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martedì 2 luglio 2013

La perfezione distorta de "Il Mondo Nuovo"



«Le utopie appaiono oggi assai più realizzabili di quanto non si credesse un tempo. E noi ci troviamo attualmente davanti a una questione ben più angosciosa: come evitare la loro realizzazione definitiva? [...] Le utopie sono realizzabili. La vita marcia verso le utopie. E forse un secolo nuovo comincia; un secolo nel quale gli intellettuali e la classe colta penseranno ai mezzi d'evitare le utopie e di ritornare a una società non utopistica, meno "perfetta" e più libera.»
[Nicola Berdiaeff – dall'epigrafe de Il Mondo Nuovo]



Brave New World (titolo originale del famoso romanzo di Aldous Huxley) esce nel 1932, in un clima politico assai inquietante. In Europa si stanno consolidando le ideologie militaresche dei diversi totalitarismi, le nuove parole d'ordine sono “programma” e “organizzazione”. Si tratta dunque di un mondo in pericolo, dove l'intervento massiccio dello Stato nella vita privata e la massificazione generale della società minacciano la conservazione dell'individualità.
Sono questi infatti gli oggetti della pungente critica huxleyana, che si propone di rovesciare l'ordine della perfezione e del benessere sociale a cui ammiccano i governi totalitari. Ne Il Mondo Nuovo, Huxley capovolge l'utopia nella distopia utilizzando una satira irriverente. La narrazione è limpida, tuttavia polemica, declamata, quasi favolistica: un particolare tono di sfida si ritrova nella macchinosa construzione del paradosso, nello smantellamento del buon senso e dei luoghi comuni.
Nel mondo di Huxley il calendario segue la numerazione dell'Anno di Ford, il fondatore dello Stato Mondiale perfetto, i cui principi sono: Comunità, Identità, Stabilità. In nome di questi valori, grazie ad uno sviluppo tecnologico senza precedenti, la società è stata suddivisa in classi sociali fisse, determinate dal corredo genetico. Le nascite infatti sono realizzate totalmente con metodi artificiali, si potrebbe dire “in serie”, e ad ogni categoria sono assegnate caratteristiche psico-fisiche che permettono di raggiungere un livello di benessere e felicità “appropriato”. Il condizionamento psicologico viene effettuato col sistema dell'ipnopedia, cioè l'insegnamento nel sonno condotto grazie a particolari apparecchi radio durante tutto il periodo dell'infanzia.
In questa realtà paradossale si sviluppa la storia di Bernardo Marx, appartenente alla prestigiosa classe Alfa Plus, ma dall'animo sovversivo. Accompagnato da Lenina Crowne, una donna perfettamente inquadrata nel sistema, il protagonista si reca nelle terre sconosciute dove incontra John il Selvaggio. Il giovane tenta di spiegare a Bernardo la necessità di recuperare la naturalità, di salvaguardare le tradizioni, di credere nella fede e nell'amore. Colpito dalla sua stravaganza e affascinato dalla possibilità di diventare famoso e venerato, Bernardo porta John nel Mondo Nuovo per mostrarlo alla Comunità come un fenomeno da circo. Tuttavia il ragazzo, incapace di adattarsi alla società alienante e tecnicizzata, si ritira in isolamento conducendo una vita da penitente. Infine, dopo una notte inconsapevole di danze orgiastiche, si toglie la vita sopraffatto dall'orrore per il proprio comportamento immorale. Questo racconto, in apparenza lineare, nasconde tematiche complesse. Analizzando il processo di trasformazione della moderna società industriale, Huxley individua i pericoli dell'efficientismo, della burocrazia, del consumismo, della quantificazione dei principi vitali. L'estraniazione dell'uomo dalla sua essenza biologica, sottolineata dal processo di fecondazione e nascita artificiale, è una forma di dissoluzione totale dell'individuo, una rottura del suo rapporto organico col mondo. Come modello da opporre a tale realtà disumanizzante, lo scrittore riprende il mito del buon selvaggio roussoiano, incarnato dallo sventurato John. Il Selvaggio rappresenta il recupero dell'aggressività istintuale, una calata nel mondo dell'inconscio; ciononostante non diventa un eroe, ma rimane una vittima del sistema, trasformato da figura utopica a simbolo distopico. La denuncia huxleyana non risparmia l'automatismo nel processo lavorativo, la razionalità produttivistica e l'omologazione forzata, alcuni dei grandi mali dell'età moderna che hanno portato alla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale.

