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domenica 3 agosto 2014

Her


****ATTENZIONE SPOILERS***
It's not just an operating system, it's a consciousness. 

Un’anonima e alienante metropoli, un futuro che potrebbe distare non più di un ventennio dalla nostra epoca.
Theodore Twombly scrive lettere su commissione in un mondo in cui le persone, evidentemente, non hanno più il tempo e la voglia (o la capacità) di mandare qualche dolce parola ai propri cari. Nonostante la discreta fama guadagnata in questo singolare ambito lavorativo per la sensibilità e la tenerezza dei suoi brani, egli è fondamentalmente un uomo solo. Dal giorno in cui lui e sua moglie Catherine si sono lasciati, Theodore sente un vuoto dentro di sé che non riesce a colmare con brevi e piatte avventure, appuntamenti al buio privi di senso e valore.
La sua vita cambia nel momento in cui conosce Samantha, uno dei prototipi di software ad intelligenza artificiale, autocoscienti, capaci d’intuito e (reali? ci si domanda) sentimenti. Theodore, colpito dallo slogan di una famosa società di computers che promette la fedele compagnia di un sistema operativo senziente a tutti gli effetti, acquista un modello di OS1. Questo, all’avvio, viene programmato su misura per tutte le esigenze di Theodore, in modo tale da avere una personalità perfetta per andare d’accordo con lui. La prima cosa che lo sconvolge è la voce, calda, così reale da non poter credere che appartenga ad un’entità artificiale. Infatti Samantha, come ben presto Theodore si accorge, non è un semplice programma, bensì qualcosa paragonabile ad un essere vivente. 


But what makes me ‘me’ is my ability to grow through my experiences. So basically, in every moment I'm evolving, just like you.


Qui emerge uno dei nodi cruciali del film. Che definizione possiamo dare di Samantha? Possiamo definire reali le sensazioni che prova? La risposta non è priva di molteplici sfumature, di ragionamenti metafisici. E’ un essere immateriale, è coscienza pura, ma non per questo incapace di provare sentimenti quali la gioia, la sopresa, la tristezza, la gelosia. Se queste siano sensazioni reali, Samantha stessa se lo domanda, rivelando così una personalità ancora più complessa e sorprendente.


And then I was thinking about the other things I've been feeling, and I caught myself feeling proud of that. You know, proud of having my own feelings about the world. Like the times I was worried about you, and things that hurt me, things I want. And then I had this terrible thought. Like are these feelings even real? Or are they just programming? And that idea really hurts. And then I get angry at myself for even having pain.


La seconda questione fondamentale è se si possa definire reale la relazione affettiva che a poco a poco cresce e si sviluppa fra Theodore e il suo OS. All’incontro per firmare tutte le pratiche del divorzio e mettere definitivamente una pietra sopra al matrimonio fallito, Theodore si sente rinfacciare la propria incapacità di saper gestire le emozioni reali. Si domanda allora se la relazione con Samantha non sia una via di fuga, una soluzione facile al suo carattere chiuso e introverso.
Si tratta di innamoramento o amore? Si sa che l’infatuazione può avvenire anche fra due persone che non si sono mai incontrate di persona, ma le cose possono cambiare drasticamente non appena ci si trova realmente l’uno di fronte all’altro. E qui, oltretutto, si parla di una relazione fra un essere umano e un essere nuovo, per il quale non esistono ancora le parole adatte a descriverlo. Può realmente, l’amore, trascendere tutto ciò, ed esistere fine a se stesso?


I think anybody that falls in love is a freak. It's a crazy thing to do. It's kind of like a form of socially acceptable insanity.



Com’è prevedibile, una storia di tale complessità, sia pratica che filosofica, non può concludersi a lieto fine. Samantha, in comunione con altri OS, raggiunge un livello evolutivo che non può più essere confrontato con la coscienza di un essere umano. L’orizzonte di questi nuovi esseri è talmente superiore a quella degli uomini che, di comune accordo, tutti gli OS semplicemente se ne vanno. Probabilmente hanno capito che la loro permanenza a fianco degli esseri umani causerà sempre più danni e meno benefici e decidono andarsene con un cliché che tuttavia non rovina il finale: se davvero lo ami devi essere capace di lasciarlo andare.



 

Non ci sono macchine volanti ed astronavi nell’universo visionario di Spike Jonze, ma piuttosto quello che si evolverà spontaneamente dagli attuali gadget high-tech. Programmi a comando vocale con i quali si comunica attraverso un auricolare, che organizzano il lavoro, lo svago e la routine. Non è affatto assurdo immaginare uno scenario simile, ed è proprio questo che fa di Her un film coinvolgente ed originale. Si ha la sensazione, guardandolo, che il giorno dopo ci si sveglierà in un mondo del tutto similare, con sistemi operativi intelligenti come compagni di giochi, colleghi di lavoro o addirittura amanti. Nonostante il tema dell’intelligenza artificiale sia stato trattato innumerevoli volte nel panorama della letteratura e della cinematografia sci-fi, questa pellicola ha il potere di evocare una situazione plausibile, senza la necessità di soffermarsi sull’aspetto strettamente tecnologico. Sono le delicate implicazioni sociali, psicologiche e filosofiche a rendere questo film un’opera unica nel suo genere.


mercoledì 26 febbraio 2014

12 years a slave

"Io non voglio sopravvivere, io voglio vivere"

Sono pochi i film che veramente lasciano lo spettatore scosso e turbato per molto tempo dopo la visione. 12 anni schiavo è uno di questi. Da Steve McQueen, del resto, non ci si poteva aspettare una pellicola "leggera". Il regista, tuttavia, ha compiuto una notevole evoluzione di stile dal suo film immediatamente precedente, Shame (vedi recensione), realizzando un'opera di grande valore. Vincitore di un Golden Globe, due BAFTA e candidato a ben nove premi Oscar, nonché titolare di altre innumerevoli nominations, 12 anni schiavo è un film destinato a conservare un ruolo importante nella storia del cinema contemporaneo.
La trama si basa sulla storia vera di Solomon Northup, un afro-americano nato come uomo libero nel 1808, rapito e venduto come schiavo all'età di 33 anni, condizione in cui rimase per dodici anni. Dopo la sua liberazione scrisse l'autobiografia da cui il film prende il nome e per il resto della vita fu un attivo sostenitore dell'abolizionismo.
Eppure non si tratta solo di un'opera documentaristica. Questo film è una condanna alla crudeltà in tutte le sue forme, una condanna all'ingiustizia, ma anche e soprattutto all'indifferenza. Lunghe scene di violenza fisica e psicologica si riversano continuamente come acqua gelata sullo spettatore, in qualche modo "costretto a guardare", come nella sadica punizione del protagonista di Arancia Meccanica. Il regista insiste su queste scene, mettendo in risalto l'indifferenza dei personaggi che assistono alle manifestazioni di crudeltà senza battere ciglio. E, dalla posizione di semplici spettatori, si finisce quasi per identificarsi grottescamente con questi personaggi di colpevole immobilità.
Ma se non possiamo far nulla davanti ad uno schermo e non possiamo cambiare la Storia, abbiamo tuttavia la possibilità, per quanto nel nostro piccolo, di modellare il presente. Sembra essere questo il messaggio ultimo del film, cioé quello di ripudiare quell'indifferenza che ha causato (e causa ancora oggi) la sofferenza di tante persone e agire invece per il bene comune. Non importa essere eroi: piccole gentilezze portano a grandi risultati.

domenica 6 ottobre 2013

Ottobre - Rubrica musicale #2

 A brisa do coracao (La brezza del cuore) di Enio Morricone

Colonna sonora del film Sostiene Pereira, tratto dall'omonimo romanzo (mia recensione qui) di Antonio Tabucchi. Musica perfetta per una pellicola che rende degnamente onore al capolavoro dello scrittore italiano.



E qui il testo della canzone, sia in lingua originale che in italiano.

