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mercoledì 26 febbraio 2014

12 years a slave

"Io non voglio sopravvivere, io voglio vivere"

Sono pochi i film che veramente lasciano lo spettatore scosso e turbato per molto tempo dopo la visione. 12 anni schiavo è uno di questi. Da Steve McQueen, del resto, non ci si poteva aspettare una pellicola "leggera". Il regista, tuttavia, ha compiuto una notevole evoluzione di stile dal suo film immediatamente precedente, Shame (vedi recensione), realizzando un'opera di grande valore. Vincitore di un Golden Globe, due BAFTA e candidato a ben nove premi Oscar, nonché titolare di altre innumerevoli nominations, 12 anni schiavo è un film destinato a conservare un ruolo importante nella storia del cinema contemporaneo.
La trama si basa sulla storia vera di Solomon Northup, un afro-americano nato come uomo libero nel 1808, rapito e venduto come schiavo all'età di 33 anni, condizione in cui rimase per dodici anni. Dopo la sua liberazione scrisse l'autobiografia da cui il film prende il nome e per il resto della vita fu un attivo sostenitore dell'abolizionismo.
Eppure non si tratta solo di un'opera documentaristica. Questo film è una condanna alla crudeltà in tutte le sue forme, una condanna all'ingiustizia, ma anche e soprattutto all'indifferenza. Lunghe scene di violenza fisica e psicologica si riversano continuamente come acqua gelata sullo spettatore, in qualche modo "costretto a guardare", come nella sadica punizione del protagonista di Arancia Meccanica. Il regista insiste su queste scene, mettendo in risalto l'indifferenza dei personaggi che assistono alle manifestazioni di crudeltà senza battere ciglio. E, dalla posizione di semplici spettatori, si finisce quasi per identificarsi grottescamente con questi personaggi di colpevole immobilità.
Ma se non possiamo far nulla davanti ad uno schermo e non possiamo cambiare la Storia, abbiamo tuttavia la possibilità, per quanto nel nostro piccolo, di modellare il presente. Sembra essere questo il messaggio ultimo del film, cioé quello di ripudiare quell'indifferenza che ha causato (e causa ancora oggi) la sofferenza di tante persone e agire invece per il bene comune. Non importa essere eroi: piccole gentilezze portano a grandi risultati.

domenica 7 luglio 2013

Società e cultura in un mondo distopico [Parte 1]

Le società perverse di William Golding e Anthony Burgess

Spesso ci si è interrogati sulla natura di fondo dell'uomo, ipotizzando ora una intrinseca innocenza, ora una malvagità latente, o ancora un'inevitabile corruzione determinata dall'ambiente sociale. Numerosi illustri filosofi (Hobbes, Locke, Rousseau, Cartesio... per citarne alcuni) hanno sviluppato una propria teoria relativamente a tale questione, ma come per tutti i grandi temi della filosofia, nessuno è riuscito (e probabilmente nessuno riuscirà mai) a trovare una soluzione certa.
La narrativa distopica, in generale, compie un'analisi piuttosto pessimistica del comportamento umano. Due capolavori della letteratura moderna che si inseriscono in questo contesto sono Il signore delle mosche di William Golding (1954) e Arancia Meccanica di Anthony Burgess (1969), i quali possono essere messi a confronto ed analizzati su piani paralleli. Questi romanzi trattano essenzialmente dell'origine del male nella natura umana, dell'importanza del libero arbitrio e della degenerazione delle strutture sociali. I protagonisti sono bambini e adolescenti, tradizionalmente accomunati ad un'idea di innocenza e bontà, ma qui trasformati nell'emblema della crudeltà più irrazionale ed immotivata. Non manca inoltre un'aspra critica alle istituzioni politiche: dalla debolezza degli organi democratici all'opportunismo di alcuni movimenti rivoluzionari, dal fascino morboso per i sistemi autoritari alla spregiudicatezza dei governi che cercano di mantenere il consenso. Ma vediamo ora nel dettaglio i temi affrontati da questi inquietanti romanzi.

 



Ne Il signore delle mosche in seguito allo schianto di un aereo su un'isola deserta, alcuni bambini si ritrovano soli ad affrontare una vita di sopravvivenza fino all'arrivo dei soccorsi. Potrebbe essere l'occasione per dar vita ad una comunità giusta e democratica, libera dalle sovrastrutture della società corrotta degli adulti. Tuttavia la situazione degenera, l'ottimismo s'incrina, e le paure irrazionali dell'infanzia prendono gradualmente il sopravvento sul buon senso. Aggressività e violenza acquistano sempre più fascino agli occhi dei bambini più insicuri e superstiziosi, mentre i ragazzi più responsabili, i difensori della razionalità e della democrazia diventano i reietti, i deboli da eliminare. Dopo un iniziale tentativo di organizzazione complessiva dei giovani superstiti, il gruppo si divide in due: da una parte vi sono Ralph e Piggy, animati dal buon senso e da ideali di uguaglianza e giustizia; dall'altra troviamo Jack che si veste del ruolo di leader crudele, ma carismatico, chiara metafora di un governo totalitario. Durante il corso della storia la morte di Piggy rappresenta simbolicamente la fine dell'utopia e il conseguente affermarsi di una realtà distopica. In quest'isola così diversa dall'Utopia di Thomas More e dominata dalla violenza fanatica, i bambini non sono più creature innocenti, bensì selvaggi dal comportamento quasi animalesco. Nondimeno, il relativo lieto fine nasconde una sottile critica alla società inglese, stereotipata in un modello di società efficiente e pragmatica, ma di fatto superficiale.


«In mezzo a loro, col corpo sudicio, i capelli sulla fronte e il naso da pulire, Ralph piangeva per la fine dell'innocenza, la durezza del cuore umano, e la caduta nel vuoto del vero amico, l'amico saggio chiamato Piggy. L'ufficiale, davanti a quella scena, era commosso e un po' imbarazzato. Si voltò dall'altra parte, per dar tempo ai ragazzi di riprendersi, e aspettò, posando gli occhi sul bell'incrociatore lontano.»


 



“Devo forse essere soltanto un'arancia meccanica?” è ciò che Alex, il protagonista del più conosciuto romanzo di Anthony Burgess, grida ai suoi torturatori e al mondo intero appellandosi al diritto di libera scelta che gli è stato crudelmente sottratto. Delinquente per il gusto di esserlo, assuefatto all'ultraviolenza, il quindicenne Alex è un eroe in negativo in un mondo che ha abbandonato ogni valore e ogni ideale. Egli finisce per essere vittima di un governo che in nome della sicurezza riduce gli esseri umani a creature meccaniche e prive di libero arbitrio: é la Terapia Ludovico, un condizionamento psico-fisico che provoca una repulsione fisiologica a qualsiasi tipo di violenza. Ma la scelta? Si domanda il salmiere della prigione dove Alex viene in un primo tempo rinchiuso: «In realtà lui non ha scelta, vero? Era il proprio interesse, la paura del dolore fisico che lo hanno spinto a quel grottesco gesto di autoavvilimento. La sua insincerità era fin troppo evidente. Cessa di essere un malfattore, ma cessa anche di essere una creatura capace di scelta morale» In queste parole si riassume il messaggio dell'autore, che scrive inoltre, a proposito della sua opera: «Imponete ad un individuo la possibilità di essere solo e soltanto buono, e ucciderete la sua anima in nome del bene presunto della stabilità sociale.  […] È preferibile un mondo di violenza assunta scientemente – scelta come atto volontario – a un mondo condizionato, programmato per essere buono e inoffensivo».
I riferimenti ad Orwell e Huxley sono chiari: una società indifferente e disinteressata, un uso spregiudicato della tecnologia, una realtà totalizzante a cui bisogna conformarsi. Tuttavia, non meno importante risulta la vicenda personale di Alex, il quale affronta una sorta di percorso di formazione. Egli, come afferma l'autore stesso, «è veramente malvagio, forse ad un livello inconcepibile […] Però la sua cattiveria è umana. […] Alex rappresenta l'umanità in tre modi: è aggressivo, ama la bellezza, si serve del linguaggio». Ciò che lo caratterizza come anti-eroe è la sua estrema lucidità. Egli sceglie consapevolmente il male, ma alla fine del romanzo sente la necessità del cambiamento. Non sappiamo se ciò sia dovuto ad una svolta verso una vita morale, o sia semplicemente determinato dall'istinto naturale di voler creare una famiglia. E' certo però che Alex dimostra una visione disincantata e quasi profetica della vita: essere giovani è come essere piccoli giocattoli di latta che vanno a sbattere contro le cose e non ne possono fare a meno. I giovani devono passare attraverso questa fase e i genitori non possono fermarli; a loro volta, quando saranno genitori non potranno fermare i propri figli e così sarà fino alla fine dei tempi.
Dal romanzo è stato tratto l'omonimo film diretto da Stanley Kubrick. Tale adattamento per il grande shermo è ormai diventato un cult della narrativa cinematografica.