lunedì 3 dicembre 2012

Più consapevolezza, meno consumo: non sottovalutiamo il valore del cibo

Il cibo, non solo come energia fondamentale della vita, ma anche (e soprattutto) come fattore di sviluppo sociale, non casualmente è stato quest'anno il filo conduttore della Conferenza Mondiale sul Futuro della Scienza, svoltasi a Venezia nel secondo weekend di settembre. [n.d.a. In realtà è stato l'argomento della IV Conferenza, svoltasi nel 2008. Ho dovuto attualizzare l'evento in quanto risultava più coerente per il tema in classe.)
Il Convegno, promosso dalla Fondazione Umberto Veronesi, ha visto alcuni fra i maggiori scienziati del mondo impegnati in un interessante dibattito sulle questioni più complesse relative all'alimentazione, dai rischi per la salute, al problema della denutrizione.
La discussione offre sicuramente numerosi punti di riflessione, ma rende anche chiaro quanto sia necessario e urgente un progetto di educazione alimentare su scala mondiale. Si riscontra infatti un doppio problema, solo apparentemente paradossale. Da una parte, in questi ultimi anni, è aumentato in modo esponenziale il numero dei bambini (e non solo) affetti da obesità nei paesi industrializzati. Dall'altra, secondo i dati FAO, più di un miliardo di persone si trova tutt'oggi in condizioni di malnutrizione e denutrizione nei paesi in via di sviluppo.
In realtà, la compresenza nel mondo di obesità e di morte per inedia non è qualcosa di incomprensibile perché l'una dipende dall'altra ed in particolare la mancanza di risorse vitali per le popolazioni più povere è causata dall'eccesso di consumi degli Stati "benestanti".
I Paesi sviluppati, Stati Uniti in primis, hanno applicato il modello consumistico - già sbagliato di per sé - al cibo e all'alimentazione, rendendolo una semplice merce. E' quanto sostiene Carlo Petrini, fondatore di Slow Food. Egli afferma infatti che «per quanto riguarda il cibo abbiamo ormai perso la percezione della differenza fra valore e prezzo: facciamo tutti molta attenzione a quanto costa, ma non al suo più profondo significato». L'organizzazione Slow Food, che già con il solo nome spiega la propria ideologia in netta opposizione al consumistico fast food, si propone di valorizzare la piccola produzione e la qualità dei prodotti locali delle singole regioni. Infatti, il consumo sfrenato alimenta anche trasporti lunghi e inquinanti, problema che si ricollega subito alla questione dello spreco e dei rifiuti. Ma non si tratta solo di una questione economica.
Sebbene non si possano eliminare la povertà e la denutrizione con le sole parole, si può - anzi si deve - promuovere un nuovo modo di approcciarsi al cibo. L'idea che deve essere trasmessa alle popolazioni degli Stati più ricchi è che "mangiando bene" e in un modo consapevole si possono migliorare le condizioni di vita di moltissime persone "meno fortunate".
Per incoraggiare questo modo di pensare potrebbe essere efficace focalizzare l'attenzione sui principi di un'alimentazione corretta. Tutti affermano di conoscere la cosiddetta piramide alimentare, ma pochi in effetti la rispettano. Secondo i dati di una ricerca della SIPREC (Società Italiana per la Prevenzione Cardiovascolare) l'80% della popolazione italiana mangia ogni giorno pasta molto condita accompagnata dal pane, il 45% consuma formaggi più di tre volte alla settimana.
Ma nutrirsi in modo disorganizzato può essere molto rischioso per la salute, soprattutto se ad un'alimentazione inadeguata si unisce una vita sedentaria. E' così infatti che si sviluppano obesità e altri danni all'organismo legati ad essa. E i dati sono sempre più preoccupanti: un recente studio dell'Istituto Superiore di Sanità afferma che il 67% degli uomini e il 57% delle donne in Italia sono sovrappeso. «Chi mangia svolgendo altre attività» scrive inoltre Silvia Maglioni in un suo articolo su www.leonardo.it  «come ad esempio navigare in Internet, è più propenso ad esagerare e ha più voglia di dolci».
D'altro canto, anche la scelta dei prodotti di consumo occupa una posizione centrale nell'educazione alimentare. E' impressionante la diffusione dei ristoranti fast food e il loro successo sconsiderato in Italia, da secoli famosa per la sua cucina unica al mondo. Così come è sconvolgente sapere che il formaggio più venduto nel nostro Paese è il Philadelphia, prodotto negli Stati Uniti e ormai simbolo della globalizzazione per la sua esportazione in tutto il mondo.
Il problema del consumismo si unisce allora a quello della globalizzazione, che sta inesorabilmente cancellando il valore della diversità dell'unicità di ogni singola cultura. L'alimentazione di un popolo contiene un'incredibile quantità di informazioni relative alla sua religione, al suo folklore, all'economia... Per conoscere appieno una civiltà è fondamentale conoscere anche la sua tradizione culinaria.
Per questo, nel 2010, l'UNESCO ha definito la Dieta Mediterranea patrimonio culturale immateriale dell'Umanità. Si legge, nell'atto ufficiale: «La Dieta Mediterranea è molto più che un semplice alimento. Essa promuove l'interazione sociale, poiché il pasto in comune è alla base dei costumi sociali e delle festività condivise da una data comunità [...]».
Nonostante queste belle parole, qualcuno potrebbe obiettare che non sempre è facile salvaguardare i prodotti locali: essi sono costosi e spesso difficili da trovare. Anche la soluzione del biologico, decisamente caro, sembra essere ormai una semplice moda, piuttosto che un'ideologia.
Meglio mangiare «poco e bene» come afferma un altro motto di Slow Food, ed ecco che il ciclo si chiude e torniamo alla questione della differenza fra valore e prezzo. Dobbiamo renderci conto che  il risparmio non è effettivo se acquistiamo prodotti di assai bassa qualità.
Scegliendo invece di ridurre i consumi e di rivolgerci al meglio, la nostra alimentazione non sarà semplice "nutrizione", ma un'azione sociale e sostenibile. Il nostro benessere sarà anche quello degli altri.