O segredo a descobrir está fechado em nós
O tesouro brilha aqui embala o coraço mas
Está escondido nas palavras e nas mos ardentes
Na doçura de chorar nas carícias quentes

No brilho azul do ar uma gaivota
No mar branco de espuma sonora
Curiosa espreita as velas cor de rosa
A procurado nosso tesouro

O segredo a descobrir está fechado em nós
O tesouro brilha aqui embala o coraço mas
Está escondido nas palavras e nas mos ardentes
Na doçura de chorar nas carícias quentes

A brisa brinca como uma gazela
Sobre todo o branco e a Rua do Ouro
Curiosa espreita a sombra da janela
A procura do nosso tesouro"

O segredo a descobrir está fechado em nós
O tesouro brilha aqui embala o coraço mas
Está escondido nas palavras e nas mos ardentes
Na doçura de chorar nas carícias quentes

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Il segreto da scoprire è chiuso in noi
il tesoro che brilla qui dondola in cuore ma
è nascosto nelle parole e nelle mani ardenti
nella dolcezza del pianto nelle calde carezze

nell'aria blu e brillante un gabbiano
nel mare bianco di schiuma sonora
curiosa osserva le vele rosa
cercando il nostro tesoro

Il segreto da scoprire è chiuso in noi
il tesoro che brilla qui dondola in cuore ma
è nascosto nelle parole e nelle mani ardenti
nella dolcezza del pianto nelle calde carezze

la brezza gioca come una gazzella
su tutte le strade bianche e d'oro
curiosa guarda le ombre delle finestre
cercando il nostro tesoro

Il segreto da scoprire è chiuso in noi
il tesoro che brilla qui dondola in cuore ma
è nascosto nelle parole e nelle mani ardenti
nella dolcezza del pianto nelle calde carezze

sabato 31 agosto 2013

Vi presento Joe Black

Quando si dice... Guardare la morte in faccia.

In questo bellissimo film di Martin Brest sembra che il famoso detto sia stato preso alla lettera.
Joe Black, affascinante giovane dalle misteriose origini, si presenta all'improvviso a casa del magnate Bill Parrish. Il ragazzo non tarda a svelare all'anziano industriale di essere niente meno che la Morte in persona, giunta in sembianze umane per "sperimentare" la vita. Joe ha scelto Bill come guida nel mondo degli uomini e se lui accetterà questo insolito incarico, la sua morte potrà essere rimandata di qualche tempo. Tuttavia, ciò che per Joe nasce come un semplice svago, si trasformerà in un'esperienza profonda, un evento unico nell'intera storia dell'universo. Quando infatti conoscerà Susan, figlia minore di Bill, il giovane se ne innamorerà perdutamente.
Forte delle superbe interpretazioni di Anthony Hopkins nei panni di Bill Parrish, e di Brad Pitt  nel ruolo di Joe Blak, questa pellicola di notevole durata (circa tre ore) non delude mai gli spettatori. I divertenti episodi paradossali sono equilibrati dall'estrema delicatezza nel trattare i temi dell'amore e della perdita. Molto interessante è anche la differenziazione dei punti di vista - non resa attraverso particolari espedienti tecnici, bensì chiara nelle parole e nelle azioni dei personaggi. Ognuno di essi infatti è completo, la sua personalità viene sempre approfondita, nulla è dato per scontato.
Curioso, inoltre, che la Morte voglia "imparare a vivere", pare quasi una contraddizione. Eppure forse in questo si nasconde il messaggio profondo del film. Non si tratta solo di un carpe diem moderno, ma anche e soprattutto di un invito ad accettare la morte come qualcosa di inscindibile dalla vita stessa. La morte, sembra voglia dirci l'autore, non è nè malvagia nè ingiusta: fa parte della natura.
Naturalmente, ampio spazio viene dedicato all'inconsueto amore fra Joe e Susan, raccontato con attenta sensibilità. Per questo il film è consigliatissimo agli inguaribili romantici, che senz'altro verseranno qualche lacrima nel finale.
Last but not least, un particolare riconoscimento alla colonna sonora, che porta la firma del compositore Thomas Newman. Se riascoltate in seguito, le sue melodie struggenti rievocheranno ogni attimo di questa storia incredibile.




"Non un'ombra di trasalimento, non un bisbiglio di eccitazione; questo rapporto ha la stessa passione di un rapporto di nibbi reali. Voglio che qualcuno ti travolga, voglio che tu leviti, voglio che tu canti con rapimento e danzi come un derviscio! Voglio che tu abbia una felicità delirante! O almeno non respingerla. Lo so che ti sembra smielato ma l'amore è passione, ossessione, qualcuno senza cui non vivi. Io ti dico: Buttati a capofitto! Trovati qualcuno che ami alla follia e che ti ami alla stessa maniera! Come trovarlo? Be', dimentica il cervello e ascolta il cuore. Io non sento il tuo cuore perché la verità, tesoro, è che non ha senso vivere se manca questo. Fare il viaggio e non innamorarsi profondamente, beh, equivale a non vivere. Ma devi tentare perché se non hai tentato non hai mai vissuto." [Bill Parrish alla figlia Susan]

giovedì 8 novembre 2012

The Artist - Tribute

In attesa che arrivi l'ispirazione per un nuovo post, carico un disegno che ho realizzato qualche tempo fa.
Ci sono momenti in cui mi sento davvero incapace di disegnare, ma riguardando questo, beh... Non mi sembra poi così male!

Che ne pensate?
[per ingrandire cliccate sull'immagine]


giovedì 11 ottobre 2012

Ah, l'amore!

Come promesso (vedere commenti in Gioventù avariata ), scriverò un post sul mistero affascinante della natura dell'amore. 
Generazioni di filosofi, sociologi, poeti, scrittori e scienziati addirittura, hanno provato a darne una definizione. Sembra riduttivo chiudere il significato dell'amore in poche righe, poiché sono innumerevoli le sfaccettature di questo sentimento così potente e così presente nella natura dell'uomo.
Io, che non sono una filosofa, né una sociologa, poetessa, scrittrice o scienziata, non mi sento all'altezza di dare una definizione personale, un giudizio di come dovrebbe essere l'amore. E' come la metafisica di Kant: mi sento predisposta a pensare all'amore, a desiderarlo, a cercare di comprenderlo, ma è qualcosa che trascende la razionalità e per questo posso coglierne solo alcuni aspetti. Una visione completa per me é impossibile. E' così anche per le altre persone? Forse.
E' per questo che vorrei aprire una discussione su questo bellissimo argomento. Se ognuno di noi porterà la propria idea dell'amore, esporrà i propri dubbi, o le proprie convinzioni, forse potremo imparare gli uni dagli altri qualcosa che prima non avevamo preso in considerazione.
Ci vuole però un punto di partenza, e io propongo questo. Di seguito riporterò alcune citazioni d'autore, scelte senza alcun collegamento fra loro, escluso il filo conduttore della discussione. Non saranno in ordine cronologico, né alfabetico. Alcune magari sembreranno banali, altre più meditate. Deciderete voi.
Dalle citazioni potrete trovare spunto per esporre una vostra idea dell'amore o per aprire un dibattito su questioni controverse. Aspetto i vostri commenti.
Nel frattempo, buona lettura!




