fondi ed eroici genitori che cercano di garantire ai propri figli un posto decente imbiancando le pareti durante il week-end. Ma la cosa peggiore è vedere bambini infreddoliti che, con sciarpe e cappotti, tentano di resistere al gelo invernale in una classe senza riscaldamento, perché lo Stato non eroga fondi.
Non preoccupatevi, questo succede solo nella scuola pubblica! Infatti se avete seguito il programma “Presa diretta” saprete già che esiste anche l’altra faccia della medaglia. Stiamo parlando delle lussuose “scuole a cinque stelle”, ovvero le scuole private. Qui i cosiddetti “figli di papà” sono istruiti in due lingue fin dall’asilo, hanno a disposizione una lavagna digitale interattiva per classe e possono frequentare corsi di nuoto in piscine olimpioniche. Forse questo impressionante divario è dovuto al fatto che per l’anno 2009 lo Stato ha stanziato 24 milioni di euro per la scuola pubblica contro i 51 assegnati alla privata. Questi dati sono scandalosi considerando il fatto che per definizione la scuola privata è un’istituzione completamente indipendente dallo Stato e per di più conta su altissime rate mensili.
La nostra indignazione è cresciuta ulteriormente avendo scoperto che in Parlamento, dopo la messa in onda del programma “Presa diretta”, nessuno ha alzato la voce su questa grave situazione. Questa indifferenza assoluta dei nostri politici purtroppo non deve stupire considerando il fatto che tantissimi soldi (e si parla di miliardi!) che potrebbero essere destinati alla scuola pubblica sono invece impiegati per spese assurde. Un esempio? I 14 miliardi di euro che il governo ha deciso di investire nell’acquisto di 131 cacciabombardieri F-35 (utilizzabili solo in aperta contraddizione con la Costituzione, che ammette la guerra solo a scopo difensivo) potrebbero invece essere destinati alla costruzione di 400 asili nido. Per non parlare dei 512 milioni impiegati per l’allestimento del G8 a L’Aquila: soldi usati per spese assolutamente “fondamentali” come i 24 mila euro per gli asciugamani, i 26 mila per 60 penne “Edizione Unica” e i 13 mila per 30 distruggi-documenti.
Con queste risorse si sarebbero potuti risolvere ampiamente numerosi problemi della scuola pubblica che invece si trova ormai in una situazione insostenibile. Basta pensare al 43% degli edifici scolastici ad alto rischio sismico e al 33% di scuole che necessitano di interventi di manutenzione urgente. Inoltre nel 61% delle scuole pubbliche non c’è il sapone e nel 44% manca la carta igienica. Allo Stato la scuola pubblica, evidentemente, non interessa più.
La riforma Gelmini, definita “epocale” dallo stesso ministro, tanto per migliorare le cose, prevede tagli pari a 7,3 milioni di euro: un’altra tappa della cosiddetta “politica del risparmio” volta al superamento di una crisi che appare e scompare a seconda della comodità della sua presenza. Inoltre anche le modifiche che sembrano non interessare l’aspetto economico vanno ad influire sulla quantità di denaro destinato alla scuola pubblica poiché la diminuzione delle ore di italiano e storia, l’abolizione dello studio della geografia e la riduzione dell’obbligo scolastico oltre che abbassare la qualità di istruzione determinano un conseguente taglio di posti di lavoro, soprattutto di insegnanti.
Purtroppo le cose non possono cambiare se la maggior parte delle persone non si dimostra interessata al problema. Sembra infatti che molti studenti non si preoccupino della loro situazione: ma forse non è ancora chiaro che in uno stato civile il diritto allo studio deve essere garantito e difeso perché solo quando viene salvaguardato questo diritto ci possono essere pari opportunità per tutti, possibilità di fare libere scelte, insomma vera uguaglianza. A quanto pare, invece, per lo Stato ci sono studenti di serie A e studenti di serie B.
Tuttavia ci sono migliaia di ragazzi e professori che protestano per lo sfacelo della scuola pubblica. Lo sciopero nazionale contro la riforma Gelmini del 12 marzo 2010, che ha visto coinvolte oltre 60 mila persone fra docenti, personale ATA e studenti solo in Emilia Romagna,  è un esempio della volontà di ottenere un miglioramento della situazione scolastica, di fronte alla totale indifferenza del governo.
Non è ancora troppo tardi per impegnarsi e far valere i propri diritti: avere a cuore la propria istruzione e arrabbiarsi di fronte a certe scelte del governo significa essere consapevoli di ciò che è importante per essere veramente liberi.

