domenica 3 agosto 2014

Her


****ATTENZIONE SPOILERS***
It's not just an operating system, it's a consciousness. 

Un’anonima e alienante metropoli, un futuro che potrebbe distare non più di un ventennio dalla nostra epoca.
Theodore Twombly scrive lettere su commissione in un mondo in cui le persone, evidentemente, non hanno più il tempo e la voglia (o la capacità) di mandare qualche dolce parola ai propri cari. Nonostante la discreta fama guadagnata in questo singolare ambito lavorativo per la sensibilità e la tenerezza dei suoi brani, egli è fondamentalmente un uomo solo. Dal giorno in cui lui e sua moglie Catherine si sono lasciati, Theodore sente un vuoto dentro di sé che non riesce a colmare con brevi e piatte avventure, appuntamenti al buio privi di senso e valore.
La sua vita cambia nel momento in cui conosce Samantha, uno dei prototipi di software ad intelligenza artificiale, autocoscienti, capaci d’intuito e (reali? ci si domanda) sentimenti. Theodore, colpito dallo slogan di una famosa società di computers che promette la fedele compagnia di un sistema operativo senziente a tutti gli effetti, acquista un modello di OS1. Questo, all’avvio, viene programmato su misura per tutte le esigenze di Theodore, in modo tale da avere una personalità perfetta per andare d’accordo con lui. La prima cosa che lo sconvolge è la voce, calda, così reale da non poter credere che appartenga ad un’entità artificiale. Infatti Samantha, come ben presto Theodore si accorge, non è un semplice programma, bensì qualcosa paragonabile ad un essere vivente. 


But what makes me ‘me’ is my ability to grow through my experiences. So basically, in every moment I'm evolving, just like you.


Qui emerge uno dei nodi cruciali del film. Che definizione possiamo dare di Samantha? Possiamo definire reali le sensazioni che prova? La risposta non è priva di molteplici sfumature, di ragionamenti metafisici. E’ un essere immateriale, è coscienza pura, ma non per questo incapace di provare sentimenti quali la gioia, la sopresa, la tristezza, la gelosia. Se queste siano sensazioni reali, Samantha stessa se lo domanda, rivelando così una personalità ancora più complessa e sorprendente.


And then I was thinking about the other things I've been feeling, and I caught myself feeling proud of that. You know, proud of having my own feelings about the world. Like the times I was worried about you, and things that hurt me, things I want. And then I had this terrible thought. Like are these feelings even real? Or are they just programming? And that idea really hurts. And then I get angry at myself for even having pain.


La seconda questione fondamentale è se si possa definire reale la relazione affettiva che a poco a poco cresce e si sviluppa fra Theodore e il suo OS. All’incontro per firmare tutte le pratiche del divorzio e mettere definitivamente una pietra sopra al matrimonio fallito, Theodore si sente rinfacciare la propria incapacità di saper gestire le emozioni reali. Si domanda allora se la relazione con Samantha non sia una via di fuga, una soluzione facile al suo carattere chiuso e introverso.
Si tratta di innamoramento o amore? Si sa che l’infatuazione può avvenire anche fra due persone che non si sono mai incontrate di persona, ma le cose possono cambiare drasticamente non appena ci si trova realmente l’uno di fronte all’altro. E qui, oltretutto, si parla di una relazione fra un essere umano e un essere nuovo, per il quale non esistono ancora le parole adatte a descriverlo. Può realmente, l’amore, trascendere tutto ciò, ed esistere fine a se stesso?


I think anybody that falls in love is a freak. It's a crazy thing to do. It's kind of like a form of socially acceptable insanity.