martedì 2 luglio 2013

La perfezione distorta de "Il Mondo Nuovo"



«Le utopie appaiono oggi assai più realizzabili di quanto non si credesse un tempo. E noi ci troviamo attualmente davanti a una questione ben più angosciosa: come evitare la loro realizzazione definitiva? [...] Le utopie sono realizzabili. La vita marcia verso le utopie. E forse un secolo nuovo comincia; un secolo nel quale gli intellettuali e la classe colta penseranno ai mezzi d'evitare le utopie e di ritornare a una società non utopistica, meno "perfetta" e più libera.»
[Nicola Berdiaeff – dall'epigrafe de Il Mondo Nuovo]



Brave New World (titolo originale del famoso romanzo di Aldous Huxley) esce nel 1932, in un clima politico assai inquietante. In Europa si stanno consolidando le ideologie militaresche dei diversi totalitarismi, le nuove parole d'ordine sono “programma” e “organizzazione”. Si tratta dunque di un mondo in pericolo, dove l'intervento massiccio dello Stato nella vita privata e la massificazione generale della società minacciano la conservazione dell'individualità.
Sono questi infatti gli oggetti della pungente critica huxleyana, che si propone di rovesciare l'ordine della perfezione e del benessere sociale a cui ammiccano i governi totalitari. Ne Il Mondo Nuovo, Huxley capovolge l'utopia nella distopia utilizzando una satira irriverente. La narrazione è limpida, tuttavia polemica, declamata, quasi favolistica: un particolare tono di sfida si ritrova nella macchinosa construzione del paradosso, nello smantellamento del buon senso e dei luoghi comuni.
Nel mondo di Huxley il calendario segue la numerazione dell'Anno di Ford, il fondatore dello Stato Mondiale perfetto, i cui principi sono: Comunità, Identità, Stabilità. In nome di questi valori, grazie ad uno sviluppo tecnologico senza precedenti, la società è stata suddivisa in classi sociali fisse, determinate dal corredo genetico. Le nascite infatti sono realizzate totalmente con metodi artificiali, si potrebbe dire “in serie”, e ad ogni categoria sono assegnate caratteristiche psico-fisiche che permettono di raggiungere un livello di benessere e felicità “appropriato”. Il condizionamento psicologico viene effettuato col sistema dell'ipnopedia, cioè l'insegnamento nel sonno condotto grazie a particolari apparecchi radio durante tutto il periodo dell'infanzia.
In questa realtà paradossale si sviluppa la storia di Bernardo Marx, appartenente alla prestigiosa classe Alfa Plus, ma dall'animo sovversivo. Accompagnato da Lenina Crowne, una donna perfettamente inquadrata nel sistema, il protagonista si reca nelle terre sconosciute dove incontra John il Selvaggio. Il giovane tenta di spiegare a Bernardo la necessità di recuperare la naturalità, di salvaguardare le tradizioni, di credere nella fede e nell'amore. Colpito dalla sua stravaganza e affascinato dalla possibilità di diventare famoso e venerato, Bernardo porta John nel Mondo Nuovo per mostrarlo alla Comunità come un fenomeno da circo. Tuttavia il ragazzo, incapace di adattarsi alla società alienante e tecnicizzata, si ritira in isolamento conducendo una vita da penitente. Infine, dopo una notte inconsapevole di danze orgiastiche, si toglie la vita sopraffatto dall'orrore per il proprio comportamento immorale. Questo racconto, in apparenza lineare, nasconde tematiche complesse. Analizzando il processo di trasformazione della moderna società industriale, Huxley individua i pericoli dell'efficientismo, della burocrazia, del consumismo, della quantificazione dei principi vitali. L'estraniazione dell'uomo dalla sua essenza biologica, sottolineata dal processo di fecondazione e nascita artificiale, è una forma di dissoluzione totale dell'individuo, una rottura del suo rapporto organico col mondo. Come modello da opporre a tale realtà disumanizzante, lo scrittore riprende il mito del buon selvaggio roussoiano, incarnato dallo sventurato John. Il Selvaggio rappresenta il recupero dell'aggressività istintuale, una calata nel mondo dell'inconscio; ciononostante non diventa un eroe, ma rimane una vittima del sistema, trasformato da figura utopica a simbolo distopico. La denuncia huxleyana non risparmia l'automatismo nel processo lavorativo, la razionalità produttivistica e l'omologazione forzata, alcuni dei grandi mali dell'età moderna che hanno portato alla catastrofe della Seconda Guerra Mondiale.

martedì 4 settembre 2012

Uomini e topi


«Perché ci sei tu che pensi a me... e ci sono io che penso a te»

Nell'America della Grande Depressione, il favoloso West accende una speranza nel cuore degli uomini. Giovani emigranti senza un soldo in tasca viaggiano di ranch in ranch cercando un qualsiasi lavoro che permetta loro di sfamarsi. Si spezzano la schiena a trascinare sacchi d'orzo, dormono in sporche baracche, bevono un whisky a fine mese e poi improvvisamente spariscono, alla ricerca di miglior fortuna. Tuttavia sono soli, induriti dall'ingiustizia e dalle fatiche. Per George e Lennie è diverso: loro sono una squadra. Coltivano in segreto un sogno di libertà e di riscatto, un sogno in cui potranno finalmente "vivere del grasso della terra". Forse si tratta solo di una vana illusione, eppure questo folle desiderio riscalda il loro animo, impedendo loro di trasformarsi in quegli "omacci" solitari, abbandonati dal mondo intero.
Arrivati nel ranch dove sono attesi, suscitano presto curiosità fra i lavoratori e sospetto nei padroni. Non si è mai vista una coppia di emigranti e tantomeno una coppia così strana. George, saggio ed accorto, è evidentemente una guida indispensabile per il gigantesco Lennie, tanto buono per la sua ingenuità quanto pericoloso per la forza che non sa controllare. Ed è proprio a causa di Lennie che George sta sempre all'erta, raccomandando all'amico di non avvicinare in nessun modo il figlio del padrone, il crudele Curley, e la sua bella moglie. Ma, come sempre, la tentazione è la peggior nemica dell'ingenuo. La tragedia inevitabile si abbatte sui protagonisti, infrangendo tutti i sogni, annullando tutti i progetti di una nuova vita.
Breve ed intenso, Uomini e topi si potrebbe meglio definire come racconto lungo, invece che romanzo. Si legge d'un fiato, ma lascia alquanto pensare.
Non si rimane colpiti solamente dai problemi sociali (l'emigrazione, la disuguaglianza, il razzismo), affrontati con un forte tono di denuncia. E' piuttosto la vicenda personale di ogni personaggio a segnare nell'intimo i lettori più sensibili. C'è innanzitutto il luminoso esempio di George, che tenacemente si prende cura di Lennie, nonostante sia per lui un ostacolo alla possibilità di fare fortuna. C'è il vecchio scopino Candy, storpio ma ancora fortemente attaccato alla propria dignità di lavoratore. C'è il povero garzone Crooks, condannato alla solitudine per il colore della pelle. C'è anche la moglie di Curley, civetta per natura, ma che nasconde una profonda infelicità. Il dramma dunque non è unico, ma composto della sofferenza di tutti. Ogni personaggio vive portandosi dietro il fardello del proprio dolore.
Forte di una traduzione d'autore (Cesare Pavese), questa breve storia di John Steinbeck, risalta anche nello stile e nella struttura. I numerosi dialoghi, il cui linguaggio colloquiale enfatizza il realismo della vicenda, conferiscono grande velocità al ritmo narrativo. Eppure non mancano minuziose descrizioni: è particolare l'effetto di circolarità dato dall'uguale ambientazione dell'incipit e del finale.
Uomini e topi, nonostante il modesto numero di pagine, non è un libro da prendere alla leggera. E' invece una lettura impegnativa che offre numerosi spunti di riflessione.