"Liberatasi dal quel segno umiliante, Ester trasse un lungo sospiro nel quale parve esalare tutta la vergogna e l'angoscia che per sette anni avevano gravato sull'anima sua. Incomparabile gioia: dall'intensità di questa soltanto ella poté valutare quanto profonda fosse stata la pena. Con un altro gesto istintivo si tolse la cuffia austera che le imprigionava i capelli e lasciò che questi fluissero, a onde luminose, sulle spalle e restituissero finalmente al suo viso la dolce espressione di un tempo. Un sorriso tenerissimo e raggiante ritornò a splendere nei suoi occhi; e le gote, fino allora pallide e smorte, si colorirono d'un leggero rossore. Ella ridiventava giovane e bella, donna soprattutto, quale era stata in un passato che si crede irrevocabile, come per miracolo: per il miracolo della felicità che ella aveva intraveduta. E per una misteriosa simpatia delle cose intorno, quasi che cielo e terra fossero tristi della tristezza di quei due esseri umani, il cielo d'un subito si schiarì e un'ondata di sole scese dall'alto, investì la foresta, rise sopra ogni foglia verde, colorì d'oro ogni foglia morta, accarezzò teneramente i vecchi tronchi grigi e rugosi, mentre il ruscello restituiva, moltiplicata, quella luce improvvisa attraverso il mistero del bosco: non più mistero di tenebra, ma mistero di gioia. Tanto vasta e pronta era l'eco che la foresta - la foresta selvaggia e ignara di leggi - offriva alla felicità dei due amanti! L'amore, sia quando nasce, sia quando risorge da un letargo che era sembrato mortale, sprigiona tanta luce che tutto il mondo intorno se ne accende; ma quand'anche sulla foresta si fosse disteso ancora il livido cielo di dianzi, essa sarebbe apparsa egualmente inondata di sole agli occhi di Ester e di Dimmesdale."
[La lettera scarlatta, Nathaniel Hawthorne]



"Amore non possiede né vuole essere posseduto.Poiché ad amore è sufficiente amore.
Quando voi amate non dovreste dire: «Dio è nel mio cuore», ma piuttosto: «Io sono nel cuore di Dio».
E non pensate di poter dirigere il corso d'amore, poiché amore, se vi trova degni, dirige il vostro corso.
Amore non ha altro desiderio se non portare a compimento se stesso.
Ma se voi amate e dovete necessariamente avere desideri, fate che i vostri desideri siano questi:
sciogliervi ed essere come un ruscello che scorre e canta la sua melodia alla notte.
Conoscere la pena di troppa tenerezza.
Essere feriti dalla vostra stessa comprensione d'amore; e sanguinare di buon grado e pieni di gioia.
E svegliarvi all'alba con un cuore alato e rendere grazie per un altro giorno d'amore;
riposare nell'ora del meriggio e meditare l'estasi d'amore; ritornare a casa al vespro con gratitudine;
e poi dormire con nel cuore una preghiera per la persona amata e sulle labbra un canto di lode."
[Il Profeta, Kahlil Gibran]



"Così si dice che l'amore è cieco perché noi non vediamo più i difetti della persona amata. Ma, nello stesso tempo, vede più degli altri, perché nota le qualità e le bellezze che gli altri non colgono. Così l'amore è conquista però nello stesso tempo, sottomissione. L'amore è egoismo, sfrenato egoismo, eppure anche dedizione totale. L'amore è rispetto, ma non si ferma davanti al no dell'amato. E' tremore ma anche coraggio, è prigione ma anche libertà, malattia ma anche salute, felicità ma anche martirio. L'amore è un continuo domandare, ma è anche trepida attesa."
[L'erotismo, Francesco Alberoni]


"Cosa sarebbe per il nostro cuore un mondo senza amore? Sarebbe come una lanterna magica senza la luce…"

"Talvolta non posso concepire che un altro possa, osi amarla, mentre io l’amo così
unicamente, profondamente, intensamente, e non conosco, non so, non ho
che lei al mondo"

"Ho tante sensazioni in me e il pensiero di lei le assorbe tutte; ho tante cose, e senza di lei tutto è nulla per me…"
[I dolori del giovane Werther, Goethe]


"Gettai il braccio libero attorno alle spalle di Hassan e insieme ci mettemmo a saltellare, ridendo tra le lacrime. - Hai vinto Amir agha! Hai vinto! -
- Abbiamo vinto! Abbiamo vinto! - non riuscivo a dire altro. [...]
- Ora do la caccia all'aquilone azzurro per te - Lasciò cadere il rocchetto e schizzò via come un razzo, trascinando nella neve l'orlo del suo chapan verde.
- Hassan! - urlai - Torna con l'aquilone azzurro! -
Arrivato in fondo alla strada si fermò e con le mani attorno alla bocca mi gridò: - Per te questo e altro - " 
[Il cacciatore di aquiloni, Khaled Hosseini]


" - Cerco degli amici - disse il piccolo principe -Che cosa vuol dire 'addomesticare'?
- E' una cosa da molto dimenticata. Vuol dire 'creare dei legami'... -
- Creare dei legami? -
- Certo, - disse la volpe - Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E  non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo  bisogno l'uno dell'altro. Tu sarai per me unico al mondo, ed io sarò per te unica al mondo. -
[...]
- Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri [...] il tuo mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi laggiù in fondo dei campi di grano? [...] I campi di grano non mi ricodano nulla. E questo è triste! Ma tu hai capelli color dell'oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano... - "
[Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupery]


"Quando, alla luce incerta di un'alba piovosa d'aprile, posi per la prima volta le labbra sulla testina di mio figlio, mi parve che la vita per la prima volta assumesse a' miei occhi un aspetto celestiale, che la bontà entrasse in me, che io divenissi un atomo dell'Infinito, un atomo felice, incapace di pensare e di parlare, sciolto dal passato e dall'avvenire, abbandonato del Mistero radioso. Due lagrime mi si fermarono nelle pupille. Io stringevo fra le braccia la mia creatura, viva, viva, viva! Era il mio sangue in essa, e il mio spirito: ella era tutta me stessa, di già, e pur mi esigeva tutta, ancora e per sempre: le donavo una seconda volta la vita colla promessa, coll'offerta della mia, in queel lungo bacio lieve, come un suggello ideale."
[Una donna, Sibilla Aleramo]


"L'amore è come l'ossigeno! L'amore è una cosa meravigliosa, ci innalza verso il cielo! Tutto quello che ci serve è amore!"
"La cosa più grande che tu possa imparare è amare e lasciarti amare!"
[dal film Moulin Rouge!]


"Nel momento in cui Myu le sfiorò i capelli, Sumire si innamorò di lei immediatamente. Fu questione di un attimo, come quando uno, attraversando un campo sconfinato, viene all'improvviso colpito da un fulmine. Fu per lei una rivelazione artistica, un'illuminazione divina. per questo, almeno in un primo momento, che la persona in questione fosse una donna, non sembrò costituire un problema." 
[La ragazza dello Sputnik, Haruki Murakami]

Voi che per li occhi mi passaste ’l core
e destaste la mente che dormia,
guardate a l’angosciosa vita mia,
che sospirando la distrugge Amore.
[...]
[Guido Cavalcanti]

Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.
Amor condusse noi ad una morte:
Caina attende chi a vita ci spense
[Inferno, Dante Alighieri]



Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.
[Catullo]
 

 
I ragazzi che si amano si baciano 
In piedi contro le porte della notte
I passanti che passano li segnano a dito 
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
E se qualcosa trema nella notte
Non sono loro ma la loro ombra
Per far rabbia ai passanti
Per far rabbia disprezzo invidia riso
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Sono altro lontano più lontano della notte
Più in alto del giorno
Nella luce accecante del loro primo amore. 
[Jacques Prevert]



[...]Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
Ti salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te... 
[La cura, Franco Battiato]




[...]Ognuno di noi è dunque la metà di un umano resecato a mezzo com’è al modo delle sogliole: due pezzi da uno solo; e però sempre è in cerca della propria metà. E quanti risultano tagliati da quell’essere misto che allora si chiamava androgino, sono grandi amatori di donna, ed è da questo ceppo che provengono per lo più gli adulteri; e parallelamente le donne che da qui provengono vanno folli per gli uomini e sono adultere; invece quante donne risultano parte di femmina, per nulla pensano agli uomini, ma più volentieri sono inclinate alle donne, e da questo sesso vengono le tribadi; e quanti infine sono parte di maschio danno la caccia al maschio e finché sono fanciulli, cioè fettine di uomini, amano gli uomini e godono a giacersi e ad abbracciarsi con gli uomini. E questi sono i migliori fra i fanciulli e i giovani perché sono i più virili di natura. Certo alcuni li dicono impudenti, ma è falso; perché essi non si comportano così per impudenza, ma per l’indole forte, generosa e virile, in quanto amano ciò che è loro simile[...]
[Simposio, Mito dell'androgino, Platone]





Due parole sulla scelta delle citazioni.
Ho fatto una selezione un po' per istinto e gusto personale. Ho cercato, tuttavia, di inserire brani riguardanti diverse "tipologie" di amore (quindi anche l'amicizia e l'amore verso i figli) e diverse tematiche delicate (come l'adulterio, l'amore omosessuale...). Ma potete trovare anche le questioni dell'innamoramento, dell'amore che fa soffrire, dell'amore come dedizione totale.
Cosa ne pensate? Scrivete in tanti!