domenica 11 novembre 2012

Riscoprire il teatro

E' stata una decisione presa così, di getto, senza pensarci troppo.
Un amico ci chiede: "Venite con noi a teatro, sabato prossimo, a vedere La visita della vecchia signora?"
"Perché no?" rispondo. Anche una mia compagna di classe ha un piccolo ruolo, sono incuriosita.
Solo in seguito ho realizzato che le mie conoscenze in ambito di teatro e recitazione erano assai scarse. Insomma, la prima e unica volta che avevo assistito, dal vivo, ad una rappresentazione teatrale, risaliva a circa dieci anni prima. Si trattava di Aggiungi un posto a tavola, celebre commedia musicale italiana, interpretata allora da un gruppo di giovani appassionati di teatro, miei compaesani.
Strano a pensarci: mi ero divertita assai quella sera, ma da quel giorno non mi sono più avvicinata al teatro. Forse non ne ho avuto l'occasione, forse ho seguito altri miei interessi, forse non ho conosciuto le persone che avrebbero potuto farmi apprezzare maggiormente questa particolare arte.

Tutto questo per dire che ieri sera, sabato 10 novembre 2012, ho riscoperto qualcosa di incredibile.
Al Teatro dei Filodrammatici di Faenza, la compagnia Filodrammatica Berton ha messo in scena (era ormai la quarta serata) il dramma teatrale La visita della vecchia signora di Friedrich Dürrenmatt. Conoscevo l'autore per aver letto I Fisici, perciò pur non sapendo quasi nulla della trama, mi aspettavo già uno spettacolo dal sapore agrodolce.
E così è stato, perché l'opera non si può definire né una commedia, né un dramma a tutti gli effetti. Il grottesco, elemento ricorrente in Dürrenmatt, è più evidente che mai e le risate hanno sempre una punta di amarezza. Nel complesso, una storia inquietante in cui l'amato tema della giustizia è ancora protagonista. Qui l'epigrafe che si legge in Una storia semplice di Sciascia (una frase dello stesso Durrenmatt, tratta dal libro intitolato “Giustizia” del 1985) calza proprio a pennello.
 “Ancora una volta voglio scandagliare scrupolosamente le possibilità che forse ancora restano alla giustizia”