giovedì 30 agosto 2012

Una donna

Una donna
di Sibilla Aleramo

Pensare che molto di quel è raccontato sia capitato davvero all'autrice fa stare davvero male. Ma è inesprimible la gioia che comunica la protagonista nel parlare del suo bambino, dell'amore di quella piccola creatura sangue del suo sangue. Ed il sacrificio compiuto per salvare la propria dignità strazia il cuore di chi legge...
Allo stesso tempo, la storia di una donna così forte, spirito devastato e bellissimo, rende onore a tutte le donne che ancora oggi, in tutto il mondo, lottano per la parità dei sessi e per far valere i propri diritti... E' triste che ancora esista una "festa della donna", come se in tutti gli altri giorni il suo valore fosse trascurabile. E' triste che si debba ancora dire che le donne devono avere gli stessi diritti degli uomini. Questa idea deve scomparire e fondersi completamente in un'idea più grande e più aperta: non siamo uomini e donne, ma tutti esseri umani.














(in foto: Rina Faccio, in arte Sibilla Aleramo)

sabato 11 agosto 2012

Gioventù avariata

La crisi c'è per tutti è ormai una un'espressione di uso quotidiano. La sento spesso pronunciare con leggerezza, o accompagnata da una risata stridula e forzata, come per scongiurare un grande pericolo. Peccato che quel pericolo abbia già penetrato le nostre case, depositandosi su ogni cosa e su ogni persona come l'odore di fritto, opprimente per il respiro, che si attacca a tutto e se ne va solo dopo una bella lavata. Avremmo bisogno di una grande pulizia di primavera, anche in questa torrida estate. Bisognerebbe attuare un radicale rinnovamento, una selezione delle cose vecchie e logore da buttare e di quelle nuove e utili da tenere. E naturalmente dovremmo rivolgerci ai giovani, unica speranza per il futuro, per compiere questa grande impresa, per risollevare non solo il nostro Paese, ma tutto il mondo da una delle peggiori crisi della Storia.

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Ma ecco il desolante scenario che ci si presenta davanti: ragazzi e ragazze technology addicted, incapaci di comunicare se non per via mediatica, per lo più dipendenti da alcool e fumo. Per non parlare della tendenza all'omologazione, del progressivo abbassamento del livello culturale delle masse, della mancanza di valori e prospettive. E ancora, bambini violenti e intolleranti verso i loro coetanei fin dalla più tenera età, bambini viziati e prepotenti. Che razza di persone diventeranno, quando saranno adulti? Come possiamo affidare il futuro della Terra a persone a tal punto prive di giudizio, individualità, responsabilità, spirito di iniziativa e collaborazione? Si apre una prospettiva a dir poco inquietante. Forse non siamo molto lontani dai terribili mondi distopici di alcuni romanzi sci-fi.
Le nuove generazioni sono allo sfascio, questo è certo. E' una cosa di cui ci si puo' accorgere facilmente guardandosi intorno, osservando bambini e ragazzi, ascoltando quel poco che han da dire. Me ne accorgo io stessa, nella piccola realtà di un paese di campagna, dove una delle maggiori preoccupazioni della gente è quella di essere super-aggiornata sui fatti del vicino di casa. A volte mi capita di ascoltare o partecipare ad assurde conversazioni tra ragazzi e ragazze all'incirca della mia età e mi accorgo allora in quali proporzioni la crisi abbia investito i giovani, ed in quale modo subdolo e meschino. Perché i giovani stessi non si rendono conto del degrado della realtà in cui vivono ed è proprio questo lo scopo di coloro che utilizzano a proprio vantaggio il male delle altre persone.
Cercherò quindi di spiegarvi in cosa consiste questa crisi dei giovani e dirvi quali sono i fattori che la alimentano. Non voglio imbarcarmi nella scrittura di un saggio lungo e pesante, ma porterò esempi della mia esperienza personale, così, miei cari lettori, potrete giudicare voi stessi fino a che punto siamo arrivati. Dovrò scavare a fondo nella squallida quotidianità dei nuovi adolescenti e forse potremo trovare insieme una via d'uscita, un modo per fermare questo vortice che ci sta trascinando nell'abisso.
Partirò con una semplice schematizzazione della situazione attuale che ho realizzato io stessa. Potrete vedere molto chiaramente il loop che tiene prigionieri i giovani d'oggi.





Comincerò a parlare dell'ambito sociale, perché ritengo sia il nucleo del problema. La socialità è una caratteristica innata dell'essere umano, che si sviluppa fin dai primi anni di vita, un po' per imitazione, un po' per istinto. La capacità di relazionarsi con i propri simili nel modo più appropriato deve essere insegnata al bambino prima di tutto dal genitore e in seguito anche dagli insegnanti, nel suo percorso di formazione. Tuttavia, a me sembra che molti genitori non prendano sul serio questa tappa fondamentale della crescita dei loro figli. Proprio nel momento in cui essi avrebbero più bisogno della loro presenza, li abbandonano davanti alla televisione o davanti al videogame. Oppure li "parcheggiano" al pre-scuola, al dopo-scuola o al cre estivo. Molte persone al posto del loro affetto, nutrono i propri figli con dannosi surrogati. Non c'è da stupirsi (e tuttavia non riesco a non stupirmi) se molti bambini crescono come piccoli tiranni.
Vi propongo subito un episodio inquietante che mi è stato raccontato. Il figlio di una persona che stimo e alla quale sono affezionata, ha subito un grande trauma all'età di circa 3-4 anni (ora è uno splendido e intellegente bambino di 8 anni). Tornava a casa dall'asilo piangendo, dicendo di non volerci tornare. Aveva gli incubi la notte, si svegliava gridando. La madre, preoccupata, è andata a parlare con le maestre ed ha così scoperto che il piccolo era stato messo in un angolo e picchiato dai suoi coetanei, più di una volta! Lui non reagiva, perché i genitori gli avevano insegnato a non picchiare gli altri bambini! Sono rimasta sconcertata quando mi è stato raccontato il fatto. Non avrei mai immaginato che bambini così piccoli fossero capaci di formare delle vere e proprie bande di bulletti prepotenti.
Come si spiega il comportamento di questi bambini? Non serve essere esperti psicologi per dirlo. Ormai è infatti risaputo che i videogame violenti - così diffusi tra le nostre famiglie - hanno un'influenza altamente negativa sui bambini e i ragazzi in generale. Ma non solo, perché molti cartoni animati trasmessi alla televisione nelle ore più strategiche - la mattina a colazione, il pomeriggio all'ora della merenda - sono incentrati su combattimenti, lotte, guerre. E checché ne dicano esperti o meno, non è solo il sangue a determinare la violenza di film e cartoni animati. Perché dunque - mi appello ai genitori - non regalate un buon libro ai vostri figli? Un libro che parli d'amore e d'amicizia, un libro che parli di scienza, di storia, di avventure in mondi fantastici. Spronateli a leggere e ad imparare, spegnete quella scatola ronzante che tenete in cucina: si puo' vivere anche (e meglio) senza, credetemi.