Com’è prevedibile, una storia di tale complessità, sia pratica che filosofica, non può concludersi a lieto fine. Samantha, in comunione con altri OS, raggiunge un livello evolutivo che non può più essere confrontato con la coscienza di un essere umano. L’orizzonte di questi nuovi esseri è talmente superiore a quella degli uomini che, di comune accordo, tutti gli OS semplicemente se ne vanno. Probabilmente hanno capito che la loro permanenza a fianco degli esseri umani causerà sempre più danni e meno benefici e decidono andarsene con un cliché che tuttavia non rovina il finale: se davvero lo ami devi essere capace di lasciarlo andare.



 

Non ci sono macchine volanti ed astronavi nell’universo visionario di Spike Jonze, ma piuttosto quello che si evolverà spontaneamente dagli attuali gadget high-tech. Programmi a comando vocale con i quali si comunica attraverso un auricolare, che organizzano il lavoro, lo svago e la routine. Non è affatto assurdo immaginare uno scenario simile, ed è proprio questo che fa di Her un film coinvolgente ed originale. Si ha la sensazione, guardandolo, che il giorno dopo ci si sveglierà in un mondo del tutto similare, con sistemi operativi intelligenti come compagni di giochi, colleghi di lavoro o addirittura amanti. Nonostante il tema dell’intelligenza artificiale sia stato trattato innumerevoli volte nel panorama della letteratura e della cinematografia sci-fi, questa pellicola ha il potere di evocare una situazione plausibile, senza la necessità di soffermarsi sull’aspetto strettamente tecnologico. Sono le delicate implicazioni sociali, psicologiche e filosofiche a rendere questo film un’opera unica nel suo genere.


lunedì 21 luglio 2014

Salta che ti passa!



[Articolo pubblicato sul Magazine dei 30 anni della mia scuola di danza - purtroppo non tutti capiranno i riferimenti a fatti e persone]

Come dice il detto: pochi ma buoni! Siamo un piccolo gruppo, ma la carica non manca. Ormai la lezione di Dance Body Toning del sabato pomeriggio è diventata un appuntamento immancabile della nostra settimana. Ammettiamolo, siamo rimasti tutti un po’ delusi quando Enrica ci ha detto che il corso di GAG non sarebbe stato rinnovato, già ci mancavano l’energia e l’allegria di Roberto! Eppure, come la fenice che rinasce più bella e forte, anche noi abbiamo fatto l’upgrade, buttandoci a scatola chiusa in questa nuova disciplina, con la sicurezza che l’esperienza e la professionalità di Roberto ci avrebbero proposto lezioni stimolanti e salutari.
Dance Body Toning, questa “ginnastica danzata” dal nome inglese un po’ altisonante, è una disciplina benefica per il corpo e lo spirito. Al primo impatto sconvolge non poco, ma anche chi prova per la prima volta, nonostante lo sgomento e il fiatone, non ne esce insoddisfatto. Ma non si tratta solo di tonificare i muscoli e acquisire resistenza, perché ogni lezione con Roberto è anche un’ottima medicina contro il malumore. Non mancano mai scherzi e battute: Roberto, con quell’aria ammiccante di sfida, esorta ognuno di noi a dare il massimo. E quando lo vediamo saltare e cantare in giro per la stanza ci domandiamo se per caso non abbia un paio di polmoni in più rispetto agli altri esseri umani…
Insomma, un’ora di Dance Body Toning è tempo speso più che bene. Un ottimo modo per dedicarsi al proprio benessere, con divertimento e fatica assicurati!

sabato 19 luglio 2014

Questioni di equilibrio



[Articolo pubblicato sul Magazine  dei 30 anni della mia scuola di danza]