Ma non voglio scrivere un'analisi o una recensione dell'opera. Ciò che voglio spiegare è il complesso dinamismo di emozioni che ho provato durante la rappresentazione.
Molte volte mi è stato detto che il teatro è ben diverso dal cinema, che si stabilisce un contatto misterioso fra attori e pubblico. D'altro canto anch'io ho numerose esperienze di palcoscenico e so bene quanto sia emozionante un applauso fragoroso. Tuttavia c'è qualcosa in più della "carica" che comunica il pubblico battendo le mani.
Pochi minuti prima dell'inizio, a sipario chiuso, potevo sentire l'agitazione degli attori, quell'ansia piacevole che si prova prima di entrare in scena. Durante lo svolgimento della storia, invece, ero totalmente immersa nella vicenda, in un certo senso non diversamente da quando guardo un bel film. Eppure c'era una sostanziale differenza ed era il senso d'immediatezza.
Ho capito finalmente cosa significa che ogni rappresentazione teatrale è unica. Ho provato direttamente l'affascinante sensazione del qui e ora, che un film, per quanto ben realizzato, non riesce a trasmettere. Il teatro non comunica solo con le parole degli attori. C'è qualcosa che va al di là delle singole battute, della mimica, della tecnica. Questo qualcosa è difficile da descrivere così, nero su bianco, ma - per fare un esempio forse più comune - è lo stesso qualcosa che rende la musica dal vivo incredibilmente più emozionante di quella registrata.
I Greci lo chiamavano pathos, noi forse potremmo tradurlo con sentimento.

Concludo quindi con il proponimento di tornare presto a teatro e con l'esortazione ai miei lettori a fare altrettanto!

(Nel frattempo, se siete attori, amanti del teatro o del cinema, o semplicemente volete esprimere le vostre considerazioni, siete calorosamente invitati a lasciare un commento!)

ps. Sinceri complimenti a tutti gli attori della Filodrammatica Berton, nonché al regista Luigi Antonio Mazzoni, per aver realizzato uno spettacolo davvero suggestivo.

 

mercoledì 7 settembre 2011

Accabadora



Una terribile responsabilità grava sulle spalle dell’Accabadora, il cui passaggio per la strada suscita, ora più che mai, un coro di bisbigli fra le genti di Soreni.
Bonaria Urrai, anziana sarta dall’aspetto severo e composto, ha preso a fill’e anima la piccola Maria, per amarla come una vera figlia e non solo come «l’ultima» di quattro sorelle. Mentre il paese è tutto un vociferare, il rapporto fra donna e bambina si fa giorno dopo giorno più profondo, destinato ad oltrepassare i confini del legame famigliare. Ma cosa si nasconde dietro alle misteriose uscite notturne di Tzia Bonaria? Maria non lo potrebbe mai immaginare, eppure tutti sanno che l’Accabadora, colei che finisce, porta a termine le sofferenze di molti. Per questo l’anziana donna viene accolta in ogni casa con sguardi di dolore e paura, ma anche di rispetto e gratitudine.
Per questo il suo rapporto con Maria rischia di essere per sempre compromesso.
Michela Murgia, nata a Cabras (Sardegna) nel 1972, racconta gli anni ’50 di una terra che oggi non è ancora Italia a tutti gli effetti. Ancora forti sono il sentimento d’identità del popolo sardo e la reciproca diffidenza fra isolani e continentali, ma ecco finalmente un libro che riesce ad avvicinare queste realtà. Finalmente un mondo che nasconde la propria debolezza dietro grandi palazzi e strade dritte ne scopre uno ancora avvolto in un mantello di magia e superstizione. Proprio da questo incontro nasce un romanzo estremamente delicato e poetico.
Non una parola superflua si trova in Accabadora, una storia inventata che non potrebbe essere più vera. Non una frase ‘strappalacrime’ in una storia che commuove e dovrebbe far piangere.
Non solo scrittrice è Michela Murgia, ma soprattutto maestra di vita: impariamo da lei l’umiltà perché «non c’è nessun vivo che arrivi al suo giorno senza aver avuto padri e madri a ogni angolo di strada».