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Ma proseguiamo questa triste analisi e addentriamoci nell'oscuro mondo dell'età adolescenziale. Molti genitori sono a dir poco terrorizzati da questo drastico passaggio, da questa metamorfosi dei loro bambini in persone (quasi) adulte. Ecco il momento dei silenzi senza motivo, degli inspiegabili e repentini cambiamenti d'umore, dell'atteggiamento arrogante e irrispettoso. Ma l'adolescenza non è sinonimo di ribellione. E' invece il delicato periodo in cui si forma la personalità di un individuo; è, per così dire, il momento in cui si ripassano per bene i contorni di un disegno per fargli assumere la forma definitiva. Detto ciò, è evidente che gli adolescenti siano esrtremamente malleabili e influenzabili nelle loro scelte e nel loro sistema di pensiero. La frase di un insegnante, il consiglio di un amico, un'esperienza positiva o negativa, possono determinare una svolta radicale nel comportamento di un giovane.
Questa, purtroppo, è una cosa ben risaputa nel mondo della televisione e dei media in generale. Il potere della pubblicità, sottovalutato dai consumatori privati, è ben conosciuto e sfruttato da tutti i potenti del mondo. L'influenza della pubblicità è tale da ridurre notevolmente il nostro libero arbitrio. E se gli adulti, già temprati da numerose esperienze personali, sono estremamente influenzati dalla pubblicità, cosa possiamo pensare dei giovani? So che è difficile convincersi di queste parole, io stessa che scrivo tendo a sentirmi immune da questo potere. Eppure, usando la razionalità, comprendo che i miei gusti sono condizionati, per quanto io mi sforzi di estraniarmi dalle tendenze generali. Ma se fatico a trovare i segni del condizionamento in me stessa, non posso dire altrettanto della gente intorno a me. Mi accorgo chiaramente di quanto una persona sia influenzata dai media nel modo di vestire, di parlare, di atteggiarsi, nei gusti e nelle idee.
L'esempio più significativo è quello della moda. Il concetto di moda non deve essere associato semplicemente all'abbigliamento, ma deve essere esteso a tutto ciò che consideriamo di tendenza. Non solo alcuni oggetti si possono definire trendy, ma anche (purtroppo) alcuni modi di comportarsi, alcuni modi di comunicare. Insomma, l'importante non è chi sei, ma quello che hai o quello che fai.

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Caso emblematico è quello dei social networks - idolatrati dalla maggioranza delle persone - che sembrano essere indispensabili per la vita sociale del XXI secolo. In realtà, i vari Facebook, Twitter, MySpace invece che aiutare a relazionarsi con gli altri, hanno notevolmente peggiorato la socialità della gente, ed in particolare quella delle nuove generazioni. Ora, poiché mi piace essere equilibrata e razionale, devo chiarire che non è il social network in sè ad essere dannoso, ma l'immagine che si è creata attorno ad esso e di conseguenza, l'uso che ne viene fatto. E' un classico discorso che viene spesso associato alla scienza e alla tecnologia, ma non è banale come sembra. L'invenzione della rete Web, forse una delle più importanti e rivoluzionarie del XX secolo, è nata proprio con lo scopo della condivisione dell'informazione. Informazione però che non viene proposta allo spettatore passivo, ma che deve essere cercata, analizzata e criticata dal singolo utente. Dunque, per non divagare troppo, anche il social network puo' essere un ottimo modo per la condivisione di informazioni e news dell'ultimo secondo. Il problema sta nel rapporto che si è venuto a creare tra l'utente e il mondo del social virtuale, fondamentalmente un rapporto di dipendenza.
Tutte le volte che vado a casa di amiche e accendiamo il computer, la prima cosa che vedo fare è controllare le notifiche su Facebook. Magari avevano spento il pc solo qualche minuto prima che arrivassi. Ma talvolta, anche persone ospiti da me mi hanno chiesto di "andare un attimo su Facebook" per controllare non so cosa. Insomma, se non sei tranquillo senza aprire Faccialibro ogni dieci minuti, non puoi negare di avere qualche problema. E io, dopo averci riflettuto un po', ho capito qual è il problema, perché i social networks sono così amati.

Tutti lo fanno, nessuno vuole ammetterlo: spiare le altre persone. Facebook è lo strumento assolutamente infallibile per scoprire cosa fa, cosa pensa, cosa piace ad una persona; è come un esteso documento d'identità che contiente tutte le informazioni più appetitose per i curiosi ficcanaso. E' inutile che mi vengano a dire che è comodo per restare in contatto, perché allora il buon vecchio MSN era più che sufficiente. La verità non è altro che questa, e cioè che grazie all'onnisciente Facebook, ora tutti possono soddisfare le proprie morbose curiosità. "E' ridicolo non iscriversi a Facebook per una questione di principio" mi è stato detto. Io, che sono una persona a cui non piace discutere, non ho risposto. Ma dentro di me sono rimasta sconvolta: lasciando perdere il fatto che ho i miei buoni motivi per non iscrivermi, vorreste dirmi che non ho neppure la libertà di avere un MIO PRINCIPIO indiscutibile?! Qui Orwell direbbe con soddisfazione: "Cosa vi avevo detto?" Altro che 1984!
Ma per fortuna che conservo qualche principio mio, non influenzato dalla tendenza di massa!


Twitter, il secondo social network più conosciuto, ha un altro problema. Sicuramente è anch'esso un veicolo di informazioni personali, ma più che altro viene utilizzato come una sorta di diario. La gente (l'ho fatto anch'io per un certo periodo, poi mi sono accorta della stupidità della cosa) scrive ogni minuto quello che sta facendo, se è stanca, se è felice, se è triste, se è arrabbiata, condividendo addirittura le funzioni biologiche (fino a questo punto non ci sono arrivata!). Twitter è il deposito degli sfoghi di tutte le persone incomprese e depresse oppure il biglietto da visita di individui che si sentono strafighi. Ma è apprezzato ancora di più da una moltitudine di bimbiminkia che impazziscono per questa o quella star del momento. Infatti Twitter, a differenza di Facebook, viene utilizzato direttamente anche da alcuni VIP e ci sono innumerevoli stupidi che credono di farsi notare, adulandoli in modo patetico. Io sono iscritta a Twitter, e non ho ancora capito se mi risulti di una qualche utilità o meno. Più che altro lo uso per pubblicizzare il blog.

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Ora, che sarete stanchi dopo questa lunga lettura (e vi avverto, ne manca ancora!), vi propongo una chicca del noto youtuber Canesecco. Buona visione!





Vi siete fatti qualche risata? Bene, sono contenta. E' ora di rimetterci al lavoro.