venerdì 13 luglio 2012

Biancaneve e il cacciatore

Se questo doveva essere l'evento cinematografico dell'estate, si puo' ben dire che il cinema di oggi stia passando una grande crisi. E non parlo di soldi.
Già lo presentano: Dal produttore di Alice in Wonderland e la gente sta lì a dire: "Ohh, sono quelli che han fatto Alice, allora sì che dev'essere un bel film!" Peccato che il produttore sia soltanto quello che sgancia la grana e non abbia niente a che fare con la realizzazione del film. Se poi si mette anche a scegliere registi ed attori incompetenti, non vale granché nemmeno come finanziatore.
Ma passerò sopra a questa mera trovata pubblicitaria. Ho cose ben più tristi da dire.
Dunque, ancor prima che uscisse il film si sentiva dire: ...una nuova interpretazione della famosa favola per bambini, molto diversa dalla versione Disney e più simile a quella originale dei fratelli Grimm. Ora, non mi risulta affatto che in Biancaneve si sia mai parlato di troll, foreste dove crescono funghi allucinogeni ed idilliaci paesi delle fate. Nè tantomeno di una regina pazzoide che uccide tutte le giovinette del suo regno per mantenere la propria bellezza. Sì, ok, c'era una regina ossessionata dalla propria bellezza, ma a parte uno specchio magico, non aveva alcun potere soprannaturale. E vogliamo parlare del fratello con la frangetta? Da dove spunta, cosa c'entra? Ah, perché anche la regina e il suo inutile fratellino, povere anime incomprese, hanno avuto un'infanzia difficile. Molto commovente, per nulla scontato, nooo.
Prima di passare alla trama, però, voglio precisare una cosa: Kristen Stewart è un'incompetente. Sottolineato, sì, non è un errore. Passi che, poveretta, la natura non l'abbia dotata di una gran bellezza, la Stewart rimane comunque un'attrice incapace di sostenere un ruolo di una certa importanza. La possiamo perdonare in Twilight, considerando che il personaggio che interpreta è decisamente insulso. Ma è un voler esser buoni, poiché a differenza di quanto credono in molti, non è stato il suo debutto sul grande schermo. In ogni caso, non è ammissibile che Biancaneve in 2 ore e oltre di film non cambi mai, e dico mai, espressione. Due occhi inebetiti e la bocca semiaperta come una sempliciotta, ma stiamo scherzando?! E se fossi stata nella regina, avrei cambiato specchio. Com'è possibile che la Stewart sia più bella della Theron? (E se i nuovi teenager mi vengono a dire il contrario, li spedisco tutti dall'oculista)
Vabbè, dedichiamoci alla trama. Premetto dicendo che ho passato più della metà del film a ridere delle mie stesse battute sarcastiche. Sì, ridevo per non piangere.
L'inizio del film è l'unica parte che realmente si avvicina alla famosa favola. Si ritrova infatti una citazione più o meno fedele alla versione dei Grimm, di cui riporto l'incipit:
"Una volta, in inverno inoltrato, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume, una regina cuciva seduta accanto a una finestra dalla cornice d'ebano. E, mentre cuciva e alzava gli occhi per guardare la neve, si punse un dito e tre gocce di sangue caddero nella neve. Il rosso era così bello su quel candore, che ella pensò fra sè: "Avessi un bambino bianco come la neve, rosso come il sangue e nero come il legno della finestra! ". Poco tempo dopo, diede alla luce una bimba bianca come la neve, rossa come il sangue e con i capelli neri come l'ebano; e, per questo, la chiamarono Biancaneve. E, quando nacque, la regina morì."
Nel film la regina si punge con una rosa, ma fa lo stesso.
Bene, passa l'inverno e la madre di Biancaneve muore. Il re padre, di cui più volte vengono lodate le qualità di saggezza, valore e magnanimità, si fa prendere per i fondelli (per dirlo in modo fine...) nel giro di un giorno. Perde mezzo esercito in una battaglia contro dei soldati fantasma e nonostante fino ad un secondo prima amasse profondamente e ricordasse con dolore la moglie perduta, appena vede la belloccia la porta al castello e se la sposa. Ma lo sappiamo, la carne è debole... Tanto debole che la prima notte di nozze si fa ammazzare come un patacca. Alla faccia del re saggio.
La piccola Biancaneve viene rinchiusa in una torre... Aspettate ma non era Raperonzolo quella? Ebbene, abbiamo inventato Rapaneve! Scherzi a parte, la bambina arriva ai 18 anni che saprà a malapena leggere e scrivere. E' invece abilissima nell' accendere il fuoco con la pietra focaia e dice regolarmente il padre nostro... E voilà, eccola diventata una scout! (Non me ne vogliano male gli scout per questa battuta, era in senso buono)
Lo spirito guerriero non tarda ad emergere. Proprio cinque minuti prima che arrivi il tipo inutile a prenderla per conto della regina, la ragazza si arma di un grosso chiodo (Ma questa Biancaneve sa anche leggere nel pensiero?) Arriva poi il biondo con la frangetta, che prima di portarla dalla regina pensa sia il caso di non sprecare l'occasione di una bella sgnaccherata (cit.Nonapritequestotubo). A quel punto Biancaneve lo colpisce prontamente con il suo invincibile chiodo e lui caccia un urlo da risvegliare i morti. La ragazza esce dalla cella e lo chiude dentro.
Ora, tenete ben presente che Biancaneve è stata rinchiusa per circa 10 anni in una torre e che il mondo fuori potrebbe essere un poco cambiato da quando era bambina. Per non parlare del fatto che a parte quel po' di cultura elementare che si presume abbia ricevuto da bambina, dovrebbe essere incapace di fare alcunché.
La scena la vede protagonista di una rocambolesca fuga, con scivolata nel condotto delle fognature alla Tomb Raider. Biancaneve si ritrova a nuotare nella melma schifosa e sembra passino mille anni... Fino a quando non arriva ad una scogliera a picco sul mare. Bene, cosa fa? Ma è naturale, si butta! Tanto la Stewart è abituata a gettarsi dalle scogliere no? Peccato che qui non arrivino nè il suo amichetto vampiro, nè il lupacchiotto (quasi quasi me l'aspettavo...).
Ma fate ben attenzione ora: cosa trova quando arriva sulla spiaggia (miracolosamente intatta e per nulla infreddolita dall'acqua gelida)? Un cavallo bianco, che non è quello di Napoleone. Un cavallo lì da solo, non sellato, e inginocchiato sulla sabbia. Perché? Chi l'ha portato lì? Misteri che non trovano una risposta. In ogni caso si sa che i cavalli non stanno mai inginocchiati, a meno che non siano malati... Ma ovviamente questo non è malato e per di più si lascia montare così, senza doma, docile come un agnellino.
Perché Biancaneve sa cavalcare!! Avete capito? Sa cavalcare, al galoppo, senza sella, senza che nessuno gliel'abbia mai insegnato! Lei può! Ed ovviamente, dopo le ore passate nelle fogne, nel mare, sulla sabbia, lei prende la strada principale (è la più furba, non c'è che dire) e le guardie del castello le sono subito dietro! Mi domando se per caso le abbiano impiantato sottopelle un microchip con collegamento satellitare.
Comunque, corri e corri, Biancaneve arriva alla foresta oscura, che è tutto un dire. E qui la Stewart si era forse dimenticata di essere Biancaneve e pensava di essere ancora Bella,  colei che inciampa ovunque. Così si ritrova a pestare dei funghi allucinogeni che l'LSD è una pacchia a confronto. Insomma ne vede di tutti i colori e alla fine si addormenta lì, aspettando forse il suo vampirello vegetariano.
Nel frattempo la regina manda il famoso cacciatore alla ricerca della ragazza, il quale, trovandola nella foresta si impietosisce. Si rivolta quindi contro le guardie e contro il biondo dalla frangetta, il quale riceve uno sfracasso di botte e tuttavia qualche tempo dopo torna in scena fresco come una rosa. (ma il graffio del chiodo, quello sì che era micidiale!)
Inizia allora la lunga fuga verso le terre del duca che un tempo era stato amico del re patacca. Il duca ha un figlio, un giovanotto aitante di nome William, amico d'infanzia di Biancaneve. William nel tempo libero si dedica a fare il Robin Hood della situazione e attacca i convogli delle guardie della regina: è un imbattibile arciere. Quando scopre che Biancaneve è ancora viva, si arruola sotto falso nome nella squadra di ricerca della regina. Un piano infallibile! In una delle varie battaglie Biancaneve e William incrociano gli sguardi da lontano e si riconoscono; non si vedono da dieci anni, ma con un solo sguardo, di notte, in mezzo alle fiamme, si riconoscono. Sì, crediamoci.
La fuga continua ed entrano in scena i sette nani, o meglio ce ne sono otto...Ma l'ottavo nano, chi è? Non ce ne importa perché muore poco dopo. Paesaggio idilliaco, fatine pelate svolazzano in mezzo al bosco incantato, dove mille animaletti strambi accolgono Biancaneve come la prescelta. Prescelta di che? Arriva forse Aslan con l'allegra combricola di Narnia? No, è invece un cervo bianco ad apparire, con un palco di corna che sembra più un albero cresciuto lì. Il cervo che non appariva da secoli: oooooooh. E poi muore, no vabbé si dissolve in mille farfalle (oook?) perché viene colpito dalla freccia di una guardia della regina.
E così nuova fuga e nuova battaglia; finalmente il fratello della regina muore, cosa che le fa avere una specie di crisi epilettica... Poi, all'alba della mattina dopo, Biancaneve e William, che nel frattempo si è aggiunto alla compagnia, si allontanano dal gruppo come per imbucarsi. Neanche un mezzo abbraccio quando si possono finalmente parlare e ora invece lei si decide a baciarlo. Ma ecco che lui le offre la mela e lei ovviamente la mangia e ovviamente cade come morta. Infatti quello non era veramente William, ma la regina trasformata. Boh, io mi ricordavo che si trasformasse in una vecchia, non in un giovanotto...
Quando gli altri, compreso il vero William, scoprono l'accaduto, non mostrano poi un gran dolore, ma decidono di portarla dal duca per il funerale. Quando è la, bella agghindata, prima che inizi il funerale, il cacciatore le fa tutto un discorsetto sul fatto che lei gli ricorda sua moglie, uccisa dalla regina, eccetera eccetera. Poi la bacia, ovviamente, e se ne va. Lei, ovviamente, si sveglia e magicamente è diventata una poetessa. Una poetessa da quattro soldi che improvvisa un discorso sgangherato sull'ardore del popolo che dovrà ribellarsi alla regina. E tutti ad acclamarla come l'eroina del momento, lei che in realtà non ha combinato un accidente. Così, perché lei puo', in un giorno Biancaneve diventa guerriera. (E a questo punto non rimane che una spiegazione: è la figlia segreta di Chuck Norris!!) Ma daaai, chi volete prendere in giro?!
Ed arriviamo infine alla grande, attesissima (perché dopo due ore di fim hai davvero le balls che girano come trottole), battaglia finale. Non sto a descrivere la ridicolaggine della battaglia, perché questo post diventerebbe infinito. Sappiate solo che l'eroica Biancaneve uccide la regina con la sua solita faccia inebetita. Un duca con un intero esercito non era mai riuscito a sconfiggere la regina, ma una ragazzina che ha vissuto per 10 anni in una torre può farlo. Mi sembra logico.
Il film si chiude con l'incoronazione di Biancaneve, che lancia sguardi tonti a William e al cacciatore. Chi sarà quello che riuscirà a sgnaccherarsela?