martedì 26 luglio 2011

La strada


Un uomo e un bambino avanzano verso Sud, la loro casa in un vecchio carrello del supermercato, la loro vita ridotta a sopravvivenza. Nient’altro che cenere sul loro cammino, attorno a loro solo le rovine del tempo che fu. Ogni giorno arrancano sotto un cielo grigio, cercano qualcosa con cui nutrirsi e ripararsi dal freddo, ogni giorno un passo più vicini alla morte. Ma loro portano il fuoco, che non è solo quello della pistola per difendersi dai predoni, ma la vita stessa. Il fuoco è la speranza, è l’amore, è la dignità umana, cose che anche la peggiore Apocalisse non è riuscita a cancellare completamente. E così, uomo e bambino, padre e figlio, si trasformano nell’Uomo e nel Bambino universali, metafora di un’umanità in via d’estinzione che non si arrende, ma che attende con pazienza l’alba di un nuovo divenire.
La fine del mondo è stata immaginata e descritta nei modi più vari, ma pochi scrittori possono vantare un’opera del valore de La strada. In questo nuovo romanzo Cormac McCarthy, scrittore già noto per Non è un paese per vecchi, racconta il viaggio disperato degli ultimi uomini di una Terra depredata di ogni scintilla di vita e lo fa con una destrezza di linguaggio sorprendente, che rende ogni scena visibile e l’immedesimazione totale. E, proprio come se lo scrittore volesse risparmiare le parole allo stesso modo in cui i protagonisti risparmiano le poche energie per sopravvivere, la scrittura è concentrata all’essenziale, i nomi assenti, i dialoghi quasi telegrafici. Eppure non manca nulla: ciò che non è scritto s’intuisce, ogni parola è carica di sentimento.
Nel 2009 a tre anni di distanza dalla sua pubblicazione esce, sotto la regia di John Hillcoat, la trasposizione cinematografica de La strada. Ma se al cinema il tema catastrofico affascina per gli effetti speciali, la letteratura può contare su un alleato altrettanto valido: il potere della parola. McCarthy ha scritto un romanzo che è quasi poesia, riuscendo ad evocare con estremo realismo immagini dolci e strazianti e a trasmettere tutta la desolazione di un mondo vuoto e distrutto.




venerdì 3 giugno 2011

Un blog... a impatto zero!


AGGIORNATO A SETTEMBRE 2014: L'INIZIATIVA CO2 NEUTRAL E' STATA SOSPESA

Il Pianeta Terra è malato, infettato da un parassita chiamato uomo che, giorno dopo giorno, sta distruggendo la sua fonte di sostentamento. E' un processo irreversibile? Alcuni lo pensano, molti se ne preoccupano, ma pochi se ne occupano. A nessuno viene chiesto l'impossibile, ma semplicemente collaborazione. Collaborazione per respirare aria più pulita, per correre in prati privi di rifiuti, per vivere sereni in perfetta armonia con l'ambiente che ci circonda, con la Natura che ogni giorno ci nutre.


Io faccio quanto mi è possibile per la salvaguardia dell'ambiente, praticando la raccolta differenziata, usando l'energia solare dei pannelli fotovoltaici, facendo docce brevi, gettando i rifiuti nei cestini. Mi rendo conto che sono piccole cose e che ci vorrebbe ben altro per rimettere in sesto questo mondo un po' fiacco... Ma ecco che mi si presenta una bella occasione per contribuire alle cure per il nostro Pianeta.
Grazie alla blogger MaryG90 ho scoperto un'interessante iniziativa, chiamata Carbon Neutral, che si propone di diminuire l'emissione di CO2 nell'atmosfera, piantando alberi nel mondo. Ma che collegamento c'è fra il mio blog e questa iniziativa? Facciamo un passo indietro.
Alexander Wissner-Gross, attivista ambientale e fisico dell'università di Harvard, ha affermato che «un sito web produce una media di circa 0,02 g di CO2 per ogni visita».(fonte: Doveconviene). Dunque, per neutralizzare l'impatto ecologico del mio blog è sufficiente che venga piantato un nuovo albero.



Sorpresi, miei cari lettori? Ebbene sì, da ora siete ufficialmente autorizzati a sentirvi in colpa per tutte le ore che passate a vagare sul web senza una meta precisa (ps.Se non sapete cosa fare, perché non venite un po' qui e lasciate qualche commentino? :P), ma se non ne siete ancora convinti, date un'occhiata qui.