Riprendiamo dunque la questione della moda. Al giorno d'oggi, per essere trendy, non basta indossare abiti griffati, ma bisogna stare attenti a come si sceglie di passare il tempo libero. Perché se preferisci i libri alla discoteca o una serata in pizzeria all'happy hour, allora sei out. Sei simpatico sì, nessuno ha niente contro di te, però, come dire, sei un po' indietro rispetto ai tempi. Ti perdi la cosa più bella, amico, lo sballo!
No alcol, no party. Questo è il nuovo slogan. Anche le feste di compleanno ormai devono seguire le inflessibili regole dell'eccesso e della trasgressione. Le basi fondamentali di un party alla moda sono due:
1. Abbondanza di alcol: "Devo farmi qualche cicchetto perché altrimenti non riesco a ballare"
L'ho sentito con le mie orecchie. Tralasciando che "ballare" è una parola grossa per la discoteca, se non puoi fare a meno dell'alcol vuol dire che fondamentalmente ti vergogni di quello che consideri un divertimento. Ma chi ti costringe a farlo allora? Solo perché lo fanno tutti? Allora se diventasse di moda buttarsi nei pozzi, ti butteresti per primo? Non fa una piega.
2.Un numero esagerato di persone, ovvero il caos: "Ma alla festa di... Saremo solo in 20? Ma siamo pochissimi, che brutto...e poi cosa facciamo dopo aver mangiato? Dobbiamo assolutamente trovare qualcosa da fare, altrimenti è una noia e se ne vanno tutti."
Altra frase che ho sentito in prima persona. Innanzitutto, più persone ci sono, più la festa diventa dispersiva ed è difficile trovare qualcosa che possa coinvolgere tutti. Inoltre, perché tutti disdegnano il primo e fondamentale dono dell'Uomo, la parola? Discutere, scambiarsi opinioni, raccontare storie interessanti e divertenti, ascoltare l'esperienza di altre persone... Sono forse attività noiose? Da parte mia, ritengo siano queste le basi della vera vita sociale.

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E perché, secondo voi, tutti questi giovani cercano la trasgressione? E' un cane che si morde la coda, come già spiegato. Da una parte la pubblicità propone il binomio ALCOL=DIVERTIMENTO (nel video qui sotto potrete vederne alcuni esempi); dall'altra è il bisogno inconscio di evadare da una realtà sempre più degradata. E qui entriamo nell'ambito economico.



Essere alla moda è molto costoso. Pensate ai nuovi gadget high-tech, ai vestiti, a quanti soldi servono per uscire il sabato sera, tra benzina, cena, discoteca e alcolici.
Il problema qui riguarda la famiglia. Anche se la crisi economica ha ridotto di non poco lo spessore dei portafogli, molte famiglie mantengono il tenore di vita degli anni scorsi. Insomma, si vive al di sopra delle proprie possibilità sperando nell'arrivo della gallina dalle uova d'oro.
Inoltre si è progressivamente sviluppata la mentalità del: "Mio figlio deve avere tutto, deve poter fare tutto quello che vuole, è sempre lui la vittima, deve essere sostenuto in tutto e per tutto". E' sempre la stessa questione: per "rimediare" ad un rapporto troppo distaccato, si vizia il figlio assecondandolo in tutte le sue richieste. Così, tra uno smartphone e un iPad, sono sempre meno le risorse dedicate all'istruzione. Non che le famiglie rinuncino alle varie spese connesse alla scuola: quello che manca è l'incoraggiamento. Sono pochi i genitori che spronano i propri figli ad approfondire questioni e tematiche che vengono affrontate sui banchi di scuola. Allo stesso tempo però, è generalmente diffuso un certo orgoglio egoistico, per cui il figlio è perfetto e se ha dei problemi è sempre colpa degli altri. Mi racconta spesso il mio papà che quando era un bambino, se uno tornava a casa lamentandosi di essere stato picchiato dall'insegnante, i genitori rincaravano la dose, perché di sicuro se l'era meritato. Oggi, maestri e professori ricevono insulti e minacce - denunce, talvolta - se bocciano i bambini con delle difficoltà (e anche di questo ho i testimoni diretti, credetemi).

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Questo problema, unito alle cifre non indifferenti che richiede la frequentazione di scuole superiori ed univeristà, ha fatto sì che il livello culturale di massa si sia abbassato notevolmente in questi ultimi tempi. La cultura è ormai un privilegio dei ricchi, che possono permettersi di mandare i propri figli a prestigiosi istituti privati (per saperne di più: La scuola di serie B ). Chi invece non dispone di grandi patrimoni si deve accontentare di scuole pubbliche in cui talvolta manca adddirittura la carta igienica.
Non c'è da stupirsi poi se i giovani non si sentono motivati nello studio.
Non c'è da stupirsi se navigando sul web si trovano queste cose.



Avete riso? Vi capisco, ma ci sarebbe da piangere.
Sempre per restare in tema vi propongo un estratto di una conversazione fra due ragazzine di prima superiore che ho sentito, aspettando il treno la mattina.
Devo fare una piccola premessa: nel mio liceo, da un paio d'anni, grazie alla fantastica riforma Gelmini, sono state notevolmente ridotte le ore settimanali. Io, mantenendo il programma precedente, da settembre avrò tre giorni con cinque ore di lezione e tre giorni con sei. I nuovi arrivati non hanno neanche tutte le mattine da cinque ore, ma alcune da quattro. Le "seste ore", come le chiamiamo in gergo, non sapranno mai cosa siano.

A: "Facciamo qualcosa oggi dopo la scuola? A che ora esci?"
B: "Oh che palle, oggi ho cinque ore, quindi esco all'una meno dieci."
A: "Cinque ore?! Dev'essere una noia!"
B: "Madonna, ti giuro, se dovessi fare cinque ore tutti i giorni non ce la farei!"

Ovviamente non sono le parole esatte che hanno detto, ma il succo era questo. Non saprei come commentare questo episodio, credo dica tutto da sè.

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Bene, sono ormai alla fine di questo lungo monologo. Naturalmente non ho potuto affrontare tutte le tematiche relative al degrado delle nuove generazioni: ci sarebbero tante altre cose da dire.
In ogni caso, quello che ho scritto non è il frutto di un cavilloso ragionamento mentale, ma un semplice reportage nato dalla mia esperienza di giovane in mezzo ai giovani.
Mi aspetto delle critiche, senza dubbio. Sicuramente qualcuno mi accuserà di saltare alle conclusioni troppo in fretta, di non avere la mente abbastanza lucida in quanto parlo di una realtà in cui vivo e da cui potrei sentirmi urtata. E invito questo qualcuno a spiegarmi il suo punto di vista, a dirmi quello che pensa, perché questo post vuole essere una provocazione, una scintilla per accendere una discussione.
Sento la necessità confrontarmi con altre persone, non importa la loro opinione, perché devo capire fin dove arriva la mia capacità di osservazione ed analisi della realtà. Devo sapere se altri percepiscono il mio stesso disagio, se condividono le mie paure riguardo al futuro, o se mi sto fasciando la testa per niente.

Ma soprattutto voglio suscitare indignazione! Voglio che, leggendo le mie parole, rimangano indignati tutti coloro che si sentono estranei allo squallore di cui ho scritto.
Voglio che tutte queste persone urlino: NOI NON SIAMO COSI', NOI SIAMO MIGLIORI!
Voglio sentire qualcuno pronto a combattere per far valere la propria persona, pronto ad unire le proprie forze per trasformare questo mondo in un posto migliore.

Un giorno spiegavo ad una cara amica:
"Tutti noi dovremmo impegnarci al massimo in ogni cosa che facciamo, non importa compiere grandi imprese per essere un eroe. Possiamo cambiare il mondo con le piccole cose."
E lei mi ha risposto:
"Io penso che il nostro impegno, i nostri sforzi, le nostre passioni... Non siano piccole cose, ma grandi cose."