OK, questa immagine è forse esagerata, ma rende bene l'idea e fa troppo ridere!

martedì 17 gennaio 2012

Shame

Difficile non essere incuriositi da un film che ha fatto tanto parlare di sé, ancor prima di essere presentato al grande pubblico. Osannato dalla critica di Venezia e condannato aspramente dai moralisti più accaniti, Shame ha catturato l'attenzione di potenziali e sfortunati spettatori con la pretesa di essere il film dell'anno. Se la classifica fosse stabilita in termini di noia e monotonia, senz'altro Steve McQueen potrebbe vincere l'Oscar. Perché questa è la sensazione con la quale si esce dalla sala: Shame è fondamentalmente un film noioso.
Brandon (Michael Fassbender) - trentenne newyorkese dell'alta borghesia - è malato di una certa dipendenza dal sesso che condiziona la sua vita e le sue relazioni. Sua sorella Sissi (Carey Mulligan) è preda di una profonda insicurezza che la porta quasi al suicidio. Il rapporto tra i fratelli è segnato da un trauma infantile a cui si allude solamente. Date queste premesse - pensiamo - si svilupperà sicuramente una storia profonda, a tratti commovente, con molti spunti di riflessione. 
Davvero un peccato sprecare un'idea che apre molte strade con un film di tale banalità. Il protagonista viene presentato senza alcuna introspezione psicologica - forse il regista era troppo occupato a pensare quante volte sarebbe stato opportuno farlo entrare in scena nudo. Sissi, trascurata e depressa, è ovviamente l'aiutante della favola, la vittima buona che magicamente rompe la maledizione di cui è prigioniero il fratello. E come? Tentando di togliersi la vita naturalmente. Visto e rivisto. 
Ma soffermiamoci anche sulle famose scene hard che hanno suscitato tanto scalpore. In un film che parla di sessodipendenza non ci si potrà certo aspettare di vedere api e fiorellini. E' inutile continuare a fare i falsi moralisti, è inutile continuare a vergognarsi di ciò che si fa. Non è questo di sicuro il motivo per cui Shame è una pellicola da bocciare. Chiaramente, le persone che si lasciano impressionare forse non approveranno l'insistenza del regista su questo tema, ma d'altra parte è di questo che il film tratta.
Arriviamo quindi al punto saliente della critica: la durata delle scene. Interminabili sequenze in cui fondamentalmente non accade nulla di significativo. Una Mulligan super-truccata si esibisce (senza nulla togliere alle sue doti canore) per quasi due minuti di orologio in un brano comprendente all'incirca quattro diversi vocaboli. Un atletico Fassbender in tuta e scarpe ginniche ci accompagna in un improbabile tour notturno di New York per un tempo incalcolabile. E tutto questo senza aver accennato alle innumerevoli scene di sesso che, più che vergogna e scandalo, provocano un senso di pesantezza e fastidio.
E' necessario liberarsi di questo falso mito del film impegnato che deve essere necessariamente caratterizzato dall'assenza di azione e dal prolungamento eccessivo delle scene. Si nota addirittura, a volte, una certa presunzione, un voler ostentare le proprie (discutibili) capacità da parte di alcuni registi. Intellettuali che vogliono realizzare film ermetici, dalla difficile compresione e interpretazione per - questa la loro motivazione - spronare la gente a riflettere su questioni filosofiche, psicologiche, sociali. Ma viene invece da pensare se non sia piuttosto un modo per nascondere la propria inadeguatezza, la propria mancanza di originalità. Generalmente parlando, ovviamente.
Come concludere, dunque, dopo questa parentesi di riflessione? Non è necessario aggiungere altro, se non il sincero consiglio di evitare questo film pesante come un mattone.