Detto questo, sono lieta di annunciarvi che da oggi, il mio blog sarà CO2 NEUTRAL, perciò potrete venire qui tuuuutte le volte che vorrete, senza preoccuparvi del vostro terribile impatto ecologico! ;)
Scherzi a parte, vi invito a diffondere l'iniziativa perché mi sembra un'ottima occasione per contribuire al benessere del Pianeta con uno sforzo minimo e, perché no?, dare un tocco d'originalità al vostro angolino web.

mercoledì 22 dicembre 2010

Happy Christmas

Non so quando potrò di nuovo aggiornare il blog, quindi auguro a tutti voi lettori un felicissimo Natale e vi dedico la canzone natalizia che da sempre che preferisco...
A presto!




So this is Xmas
And what have you done
Another year over
And a new one just begun
And so this is Xmas
I hope you have fun
The near and the dear one
The old and the young

A very Merry Xmas
And a happy New Year
Let's hope it's a good one
Without any fear

And so this is Xmas (war is over)
For weak and for strong (if you want it)
For rich and the poor ones (war is over)
The world is so wrong (if you want it)
And so happy Xmas (war is over)
For black and for white (if you want it)
For yellow and red ones (war is over)
Let's stop all the fight (now)

A very Merry Xmas
And a happy New Year
Let's hope it's a good one
Without any fear

And so this is Xmas (war is over)
And what have we done (if you want it)
Another year over (war is over)
A new one just begun (if you want it)
And so happy Xmas (war is over)
We hope you have fun (if you want it)
The near and the dear one (war is over)
The old and the young (now)

A very Merry Xmas
And a happy New Year
Let's hope it's a good one
Without any fear

War is over, if you want it
War is over now

Happy Xmas

giovedì 25 novembre 2010

Never let me go

ATTENZIONE:  Quella che segue non è propriamente una recensione del romanzo Non Lasciarmi di Kazuo Ishiguro, ma piuttosto un commento, perciò contiente SPOILERS.
Se non avete letto questo romanzo meraviglioso, lasciate perdere il post e affrettatevi a leggere il libro perchè merita veramente (e ovviamente dopo tornate qui a leggere quello che ho scritto! :P).