Ho capito che aveva ragione.

martedì 25 ottobre 2011

Jane Eyre - Ups and Downs

Piccola recensione schematica per chiarire i pregi e i difetti di questo classico intramontabile.





 

  • Lo stile è estremamente scorrevole, moderno rispetto all'epoca in cui è stato scritto il romanzo.
  • L'introspezione psicologica dei personaggi è molto accurata e affascinante. Charlotte Brönte ha creato personaggi completi, realistici, tormentati dal contrasto bene-male che è in loro.
  • Jane è una figura femminile rivoluzionaria: la sua forza di volontà, il suo coraggio, le sue passioni escono dal conformismo del periodo vittoriano e danno vita ad un ideale di emancipazione della donna.
  • L'elemento di mistero - il segreto di Thornfield - contribuisce a rendere avvincente la trama e dà un tocco di suspense che inquieta.
  • L'amicizia di Jane con Elena e la sua tragica fine è forse l'episodio più toccante del romanzo.
   



 
 

  • Nella vita di Jane si alternano grandi fortune e grandi sfortune. Questo rende meno realistica la vicenda e le dà piuttosto un carattere fiabesco.
  • Alcune scene romantiche tendono ad essere melense.
  • Il lieto fine avviene con troppa facilità: la reazione di Rochester al ritorno di Jane è in contrasto con il carattere orgoglioso del personaggio.



mercoledì 7 settembre 2011

Accabadora



Una terribile responsabilità grava sulle spalle dell’Accabadora, il cui passaggio per la strada suscita, ora più che mai, un coro di bisbigli fra le genti di Soreni.
Bonaria Urrai, anziana sarta dall’aspetto severo e composto, ha preso a fill’e anima la piccola Maria, per amarla come una vera figlia e non solo come «l’ultima» di quattro sorelle. Mentre il paese è tutto un vociferare, il rapporto fra donna e bambina si fa giorno dopo giorno più profondo, destinato ad oltrepassare i confini del legame famigliare. Ma cosa si nasconde dietro alle misteriose uscite notturne di Tzia Bonaria? Maria non lo potrebbe mai immaginare, eppure tutti sanno che l’Accabadora, colei che finisce, porta a termine le sofferenze di molti. Per questo l’anziana donna viene accolta in ogni casa con sguardi di dolore e paura, ma anche di rispetto e gratitudine.
Per questo il suo rapporto con Maria rischia di essere per sempre compromesso.
Michela Murgia, nata a Cabras (Sardegna) nel 1972, racconta gli anni ’50 di una terra che oggi non è ancora Italia a tutti gli effetti. Ancora forti sono il sentimento d’identità del popolo sardo e la reciproca diffidenza fra isolani e continentali, ma ecco finalmente un libro che riesce ad avvicinare queste realtà. Finalmente un mondo che nasconde la propria debolezza dietro grandi palazzi e strade dritte ne scopre uno ancora avvolto in un mantello di magia e superstizione. Proprio da questo incontro nasce un romanzo estremamente delicato e poetico.
Non una parola superflua si trova in Accabadora, una storia inventata che non potrebbe essere più vera. Non una frase ‘strappalacrime’ in una storia che commuove e dovrebbe far piangere.
Non solo scrittrice è Michela Murgia, ma soprattutto maestra di vita: impariamo da lei l’umiltà perché «non c’è nessun vivo che arrivi al suo giorno senza aver avuto padri e madri a ogni angolo di strada».

martedì 26 luglio 2011

La strada


Un uomo e un bambino avanzano verso Sud, la loro casa in un vecchio carrello del supermercato, la loro vita ridotta a sopravvivenza. Nient’altro che cenere sul loro cammino, attorno a loro solo le rovine del tempo che fu. Ogni giorno arrancano sotto un cielo grigio, cercano qualcosa con cui nutrirsi e ripararsi dal freddo, ogni giorno un passo più vicini alla morte. Ma loro portano il fuoco, che non è solo quello della pistola per difendersi dai predoni, ma la vita stessa. Il fuoco è la speranza, è l’amore, è la dignità umana, cose che anche la peggiore Apocalisse non è riuscita a cancellare completamente. E così, uomo e bambino, padre e figlio, si trasformano nell’Uomo e nel Bambino universali, metafora di un’umanità in via d’estinzione che non si arrende, ma che attende con pazienza l’alba di un nuovo divenire.
La fine del mondo è stata immaginata e descritta nei modi più vari, ma pochi scrittori possono vantare un’opera del valore de La strada. In questo nuovo romanzo Cormac McCarthy, scrittore già noto per Non è un paese per vecchi, racconta il viaggio disperato degli ultimi uomini di una Terra depredata di ogni scintilla di vita e lo fa con una destrezza di linguaggio sorprendente, che rende ogni scena visibile e l’immedesimazione totale. E, proprio come se lo scrittore volesse risparmiare le parole allo stesso modo in cui i protagonisti risparmiano le poche energie per sopravvivere, la scrittura è concentrata all’essenziale, i nomi assenti, i dialoghi quasi telegrafici. Eppure non manca nulla: ciò che non è scritto s’intuisce, ogni parola è carica di sentimento.
Nel 2009 a tre anni di distanza dalla sua pubblicazione esce, sotto la regia di John Hillcoat, la trasposizione cinematografica de La strada. Ma se al cinema il tema catastrofico affascina per gli effetti speciali, la letteratura può contare su un alleato altrettanto valido: il potere della parola. McCarthy ha scritto un romanzo che è quasi poesia, riuscendo ad evocare con estremo realismo immagini dolci e strazianti e a trasmettere tutta la desolazione di un mondo vuoto e distrutto.




domenica 10 luglio 2011

1984

Capolavoro della narrativa distopica, 1984 è divenuto ormai un classico della letteratura inglese del XX secolo. Realizzato tra il 1946 e il 1948, il romanzo porta un titolo allusivo quanto provocatorio, ottenuto dallo scambio delle cifre finali dell’anno stesso in cui è stato completato: con questo espediente, lo scrittore George Orwell (pseudonimo per Eric Arthur Blair) sembra voler porre un monito alla società del tempo, appena uscita dal secondo devastante conflitto mondiale e agli albori della guerra fredda. 1984, infatti, proietta il lettore in una realtà distorta, un mondo corrotto in cui regnano l’odio e la paura, nient’altro che le basi per un totalitarismo “perfetto”.
«Che cosa succede, se il passato e il mondo esterno esistono solo nella vostra mente e la vostra mente è sotto controllo?» Si chiede Winston, il protagonista, durante una delle sue tante riflessioni. Basta questo per renderlo incriminabile di psicoreato, egli ne è consapevole. Allo stesso tempo però, sa di essere nel giusto, sa che il Socing è solamente un insieme di menzogne e cova segretamente il folle desiderio di una rivolta di massa. Winston è ‘l’ultimo eroe’, che insieme alla compagna Julia, crede ancora nell’amore, nella libertà e nella dignità umana, valori destinati a scomparire per sempre a opera della neolingua, l’idioma ufficiale del Partito, che ha lo scopo di eliminare tutti i termini “non necessari” insieme ai loro concetti. Ma questo è solo uno dei numerosi strumenti di controllo del Grande Fratello, la mente onnisciente e onnipotente al vertice della gerarchia dello stato di Oceania. Essa è in continua guerra con l’Eurasia o l’Estasia, le altre due super potenze in cui è diviso il pianeta, ma poco importa quale sia il nemico e quale l’alleato, perché il passato, recente e lontano, è perfettamente modificabile e il Grande Fratello è da sempre e sempre sarà infallibile e vittorioso.
Questa angosciante considerazione accompagna il lettore per tutta la durata della narrazione che, pur essendo ricca di colpi di scena, presenta una fluidità sorprendente e rende il romanzo scorrevolissimo, quasi a creare un contrasto con la gravità dei temi trattati. 1984 è infatti un grido silenzioso, un’accusa feroce ai regimi totalitari, sia di stampo nazi-fascista che comunista, intenzionati a piegare tutta la popolazione al volere di una ristretta casta privilegiata. Ma cosa può fare un uomo solo, di fronte ad un potere illimitato e senza scrupoli? La risposta non lascia speranze: soccombere, ed accettare che 2+2=5.