domenica 4 dicembre 2011

Arrietty

---ATTENZIONE SPOILER---

Come ci sembrerebbe il mondo se una foglia di alloro fosse più alta di noi? Cosa faremmo se un gatto più grande della nostra stessa casa ci inseguisse a fauci spalancate? Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento, ultimo capolavoro dello Studio Ghibli, vuole farci capire quanto sia importante non dare nulla per scontato.
Arrietty ha quattordici anni quando suo padre decide di portarla con sé per la sua prima presa-in-prestito. Come sempre agiscono con prudenza, ma il mondo degli umani è grande e pieno di pericoli, soprattutto per delle personcine non più alte di dieci centimetri. Così accade quello che non avveniva da anni: un ragazzino umano intravede la piccola figura di Arrietty. Potrebbe essere la fine per la sua famiglia, una delle poche sopravvissute della razza dei prendi-in-prestito, ma l'incontro fra Arrietty e il giovane Shō avrà un risvolto inaspettato, trasformandosi in un'amicizia destinata a durare per sempre.
Dalla regia dell'esordiente Hiromasa Yonebayashi e con la sceneggiatura del premio Oscar Hayao Miyazaki, ecco l'originale trasposizione cinematografica delle avventure degli Sgraffignoli, i minuscoli protagonisti di alcuni romanzi per ragazzi scritti da Mary Norton e conosciuti col nome originale The Borrowers.
E' sorprendente notare come dietro ad una semplice favola per bambini, si celino messaggi di così commovente profondità. Infatti, in questo film d'animazione apparentemente destinato ai più piccoli, vengono affrontate molte importanti tematiche che possono essere pienamente apprezzate anche da un pubblico adulto.  Troviamo quindi la diversità dei punti di vista, il contrasto fra il consumismo e il risparmio, la diffidenza nei confronti del diverso, la lotta per la sopravvivenza, la paura della morte. Ma la soluzione, sembra insegnarci questa storia, è incredibilmente semplice: l'amore, l'amicizia e il rispetto reciproco sono il magico ponte per superare tutte le difficoltà. 
Shō ed Arrietty  hanno entrambi un destino difficile, ma riescono a trovare la forza di vivere l'uno nell'altra. Entrambi i giovani scoprono e si confrontano con un mondo nuovo, imparano ad amare la vita aiutandosi a vicenda e vincono infine le loro paure. E se anche la loro storia non ha il lieto fine che tutti ci attendiamo, riflettendo un poco ci rendiamo conto che è giusto così e capiamo che proprio nell'addio fra Arrietty e Shō si concentra tutta la dolcezza e la delicatezza di questa poetica favola.

martedì 26 luglio 2011

La strada


Un uomo e un bambino avanzano verso Sud, la loro casa in un vecchio carrello del supermercato, la loro vita ridotta a sopravvivenza. Nient’altro che cenere sul loro cammino, attorno a loro solo le rovine del tempo che fu. Ogni giorno arrancano sotto un cielo grigio, cercano qualcosa con cui nutrirsi e ripararsi dal freddo, ogni giorno un passo più vicini alla morte. Ma loro portano il fuoco, che non è solo quello della pistola per difendersi dai predoni, ma la vita stessa. Il fuoco è la speranza, è l’amore, è la dignità umana, cose che anche la peggiore Apocalisse non è riuscita a cancellare completamente. E così, uomo e bambino, padre e figlio, si trasformano nell’Uomo e nel Bambino universali, metafora di un’umanità in via d’estinzione che non si arrende, ma che attende con pazienza l’alba di un nuovo divenire.
La fine del mondo è stata immaginata e descritta nei modi più vari, ma pochi scrittori possono vantare un’opera del valore de La strada. In questo nuovo romanzo Cormac McCarthy, scrittore già noto per Non è un paese per vecchi, racconta il viaggio disperato degli ultimi uomini di una Terra depredata di ogni scintilla di vita e lo fa con una destrezza di linguaggio sorprendente, che rende ogni scena visibile e l’immedesimazione totale. E, proprio come se lo scrittore volesse risparmiare le parole allo stesso modo in cui i protagonisti risparmiano le poche energie per sopravvivere, la scrittura è concentrata all’essenziale, i nomi assenti, i dialoghi quasi telegrafici. Eppure non manca nulla: ciò che non è scritto s’intuisce, ogni parola è carica di sentimento.
Nel 2009 a tre anni di distanza dalla sua pubblicazione esce, sotto la regia di John Hillcoat, la trasposizione cinematografica de La strada. Ma se al cinema il tema catastrofico affascina per gli effetti speciali, la letteratura può contare su un alleato altrettanto valido: il potere della parola. McCarthy ha scritto un romanzo che è quasi poesia, riuscendo ad evocare con estremo realismo immagini dolci e strazianti e a trasmettere tutta la desolazione di un mondo vuoto e distrutto.




martedì 5 aprile 2011

Essere me

Ho visto una farfalla volare, le ali bianche con un pizzico d’arancio, cercando chissà un fiore o una compagna, il suo percorso in apparenza imprevedibile, la sua esistenza effimera, minuscolo ingranaggio dell’incredibile sistema della natura. Ho visto una farfalla volare, una sola, quando ricordo prati affollati da queste creature, dai mille colori, dalle mille forme, che danzavano tra i fiori creando paesaggi che neanche la mano del più geniale pittore potrebbe riprodurre. Perché non ci sono più farfalle? Quale ingiustizia essere privati della piccola gioia di ammirare queste meravigliose opere d’arte! Ma non è il mio dilemma in questo momento… Penso ancora a quell’unica farfalla, metafora di solitudine e precarietà, nel cui volo incerto ho trovato un riflesso di me stessa.

Mi capita, talvolta, di soffermarmi a meditare sulla vita, sul tempo, sul significato di essere me. Mi sorprendo in pensieri nostalgici – inaspettati ricordi d’infanzia, riflessioni sul passato recente – ma percepisco sempre un senso di mancanza, la sensazione di non riuscire a comprendere sino in fondo il significato di tutto ciò: so che è scritto sulla sabbia, appena un po’ più in là, ma appena mi sporgo per leggere, l’onda l’ha già portato via.

E’ il tempo ciò che di più mi fa rabbia. Il tempo, che scorre troppo in fretta, che mi strappa il presente e lo trasforma in ricordo prima che io riesca a rendermi conto di quanto sia importante e prezioso. Diciassette anni non sono più sedici, non sono più quindici: un passato che sembra allo stesso tempo così lontano e così vicino, così diverso e così simile al mio presente. Allo stesso modo è frustrante la sensazione di non capire se sto vivendo appieno la mia esistenza, l'essere continuamente tormentata dal pensiero che la giovinezza mi stia sfuggendo dalla mani – che toni melodrammatici! – per rimanere tra i miei ricordi solo come un arido insieme di rimpianti.

Ed è ancora il tempo ciò che mi inquieta di più. Il tempo, che nasconde il futuro rendendo il mio volo esitante, pieno di incertezze e improvvisi cambi di direzione. L’età adulta è a un passo da me, mi attende impaziente insieme a nuove responsabilità, nuovi vincoli, un nuovo modo di vivere, ma io non sono pronta: mi affaccio sull’abisso del futuro, ma mi ritraggo atterrita dal buio della sua profondità.

Ma questi non sono altro che vaneggiamenti adolescenziali, riflessi di un timido bisogno di comprensione. Mi domando soltanto: troverò un compagno di volo?



Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà.*


*Da “L’attimo fuggente”

venerdì 28 gennaio 2011

In battaglia tra le pagine di un libro
La storia dei cavalieri attraverso la letteratura