Immaginate di avere dodici o tredici anni e di vivere in un collegio magnifico e isolato, immerso nelle colline inglesi. Per quel che ricordate, avete sempre vissuto lì insieme ad altre decine di ragazzi più o meno giovani di voi, costantemente sorvegliati da alcuni “tutori” che vi insegnano tutto ciò che dovete sapere. Vi ripetono sempre che dovete stare molto attenti alla vostra salute, che dovete comportarvi in modo dignitoso e che dovete sforzarvi di essere creativi. Naturalmente nel corso della vostra infanzia avete stretto una profonda amicizia con alcuni compagni e avete sviluppato simpatie ed antipatie verso i tutori.
Insomma, fin qui la vostra vita, come quella di Kathy, Ruth e Tommy, può sembrare una vita tipica di un orfano relativamente fortunato. Ma questi tre studenti di Hailsham, protagonisti del commovente romanzo di Kazuo Ishiguro, Non Lasciarmi, non hanno nulla a che vedere con gli orfani.
E’ Kathy, ormai adulta, a narrare ai lettori la sua vita, quasi come si stesse confidando con una persona conosciuta e fidata. I primi episodi che ci racconta – il suo primo incontro con Ruth, il carattere difficile di Tommy, lo strano comportamento dei tutori – sono caratterizzati da un certo “disordine” cronologico, come se i ricordi più lontani della sua infanzia cominciassero a diventare confusi e le fosse difficile organizzare bene il pensiero; solo successivamente la storia diventa più lineare.
Kathy, Ruth e Tommy, come tutti i loro compagni di Hailsham, sono destinati a diventare “assistenti” e “donatori”, sono stati creati per questo scopo e ne sono consapevoli. Sanno anche che è molto importante riuscire a realizzare bei disegni e belle poesie, perché queste loro opere possano trovare posto nella misteriosa Galleria di Madame. Per loro tutto questo è normale e la loro vita non sembra diversa da quella di qualunque altro adolescente: le amicizie infantili si evolvono in sentimenti più profondi, a grandi gioie si alternano momenti di sconforto, i rapporti sono fragili e le emozioni forti. Ma, inesorabile, si avvicina il momento di lasciare Hailsham e negli ultimi anni al collegio si crea un’atmosfera di tensione fra gli studenti, i tutori infatti sembrano restii ad affrontare alcuni argomenti, soprattutto riguardo al futuro dei ragazzi, a quello che li aspetterà quando dovranno affrontare il “mondo fuori”.
La verità si scopre quasi per caso, come se fosse una cosa ovvia e conosciuta fin dall’inizio della storia ed è forse proprio per questo che ci colpisce in modo così violento: studente non è altro che una parola più gentile per parlare di un clone, destinato in età adulta a donare i propri organi vitali. La crudeltà e l’assurdità di tutto ciò ci sconvolge e, sebbene avessimo subito intuito la presenza di un segreto inquietante dietro alla parola “donazione”, ci ritroviamo ora a considerare le vite dei protagonisti sotto una luce completamente diversa.
Dopo aver trascorso ogni passo della vita di Kathy, Ruth e Tommy e aver condiviso con loro tutte le gioie, le preoccupazioni, lo sconforto, la rabbia e soprattutto l’amore, improvvisamente scopriamo che sono diversi da noi e non riusciamo a capacitarci di come ciò sia possibile.
Bene, è proprio questa sensazione che vuole farci provare Ishiguro, per farci riflettere su una domanda già affrontata molte volte dalla filosofia – cosa rende tale un “essere umano”? – e per condannare attraverso la metafora dei cloni, le discriminazioni sociali. Parallelamente a questo, lo scrittore ci comunica una forte preoccupazione riguardo allo sviluppo tecnologico, che potrebbe portare la scienza ad un carattere amorale e spregiudicato, se non venisse adeguatamente controllato.
Nonostante questo quadro tetro della società, nel romanzo chiusa e statica, sembra che una speranza ci sia: ciò che unisce tutti e supera ogni barriera è l’amore, in tutte le sue forme.
Non è mai troppo tardi per amare.


A febbraio uscirà nelle sale italiane il film tratto da questo romanzo, diretto dal regista americano Mark Romanek.
 


domenica 15 agosto 2010

La dignità della morte

Mentre tutti sono in viaggio a godersi questa bella domenica di Ferragosto, io resto a casa a riposarmi, evitando luoghi affollati e caotici. Così ne approfitto per aggiornare un po' il blog.  ;-)
Il testo che vi propongo tratta la delicata questione dell'eutanasia.