 

giovedì 25 novembre 2010

Never let me go

ATTENZIONE:  Quella che segue non è propriamente una recensione del romanzo Non Lasciarmi di Kazuo Ishiguro, ma piuttosto un commento, perciò contiente SPOILERS.
Se non avete letto questo romanzo meraviglioso, lasciate perdere il post e affrettatevi a leggere il libro perchè merita veramente (e ovviamente dopo tornate qui a leggere quello che ho scritto! :P).


Immaginate di avere dodici o tredici anni e di vivere in un collegio magnifico e isolato, immerso nelle colline inglesi. Per quel che ricordate, avete sempre vissuto lì insieme ad altre decine di ragazzi più o meno giovani di voi, costantemente sorvegliati da alcuni “tutori” che vi insegnano tutto ciò che dovete sapere. Vi ripetono sempre che dovete stare molto attenti alla vostra salute, che dovete comportarvi in modo dignitoso e che dovete sforzarvi di essere creativi. Naturalmente nel corso della vostra infanzia avete stretto una profonda amicizia con alcuni compagni e avete sviluppato simpatie ed antipatie verso i tutori.
Insomma, fin qui la vostra vita, come quella di Kathy, Ruth e Tommy, può sembrare una vita tipica di un orfano relativamente fortunato. Ma questi tre studenti di Hailsham, protagonisti del commovente romanzo di Kazuo Ishiguro, Non Lasciarmi, non hanno nulla a che vedere con gli orfani.
E’ Kathy, ormai adulta, a narrare ai lettori la sua vita, quasi come si stesse confidando con una persona conosciuta e fidata. I primi episodi che ci racconta – il suo primo incontro con Ruth, il carattere difficile di Tommy, lo strano comportamento dei tutori – sono caratterizzati da un certo “disordine” cronologico, come se i ricordi più lontani della sua infanzia cominciassero a diventare confusi e le fosse difficile organizzare bene il pensiero; solo successivamente la storia diventa più lineare.
Kathy, Ruth e Tommy, come tutti i loro compagni di Hailsham, sono destinati a diventare “assistenti” e “donatori”, sono stati creati per questo scopo e ne sono consapevoli. Sanno anche che è molto importante riuscire a realizzare bei disegni e belle poesie, perché queste loro opere possano trovare posto nella misteriosa Galleria di Madame. Per loro tutto questo è normale e la loro vita non sembra diversa da quella di qualunque altro adolescente: le amicizie infantili si evolvono in sentimenti più profondi, a grandi gioie si alternano momenti di sconforto, i rapporti sono fragili e le emozioni forti. Ma, inesorabile, si avvicina il momento di lasciare Hailsham e negli ultimi anni al collegio si crea un’atmosfera di tensione fra gli studenti, i tutori infatti sembrano restii ad affrontare alcuni argomenti, soprattutto riguardo al futuro dei ragazzi, a quello che li aspetterà quando dovranno affrontare il “mondo fuori”.
La verità si scopre quasi per caso, come se fosse una cosa ovvia e conosciuta fin dall’inizio della storia ed è forse proprio per questo che ci colpisce in modo così violento: studente non è altro che una parola più gentile per parlare di un clone, destinato in età adulta a donare i propri organi vitali. La crudeltà e l’assurdità di tutto ciò ci sconvolge e, sebbene avessimo subito intuito la presenza di un segreto inquietante dietro alla parola “donazione”, ci ritroviamo ora a considerare le vite dei protagonisti sotto una luce completamente diversa.
Dopo aver trascorso ogni passo della vita di Kathy, Ruth e Tommy e aver condiviso con loro tutte le gioie, le preoccupazioni, lo sconforto, la rabbia e soprattutto l’amore, improvvisamente scopriamo che sono diversi da noi e non riusciamo a capacitarci di come ciò sia possibile.
Bene, è proprio questa sensazione che vuole farci provare Ishiguro, per farci riflettere su una domanda già affrontata molte volte dalla filosofia – cosa rende tale un “essere umano”? – e per condannare attraverso la metafora dei cloni, le discriminazioni sociali. Parallelamente a questo, lo scrittore ci comunica una forte preoccupazione riguardo allo sviluppo tecnologico, che potrebbe portare la scienza ad un carattere amorale e spregiudicato, se non venisse adeguatamente controllato.
Nonostante questo quadro tetro della società, nel romanzo chiusa e statica, sembra che una speranza ci sia: ciò che unisce tutti e supera ogni barriera è l’amore, in tutte le sue forme.
Non è mai troppo tardi per amare.


A febbraio uscirà nelle sale italiane il film tratto da questo romanzo, diretto dal regista americano Mark Romanek.
 


lunedì 22 novembre 2010

Scienza e saggezza: una collaborazione vincente

In un’intervista del 2006, pubblicata da Il Corriere della Sera, la scienziata Rita Levi Montalcini ha affermato: 
“La conoscenza è per definizione un bene – forse il bene primario dell’uomo – perché senza di essa non possono esistere le altre libertà fondamentali a cui ci si appella di continuo. Gli scienziati non detengono il monopolio della saggezza. La soluzione dei problemi che affliggono il genere umano, fino a porne in pericolo la sopravvivenza, spettano in pari misura a filosofi, uomini di religione, educatori.”
Questa riflessione, pur dimostrando grande saggezza, non è completamente corretta.
Senza dubbio solo la conoscenza può garantire l’autonomia, cioè la base della vera libertà degli uomini: solo chi riesce a pensare e ad agire in modo autonomo, chi esce dagli schemi, chi non ha paura di essere diverso si può definire libero. Se si permette ad altre persone di condizionare la propria esistenza, si perde subito l’amata libertà, infatti l’influenza del pensiero altrui può far compiere delle azioni di cui in seguito è facile pentirsi. Essere condizionati da qualcuno significa essere alla sua mercé. Dunque, l’unico modo per liberarsi di tutte le influenze è quello di conoscere quanto più è possibile, essere consapevoli di ciò che ci sta intorno. Solo quando si raggiunge un alto livello di comprensione e conoscenza di tutte le cose si può pensare liberamente, nel vero senso della parola, perché solo a quel punto si riescono a capire e ad evitare gli errori degli altri.
Ritornando all’affermazione della Montalcini, è sicuramente corretto pensare che gli scienziati non siano le uniche persone sagge. Come tutti gli esseri umani, gli scienziati hanno la possibilità di sbagliare, sia per quanto riguarda la loro attività, sia per quanto riguarda le loro convinzioni o riflessioni, tant’è vero che alcune delle teorie di Einstein, forse lo scienziato più famoso della storia e una mente geniale, sono state ultimamente smentite. Inoltre non si può legare strettamente il concetto di saggezza ad altri come intelligenza o sapienza poiché al mondo ci sono persone sagge che non sono particolarmente colte o intelligenti e purtroppo ci sono molte persone con grandi capacità, ma che agiscono senza saggezza.
Quando la Montalcini si riferisce ai “problemi che affliggono il genere umano”, il concetto non risulta molto chiaro. Innanzitutto sarebbe necessario specificare meglio di cosa si sta parlando: problemi legati all’ambiente, alla società o più generalmente a entrambi? E’ più probabile quest’ultima opzione considerando il fatto che i più gravi problemi dell’umanità (guerre lunghe e sanguinose, povertà ben oltre i limiti della dignità, eventi climatici disastrosi) dipendono contemporaneamente da condizioni ambientali e sociali. Inoltre non è del tutto esatto che principalmente, o solamente, filosofi, religiosi ed educatori debbano occuparsi dei problemi del genere umano. I filosofi possono sì elaborare teorie e possibili soluzioni, ma hanno anche sicuramente bisogno di persone con le capacità e la possibilità di metterle in pratica. I religiosi dovrebbero trasmettere i giusti valori e difendere i deboli, ma non sempre si impegnano in nel loro compito e in ogni caso questo non basterebbe a risolvere i problemi maggiori. Infine gli insegnanti hanno l’importante responsabilità di educare le nuove generazioni, compito difficile, ma assolutamente necessario affinché la conoscenza non vada perduta e con essa la libertà. Purtroppo anche l’impegno degli insegnanti non può, da solo, salvare l’umanità. Dunque la soluzione totale dei problemi non è un’utopia, ma si può ottenere solo con un grande lavoro di collaborazione e cooperazione fra diverse categorie di persone, e il maggior sforzo dovrebbe essere compiuto da coloro che guidano le comunità, i quali spesso pensano più all’interesse personale che al benessere e alla salute della società.