venerdì 16 luglio 2010

Se questa è libertà...

Rapporto libertà di stampa 2009: Italia da 44° a 49° posto nel mondo (Reuters Italia 20 ottobre 2009). Questo dato dovrebbe essere significativo, ma evidentemente più della metà degli italiani (51,85%) pensa che il nostro sia un paese libero, felice e senza problemi.
Certo, le interviste a donne sorridenti che escono da negozi lussuosi piene di borse sono molto rassicuranti. Intanto però le fabbriche chiudono e migliaia di persone, con famiglie da portare avanti, perdono il lavoro e la dignità.
Certo, scoprire che le tartarughe fanno amicizia con i cagnolini è molto divertente. Molto meno lo sono i video (mai trasmessi alla televisione) in cui i poliziotti picchiano a sangue, con i manganelli, donne, vecchi e ragazzi che reclamano, pacificamente, per i loro diritti sempre trascurati.
Aggiornarsi sui nuovi gusti dei vip, ed imitarli, fa sentire importanti. Ma diventa difficile, almeno per me, sentirmi importante, quando i telegiornali riportano le notizie di milioni (non migliaia) di persone nel mondo che muoiono a causa di innumerevoli guerre, senza accusare l’inutilità di questi scontri, senza accusare la negligenza di coloro che, con poco, potrebbero fare tanto per migliorare questa situazione.
Se vengono trasmesse un sacco di notizie irrilevanti (a partire dai dieci minuti abbondanti dedicati al calcio in ogni telegiornale) significa che le notizie veramente importanti sono “scomode”: la gente non deve venire a conoscenza di certi fatti, in modo che non possa lamentarsi. Ma se ciò viene considerato “libertà di stampa”, allora ho bisogno di qualcuno che mi spieghi meglio il concetto di libertà.

NO ALLA LEGGE BAVAGLIO

giovedì 8 luglio 2010

Io..Io credo nella Filosofia

Agorà, il nuovo lungometraggio del regista spagnolo Alejandro Amenebàr (già conosciuto per "The Others" e "Mare dentro"), ci racconta im modo affascinante e toccante la triste storia di Ipazia di Alessandria che fu matematica, astronoma e filosofa greca.
Ipazia ha due grandi colpe: quella di essere donna e quella di aborrire qualunque fede in nome della conoscenza e della libertà di pensiero. Per questo, quando i Cristiani, guidati dal vescovo Cirillo, rappresentano ormai la maggioranza religiosa nella città, Ipazia viene accusata di stregoneria ed empietà e brutalmente uccisa da un gruppo di Parabolani.
Il fanatismo religioso viene in questo film messo a nudo e condannato, una sola e semplice frase di Ipazia dimostra infatti la brutalità e l'insensatezza degli scontri: "Sono più le cose che ci uniscono che quelle che ci dividono". Così mentre migliaia di persone continuano a vivere prigioniere di gabbie mentali, Ipazia muore libera.
Con l'aggiunta di un intreccio sentimentale (volto forse ad addolcire la vicenda) e l'uso d'inquadrature insolite ma efficaci, Amenebàr crea un film appassionante, che apre la mente.

(nelle foto: a sinistra il poster di Agorà, con l'attrice Rachel Weisz in primo piano, a destra "La morte di Ipazia" di  Charles William Mitchell)