La dignità della morte
Durante gli anni passati si è sentito parlare spesso dell’eutanasia, un argomento ormai “fuori moda”. Nomi come Eluana Englaro e Piergiorgio Welby, sulle bocche di tutti appena un anno e mezzo  fa, ora ci ricordano solo  una serie interminabile di ripetitivi servizi al telegiornale, terminati improvvisamente. Tuttavia le controversie sulla legittimità dell’eutanasia non sono state risolte: essa in Italia è ancora considerata un omicidio volontario, seppur con le attenuanti. Per affrontare questo difficile argomento è necessario chiarire cosa s’intende per “eutanasia”. Con questo termine, che letteralmente significa dolce morte, si indica l’azione del provocare intenzionalmente la morte di un individuo la cui vita sia compromessa in modo irreversibile e permanente da una malattia. Pertanto, è naturale chiedersi se questa pratica si possa considerare legalmente e moralmente corretta.
In primo luogo, tramite l’eutanasia è possibile porre fine ai dolori di un malato terminale. Non si parla solo di mali fisici, che a volte possono essere attenuati grazie a farmaci specifici, ma anche di sofferenze psicologiche causate dalla consapevolezza di essere un “peso” per altre persone. Alcune malattie degenerative, infatti, condannano il malato ad essere dipendente dall’aiuto di altri per le più semplici azioni quotidiane, come mangiare, andare in bagno o fare la doccia. Ciò intacca la dignità umana e di conseguenza l’autostima del malato, dunque non c’è da meravigliarsi se questi desidera la morte. Invece, nel caso in cui un paziente sia colpito da una malattia che gli permette di mantenere una discreta autonomia, un’alternativa migliore all’eutanasia è l’applicazione delle cure palliative. Con questa terapia, non necessariamente farmacologica, si permette al malato di vivere con serenità, senza accelerare, né ritardare la sua morte.
L’eutanasia inoltre potrebbe risparmiare dolori alle persone che si devono occupare del malato, come famigliari, amici e medici. Infatti, l’accudimento di un individuo infermo in modo permanente crea sia difficoltà, sia profonde sofferenze a coloro che gli stanno vicino, poiché non è possibile rimanere estranei al dolore di una persona, proprio come dice il professore Mario Palmaro (Istituto di filosofia del diritto Università degli Studi di Milano): “Vedere una persona che soffre terribilmente, senza una speranza di guarigione, mi risulta insopportabile”.
Detto questo, è fondamentale specificare che l’eutanasia non deve essere incoraggiata tramite pressioni psicologiche sul paziente con l’obbiettivo di ricavare vantaggi personali, per esempio l’ottenimento di un’eredità. Per quanto riguarda l’aspetto economico invece è bene riflettere sui costi sociali richiesti dal mantenimento in vita di un malato terminale. Mario Palmaro sostiene ancora che “la spesa sanitaria pubblica subisce per ogni paziente in media un’impennata negli ultimi tre anni di vita.” Dunque, molte di queste risorse potrebbero essere utilizzate per pazienti che hanno la possibilità di tornare attivi socialmente.
Certamente, la questione più difficile, su cui vertono i dibattiti sull’eutanasia, riguarda il consenso da parte del paziente all’applicazione di tale trattamento. Ogni persona dovrebbe essere libera di decidere per la propria vita, specialmente nel caso in cui si trovi in condizioni fisiche degradate che causano sofferenza e minano la sua dignità. Perché opporsi con tanta veemenza di fronte alla richiesta di morire da parte di un malato? La morte non è altro che un processo naturale che permette il proseguimento della vita e lo sviluppo di tutte le specie.
E’ vero anche che alcune dottrine religiose, ad esempio quella Cristiana Cattolica, molto diffusa in Italia, considerano la vita un dono sacro: nessuno può disporne a piacimento, neanche della propria. Queste religioni condannano l’eutanasia e incoraggiano a difendere fino all’ultimo la vita del malato terminale, perché esiste sempre una speranza di salvezza. Un’affermazione di questo genere non è accettabile razionalmente, almeno non oggi nel XXI secolo. Analisi ed esami effettuati con le più innovative tecnologie possono stabilire con certezza se un malato abbia la speranza di guarire, per questo motivo è inutile e crudele l’accanimento terapeutico contro una persona che aspetta solamente la fine dei suoi tormenti.
Diverso è il caso in cui il malato non sia in condizione di intendere e di volere. Qui la questione diventa molto più delicata poiché non si può rischiare di provocare la morte di un malato non consenziente all’eutanasia. Questo è il motivo principale per cui molti si oppongono a tale trattamento: essi vedono l’eutanasia come un omicidio, un reato gravissimo sia dal punto di vista legale, sia dal punto di vista morale.
In realtà non si può considerare l’eutanasia un omicidio vero e proprio, poiché il malato non ha speranza di guarigione e va incontro ad una morte forse lenta e più dolorosa. Per risolvere il problema del consenso esiste un metodo, già applicato in altri Paesi del mondo, ovvero la stesura di una dichiarazione anticipata di trattamento, meglio conosciuta come testamento biologico o living will (dall’inglese “volontà del vivente”). Si tratta di un documento con il quale una persona, in grado di intendere e di volere, dichiara la propria volontà riguardo a quali terapie intende o meno accettare, nel caso in cui venga colpita da una malattia irreversibile che la costringano a trattamenti artificiali permanenti. Purtroppo in Italia il testamento biologico non ha alcun valore giuridico, perciò è necessario che venga presto accettato dalla legislazione italiana; dopodiché le autorità dovrebbero impegnarsi a sensibilizzare la popolazione riguardo al problema, incoraggiando la scrittura di questo documento.
Concludendo, l’eutanasia dovrebbe essere accettata dalla popolazione e praticabile legalmente, purché venga applicata con responsabilità e giudizio.