domenica 15 agosto 2010

La dignità della morte

Mentre tutti sono in viaggio a godersi questa bella domenica di Ferragosto, io resto a casa a riposarmi, evitando luoghi affollati e caotici. Così ne approfitto per aggiornare un po' il blog.  ;-)
Il testo che vi propongo tratta la delicata questione dell'eutanasia.

La dignità della morte
Durante gli anni passati si è sentito parlare spesso dell’eutanasia, un argomento ormai “fuori moda”. Nomi come Eluana Englaro e Piergiorgio Welby, sulle bocche di tutti appena un anno e mezzo  fa, ora ci ricordano solo  una serie interminabile di ripetitivi servizi al telegiornale, terminati improvvisamente. Tuttavia le controversie sulla legittimità dell’eutanasia non sono state risolte: essa in Italia è ancora considerata un omicidio volontario, seppur con le attenuanti. Per affrontare questo difficile argomento è necessario chiarire cosa s’intende per “eutanasia”. Con questo termine, che letteralmente significa dolce morte, si indica l’azione del provocare intenzionalmente la morte di un individuo la cui vita sia compromessa in modo irreversibile e permanente da una malattia. Pertanto, è naturale chiedersi se questa pratica si possa considerare legalmente e moralmente corretta.
In primo luogo, tramite l’eutanasia è possibile porre fine ai dolori di un malato terminale. Non si parla solo di mali fisici, che a volte possono essere attenuati grazie a farmaci specifici, ma anche di sofferenze psicologiche causate dalla consapevolezza di essere un “peso” per altre persone. Alcune malattie degenerative, infatti, condannano il malato ad essere dipendente dall’aiuto di altri per le più semplici azioni quotidiane, come mangiare, andare in bagno o fare la doccia. Ciò intacca la dignità umana e di conseguenza l’autostima del malato, dunque non c’è da meravigliarsi se questi desidera la morte. Invece, nel caso in cui un paziente sia colpito da una malattia che gli permette di mantenere una discreta autonomia, un’alternativa migliore all’eutanasia è l’applicazione delle cure palliative. Con questa terapia, non necessariamente farmacologica, si permette al malato di vivere con serenità, senza accelerare, né ritardare la sua morte.
L’eutanasia inoltre potrebbe risparmiare dolori alle persone che si devono occupare del malato, come famigliari, amici e medici. Infatti, l’accudimento di un individuo infermo in modo permanente crea sia difficoltà, sia profonde sofferenze a coloro che gli stanno vicino, poiché non è possibile rimanere estranei al dolore di una persona, proprio come dice il professore Mario Palmaro (Istituto di filosofia del diritto Università degli Studi di Milano): “Vedere una persona che soffre terribilmente, senza una speranza di guarigione, mi risulta insopportabile”.
Detto questo, è fondamentale specificare che l’eutanasia non deve essere incoraggiata tramite pressioni psicologiche sul paziente con l’obbiettivo di ricavare vantaggi personali, per esempio l’ottenimento di un’eredità. Per quanto riguarda l’aspetto economico invece è bene riflettere sui costi sociali richiesti dal mantenimento in vita di un malato terminale. Mario Palmaro sostiene ancora che “la spesa sanitaria pubblica subisce per ogni paziente in media un’impennata negli ultimi tre anni di vita.” Dunque, molte di queste risorse potrebbero essere utilizzate per pazienti che hanno la possibilità di tornare attivi socialmente.
Certamente, la questione più difficile, su cui vertono i dibattiti sull’eutanasia, riguarda il consenso da parte del paziente all’applicazione di tale trattamento. Ogni persona dovrebbe essere libera di decidere per la propria vita, specialmente nel caso in cui si trovi in condizioni fisiche degradate che causano sofferenza e minano la sua dignità. Perché opporsi con tanta veemenza di fronte alla richiesta di morire da parte di un malato? La morte non è altro che un processo naturale che permette il proseguimento della vita e lo sviluppo di tutte le specie.
E’ vero anche che alcune dottrine religiose, ad esempio quella Cristiana Cattolica, molto diffusa in Italia, considerano la vita un dono sacro: nessuno può disporne a piacimento, neanche della propria. Queste religioni condannano l’eutanasia e incoraggiano a difendere fino all’ultimo la vita del malato terminale, perché esiste sempre una speranza di salvezza. Un’affermazione di questo genere non è accettabile razionalmente, almeno non oggi nel XXI secolo. Analisi ed esami effettuati con le più innovative tecnologie possono stabilire con certezza se un malato abbia la speranza di guarire, per questo motivo è inutile e crudele l’accanimento terapeutico contro una persona che aspetta solamente la fine dei suoi tormenti.
Diverso è il caso in cui il malato non sia in condizione di intendere e di volere. Qui la questione diventa molto più delicata poiché non si può rischiare di provocare la morte di un malato non consenziente all’eutanasia. Questo è il motivo principale per cui molti si oppongono a tale trattamento: essi vedono l’eutanasia come un omicidio, un reato gravissimo sia dal punto di vista legale, sia dal punto di vista morale.
In realtà non si può considerare l’eutanasia un omicidio vero e proprio, poiché il malato non ha speranza di guarigione e va incontro ad una morte forse lenta e più dolorosa. Per risolvere il problema del consenso esiste un metodo, già applicato in altri Paesi del mondo, ovvero la stesura di una dichiarazione anticipata di trattamento, meglio conosciuta come testamento biologico o living will (dall’inglese “volontà del vivente”). Si tratta di un documento con il quale una persona, in grado di intendere e di volere, dichiara la propria volontà riguardo a quali terapie intende o meno accettare, nel caso in cui venga colpita da una malattia irreversibile che la costringano a trattamenti artificiali permanenti. Purtroppo in Italia il testamento biologico non ha alcun valore giuridico, perciò è necessario che venga presto accettato dalla legislazione italiana; dopodiché le autorità dovrebbero impegnarsi a sensibilizzare la popolazione riguardo al problema, incoraggiando la scrittura di questo documento.
Concludendo, l’eutanasia dovrebbe essere accettata dalla popolazione e praticabile legalmente, purché venga applicata con responsabilità e giudizio.