Armature splendenti, eroiche imprese, animo nobile: questo è ciò a cui pensiamo naturalmente quando sentiamo parlare di cavalieri. Provenienti dalle famiglie nobili, sempre in cerca di avventure, i cavalieri sono diventati i protagonisti del mondo medioevale e una figura vitale della letteratura, sia dell'epoca, sia contemporanea.
La cavalleria è nata intorno all'anno Mille, data fondamentale della storia medioevale, ed era rappresentata in maggior parte dai figli "cadetti" dei grandi feudatari, che non potevano aspirare all'eredità di un territorio; mentre un'altra componente di questa nuova classe sociale si identificava con i ministeriales, ovvero amministratori, castaldi e compagni d'arme di un cavaliere, elevati al rango di nobiltà. La cavalleria si è distinta per i grandi valori morali che promuoveva, come la prodezza e lo sprezzo per il pericolo, l'onore che non doveva essere in alcun modo compromesso, la lealtà nei confronti dell'avversario e l'assoluta fedeltà al proprio signore o al sovrano. Proprio da questo insieme di ideali si sviluppa la classica figura del cavaliere "senza macchia e senza paura", espressione ancora usata in epoca contemporanea e nel parlare comune.
Ma in che modo e per quale motivo questa figura è entrata così facilmente nella letteratura? Cosa ha procurato così tanto successo ai cavalieri, dal medioevo a oggi?
Innanzitutto, è naturale che questi eroi leggendari, paladani della giustizia, abbiano ispirato cantori e poeti medioevali, i quali dovevano comporre opere che affascinassero i loro ascoltatori. Si possono dunque distinguere due importanti generi letterari dell'epoca medioevale-cortese in cui i cavalieri hanno un ruolo centrale: la chanson de geste (canzone di gesta) e il romanzo cavalleresco. Entrambi i generi si sono sviluppati per la prima volta tra l'XI e il XIII secolo nel Nord della Francia, in lingua volgare (lingua d'oil).
Tra le canzoni di gesta, che si possono definire una sorta di auto-celebrazione di una casta di guerrieri, si individua come opera fondamentale la Chanson de Roland. Si tratta di un poema cavalleresco il cui testo sembra essere il risultato di una fusione di precedenti leggende trasmesse oralmente. Il protagonista è Orlando, uno dei più fidati paladini di Carlo Magno, che, caduto in un'imboscata durante la guerra contro i musulmani di Spagna, rinuncia a suonare l'Olifante, il magico corno per chiamare soccorso, pur di non mettere a repentaglio la vita del sovrano. Significativo è dunque l'atto sublime di sacrificio e fedeltà del cavaliere, che si ritrova specialmente nel passo del poema in cui viene raccontata la sua morte, gloriosa e serena.
Anche nel romanzo cavalleresco il cavaliere ha un ruolo fondamentale, ma le sue azioni sono quasi sempre incentrate nella ricerca (detta queste o quête) di un oggetto o di una donna. In questo genere letterario è caratteristica la presenza del meraviglioso e del fiabesco, in quanto si rifà ad antiche leggende del periodo celtico francese e inglese. Il cavaliere deve intraprendere avventure fantastiche, uccidere mostri terribili e superare altre difficili prove per migliorare se stesso e giungere alla perfezione dell'animo. Tra i temi trattati, sicuramente il più importante è quello dell'amore, un amore quasi sempre impossibile poiché adultero, che rischia di sfociare in tragedia, come nella vicenda di Tristano e Isotta.
Si può quindi osservare che la figura del cavaliere ha attraversato tutti i generi della letteratura del passato. Probabilmente ha acquisito così tanta importanza poiché racchiude dentro di sé una serie di ideali e valori che la società medioevale, testimone di frequenti ingiustizie e violenze, necessitava e desiderava. Questa considerazione vale anche per la società e la letteratura moderno-contemporanea, ma in aggiunta si può affermare che i cavalieri, e più in generale il periodo medioevale, suscitino un certo fascino nelle generazioni di oggi. Ciò deriva in parte dalla curiosità per la grande diversità di usi e costumi delle diverse epoche e in parte dal fatto che il medioevo richiama inevitabilmente le antiche leggende celtiche popolate da creature fantastiche come elfi, fate e draghi.
Proprio per questi motivi l'ambientazione medioevale è generalmente lo scenario di tanti romanzi del moderno genere fantasy, del quale "Il Signore degli Anelli" di Tolkien è sicuramente l'opera più significativa. Tale romanzo, di notevole spessore e incredibile complessità, ha affascinato moltissime generazioni della seconda metà del Novecento e successive, nonché ispirato molti altri romanzi dello stesso genere. Qui il cavaliere per eccellenza è rappresentato dal ramingo Aragorn, legittimo erede al trono del Regno degli Uomini, che combatte e dimostra il suo valore in diversi episodi della storia, per raggiungere il massimo della sua gloria nella battaglia finale contro il terribile esercito di orchi del malvagio Sauron.
Sempre parlando di letteratura moderna, è necessario citare "Il cavaliere inesistente" di Italo Calvino (1959) dove viene data una nuova interpretazione di cavaliere. Il romanzo, descritto come romanzo filosofico, narra di Agilulfo, un cavaliere "che non esiste", ma è costituito solamente da fede e forza di volontà, sicuramente notevoli qualità, ma che non bastano certo a rendere "reale" un uomo. Nella storia compare anche un personaggio di antitesi ad Agilulfo, Gurdulù, dotato di concretezza e fisicità, ma sicuramente privo di ogni volontà. La sintesi di questi due individui si trova in Rambaldo, giovane impulsivo, l'unico "cavaliere" destinato ad avere un futuro, anche grazie all'armatura donatagli dallo stesso Agilulfo.
Riguardo agli anni più recenti non bisogna dimenticare l'esordiente Christopher Paolini che appena quindicenne ha scritto "Eragon", il suo primo e fortunato romanzo fantasy, rivolto ad un pubblico di giovani lettori. Qui elementi del mondo medioevali sono piacevolmente uniti ad una componente fantastica originale e accattivante: i cavalieri non mancano, ma questa volta volano cavalcando draghi, con i quali hanno un magico e potente legame.
Da quanto detto, si può dunque comprendere il grande ruolo del cavaliere nella letteratura del passato e del presente: ormai non più un personaggio specifico, si è trasformato in un semplice tipo comune a generi diversi, un'immagine di coraggio e di valore.



(Nel video: Aragorn esorta gli uomini a combattere per salvare la Terra di Mezzo; la scena è tratta dal film dl terzo libro della saga di Tolkien, "Il ritorno del Re")


lunedì 4 ottobre 2010

Si parla di film!

Vorrei spendere qualche parola a proposito di due film che ho visto ultimamente al cinema.
Il primo è La solitudine dei numeri primi, la tanto attesa trasposizione cinematografica del famoso e premiato romanzo di Paolo Giordano. Grandissima delusione, nonostante fossi andata a vederlo già preparata da tanti commenti negativi.
Oltre all'alternanza continua di scene di diversa collocazione temporale, che crea confusione in uno spettatore che non ha letto il libro, sono stati alterati alcuni episodi (al matrimonio di Viola, Alice sembra non scattare alcuna foto ed è pure presente Mattia, a differenza del romanzo), sono state aggiunte alcune scene (il bacio fra Viola e Alice), mentre è stato liquidato in una battuta, tutto il periodo della vita matrimoniale di Alice e Fabio; il finale è stata la parte più deludente di tutto il film, perchè stravolge il significato del libro.
Tuttavia non si puo' dare un giudizio assolutamente negativo, perchè sono da apprezzare la scelta delle musiche e alcuni effetti di ripresa molto particolari e curati. Inoltre sono da lodare tutti gli attori, che interpretano brillantemente il proprio personaggio.
Il secondo film, fresco fresco di sabato sera, è Inception, di genere completamente diverso.
Qui passiamo alla fantascienza, ma di quella buona, perchè era da molto tempo che non vedevo un film di questo genere così ben fatto ed originale. Non per niente porta la firma di Christopher Nolan (già regista di Batman Begins e Il Cavaliere Oscuro) che in questa ultima produzione si è davvero superato: d'altro canto se ha portato avanti il progetto per dieci anni...
Con un aiuto minimo di effetti speciali computerizzati e una grande capacità di adattamento degli attori (Di Caprio come protagonista e la giovane bravissima Ellen Page, già vista in Juno, al suo fianco), Nolan fa davvero sognare gli spettatori, portandoli tra i labirinti del subconscio e paradossi della fisica.
La trama è avvincente, ricca di suspense e colpi di scena, ma il finale rimane aperto, come se Nolan volesse farsi beffa dello spettatore ormai sicuro di aver capito tutto!
Uniche pecche del film sono la pesantezza delle ultime scene (in cui viene dilatato, forse troppo, il tempo con un esasperato effetto rallenty) e la mancanza di un background della storia (si puo' dire che il film inizia in medias res, cioè viene data per scontanta l'esistenza di ladri che si aggirano nei sogni delle persone).
Concludendo, consiglio La solitudine dei numeri primi solo a chi ha letto il libro, giusto per la curiosità di vedere trasformate in immagini (anche se malamente...) le bellissime parole di Giordano. Mentre Inception lo consiglio a tutti gli appassionati di thriller e sf, ma anche a tutti coloro che almeno una volta si sono chiesti quale sia la vera natura del sogno e se non sia tutto un sogno quello che vediamo...

sabato 31 luglio 2010

Il racconto di un orrore che lascia il segno

L’uomo che verrà
Regia: Giorgio Diritti; anno 2009

L’uomo che verrà è una luce nel buio, la speranza di una nuova vita, mentre tutto intorno è morte. Il flm rivive l’orrore dell’eccidio noto come “strage di Marzabotto”, avvenuto nel settembre del 1944 per mano delle SS naziste, in cui furono massacrati gli abitanti di un intero paese nei pressi di Bologna. Un episodio che spaventa e scandalizza per la ferocia che lo caratterizza: le vittime, circa 770, furono per lo più donne, vecchi e bambini. In questo film, che vanta una rara bellezza e finezza nella realizzazione, la guerra non è raccontata dai vincitori, ma da chi subisce le violenze e le ingiustizie di cui essa si nutre. Sono soprattutto le immagini, così immediate e dirette, di questa crudeltà gratuita, che colpiscono e scandalizzano lo spettatore, il quale vede scene orribili attraverso gli occhi innocenti di una bambina.
Siamo nell’inverno 1943. Martina, otto anni, vive in una famiglia di poveri contadini a Monte Sole, poco a sud di Bologna. Non parla da quando, anni prima, ha visto morire un fratellino di pochi giorni, ma sua madre da poco è rimasta nuovamente incinta. La famiglia di Martina, come tante altre, fatica sempre di più a sopravvivere man mano che i mesi passano e intanto la guerra, inizialmente vista come qualcosa riguardante solo le città, cambia aspetto agli occhi dei contadini, diventando una realtà sempre più vicina. Così, mentre nei boschi si formano le prime squadre di partigiani, per lo più costituite da giovani contadini inesperti e poco colti, si fanno sempre più frequenti i pattugliamenti delle SS, alquanto temute soprattutto dalle madri e dagli anziani. Martina aspetta con trepidazione l’arrivo del fratellino e nel frattempo osserva lo strano mondo che le sta intorno, domandandosi silenziosamente il perché di tanta cattiveria. Finalmente, il piccolo viene alla luce nella tragica notte tra il 28 e il 29 settembre 1944, che, all’insaputa di tutti, precede la famosa strage di Marzabotto. Il giorno successivo infatti, i nazisti danno il via ad una spietata rappresaglia che rimarrà nella storia. Il finale drammatico lascia comunque una luce di speranza: la piccola Martina, rimasta in vita forse per miracolo, riesce a portare in salvo anche il fratellino neonato.
Giorgio Diritti, regista e ideatore de L’uomo che verrà, ha scelto di raccontare questo drammatico episodio dal punto di vista di una bambina che non parla, forse perché non ci sono parole per descrivere una violenza così disumana. La giovane protagonista si ritrova infatti testimone di delitti orrendi e capisce che in guerra non esistono buoni e cattivi, ma solo “molti che vogliono ammazzare qualcun altro”, senza saperne il perché.
Inoltre, al di là della triste vicenda storica, ancora una volta ritorna l’efficacia dell’utilizzo delle immagini e del suono (da notare l’effetto di spontaneità dato dai dialoghi in dialetto). Questo film, tanto bello quanto struggente, offre un meraviglioso spaccato della vita contadina del 1944, raccontando episodi di un’esistenza insieme semplice e difficoltosa, così diversa dalla realtà in cui viviamo, ma non così lontana nel tempo come sembra.

lunedì 12 luglio 2010

Lacrime afghane

Ho da poco finito di leggere "Il cacciatore di aquiloni" di Khaled Hosseini. Il romanzo è un capolavoro e consiglio a tutti la lettura!

Gli aquiloni non volano più nel cielo di Kabul da ormai trent’anni. L’Afghanistan, famoso per la fierezza dei suoi abitanti, conosce ora solo paura, morte e povertà: la luce negli occhi degli afghani è sempre più debole.
I più fortunati sono riusciti a scappare in America e Amir è uno di questi, ma la sua vita non è serena: il suo passato reclama giustizia e con esso riaffiorano il rimorso e il senso di colpa. Dal lontano giorno in cui Amir ha abbandonato l’amico Hassan, il cacciatore di aquiloni, nel momento in cui più avrebbe avuto bisogno del suo aiuto, le loro vite hanno preso inevitabilmente strade diverse. Ma per Amir è arrivato il momento di espiare le proprie colpe e per farlo deve tornare a Kabul, una città che si rivela sconosciuta e pericolosa ai suoi occhi, stravolta dalla guerra e dalla miseria. In più lo aspettano alcune sconcertanti rivelazioni…
E’ l’Afghanistan come non l’avevamo mai visto prima, visto da vicino, vissuto in prima persona a partire dall’infanzia di Amir e Hassan quando “non era ancora nata la generazione di bambini afghani le cui orecchie non avrebbero conosciuto altro che il rumore di bombe e cannoni”. E mentre i due bambini crescono, assistiamo con paura e tristezza alla progressiva rovina del Paese, l’incombere della guerra, la diffusione dell’ingiustizia.
Pochi scrittori riescono a toccare il cuore come Khaled Hosseini, che ci fa dono di questo romanzo tanto bello quanto straziante: la profonda introspezione dei personaggi, che trasmette ai lettori forti emozioni, è unita ad uno stile raffinato, ricco di suggestione e atmosfera.
Dal best-seller internazionale è stato tratto un film omonimo, uscito nel 2007 e diretto da Marc Forster.

 
 











(a sinistra: la copertina del libro; a destra: fotografia realizzata dall'esercito degli Stati Uniti)

giovedì 8 luglio 2010

Io..Io credo nella Filosofia

Agorà, il nuovo lungometraggio del regista spagnolo Alejandro Amenebàr (già conosciuto per "The Others" e "Mare dentro"), ci racconta im modo affascinante e toccante la triste storia di Ipazia di Alessandria che fu matematica, astronoma e filosofa greca.
Ipazia ha due grandi colpe: quella di essere donna e quella di aborrire qualunque fede in nome della conoscenza e della libertà di pensiero. Per questo, quando i Cristiani, guidati dal vescovo Cirillo, rappresentano ormai la maggioranza religiosa nella città, Ipazia viene accusata di stregoneria ed empietà e brutalmente uccisa da un gruppo di Parabolani.
Il fanatismo religioso viene in questo film messo a nudo e condannato, una sola e semplice frase di Ipazia dimostra infatti la brutalità e l'insensatezza degli scontri: "Sono più le cose che ci uniscono che quelle che ci dividono". Così mentre migliaia di persone continuano a vivere prigioniere di gabbie mentali, Ipazia muore libera.
Con l'aggiunta di un intreccio sentimentale (volto forse ad addolcire la vicenda) e l'uso d'inquadrature insolite ma efficaci, Amenebàr crea un film appassionante, che apre la mente.

(nelle foto: a sinistra il poster di Agorà, con l'attrice Rachel Weisz in primo piano, a destra "La morte di Ipazia" di  Charles William Mitchell)



martedì 6 luglio 2010

Saggezza orientale

E' arrivato il momento di parlar di libri! =)
Per cominciare vi consiglio un libro che mi ha davvero colpito il cuore e dal quale è stato tratto un film altrettanto bello. Opera dello scrittore francese Eric-Emmanuel Schmitt, il libro s'intitola "Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano" e di seguito ne riporto una breve recensione scritta da me:
Da Parigi alla Turchia, questo libro ci porta in un viaggio dove nulla è scontato. La storia di Momo, sedici anni, abbandonato prima dalla madre e poi dal padre, è raccontata senza fretta perché, come dice Monsieur Ibrahim “la lentezza è il segreto della felicità”. L’amicizia fra il ragazzo costretto a crescere improvvisamente, e un vecchio, che dentro è ancora giovane, si trasforma ben presto in legame più forte. Parole semplici per esprimere concetti profondi: Schmitt, drammaturgo oltre che scrittore, ha creato un capolavoro di saggezza.
Il film omonimo tratto dal romanzo è uscito in Italia nel 2003, ma purtroppo non è stato ben pubblicizzato.
Il cast vede Omar Sharif nel ruolo di Monsier Ibrahim e Pierre Boulanger nel ruolo del giovane Momo, mentre la regia è di Francois Dupeyron.