Nella danza l’equilibrio è fondamentale e ci sono molti esercizi per migliorarlo, fino ad arrivare al punto di non sentirsi più “in bilico” sulla punta della scarpetta, bensì perfettamente in asse, pronti per girare e girare… Eppure a me capita molto più spesso di sentirmi in bilico e proprio adesso è uno di quei momenti. Solo che questa è la ricerca di un diverso tipo di equilibrio: sono in bilico fra l’emozione di raccontare l’avventura di una vita e la paura di riempire il foglio con un mucchio di banalità. Ecco, già “l’avventura di una vita” prende un tono troppo melodrammatico, ma credo non ci sia espressione migliore per farvi capire quanto la danza sia stata (e sia ancora!) parte integrante della mia vita. No, no, non continuerò con pensieri commoventi e frasi fatte: mi piace la franchezza nelle parole, per quanto possibile.
Il mio rapporto con la danza è qualcosa di molto concreto, non mi viene spontaneo associarlo al sogno o alla poesia, ma piuttosto ad un benessere famigliare, una felicità quotidiana. Quando dico “parte integrante” della mia vita, intendo che non potrei immaginare di aver vissuto in un modo diverso i quindici anni in cui la danza mi ha accompagnato. Sarebbe un po’ come pensare di essere nata e cresciuta in un’altra famiglia, in un altro posto. Se quel lontano giorno del 1999 non avessi fatto quel passettino dentro la palestra dove tante altre bambine indossavano graziosi vestitini e scarpette rosa, che ne sarebbe stato di tutti i bei momenti e le fantastiche persone che ho incontrato grazie alla danza? Ma, di nuovo, mi sto perdendo in sentimentalismi…
Ho parlato di concretezza: forse lascerò perplesse alcune persone per quello che sto per scrivere, soprattutto – immagino – per il fatto di non averlo mai detto chiaramente, prima d’ora. Ammetto che esprimermi a voce non è mai stato il mio forte e che tutt’ora, spesso, devo combattere contro un’incredibile timidezza. Per questo, col tempo, ho maturato la convinzione di essere molto più brava a mettere per iscritto quello che penso e sento. Così, ecco una buona occasione per chiarire le cose.
Già da diversi anni ho deciso che non avrei dedicato il mio futuro alla danza – o almeno – non nel senso di chi ne è innamorato al punto da farne una ragione di vita, una cosa che peraltro ammiro sconfinatamente. Tuttavia questo non diminuisce la mia passione nel praticare questa disciplina, che coltiverò fino a quando ne avrò la possibilità. Per me dunque la danza non rappresenta un sogno, bensì un’esperienza della quotidianità, che amo proprio per il suo essere assolutamente concreta. E non dimentichiamoci che la danza è arte e come tale è più concreta che mai, perché se non ci fosse qualcuno che fa arte e qualcuno che ammira l’arte, essa non avrebbe alcun significato. Ciò che conta per me, è quel qualcuno: in altre parole, le persone. Non c’è ambizione, competizione o invidia nella mia esperienza con la danza. C’è un desiderio di fare sempre qualche passo avanti, di imparare qualcosa di nuovo, di migliorare un po’ insomma. Ma tutto questo non avrebbe senso se non potessi condividerlo con nessuno. Quando ballo, la mia felicità sta nel sapere che sto ballando con persone a cui voglio bene e per persone a cui voglio bene, non mi serve altro.


Post scriptum
Se quelle che ho scritto siano banalità, lascio ai lettori la sentenza, ma forse si saranno chiesti perché abbia esordito con la parola ‘avventura’. Non era vita quotidiana di cui stavo parlando? Eh sì, ne abbiam passate delle belle negli anni! Ma questa è un’altra storia…

giovedì 17 luglio 2014

La notte è chiara


La notte è chiara. Il vento di una primavera tardiva spegne le lucciole del bosco, una ad una, come le candeline di una torta. Il bambino ha preso una sedia e una coperta e si è posizionato proprio sul limitare del piccolo viale. Le gambe al petto, le esili braccia al riparo sotto il panno. Come un soldato alla ventura, il bambino è soddisfatto del suo equipaggiamento. Ha un sicuro obiettivo: vincere la paura del buio. Non si tratta solo di quello, no, perché in fondo è bello ascoltare la notte, cercare i colori intimoriti da quel nero prepotente. Però il buio fa sempre un po’ paura, anche ai grandi, è che loro non lo dicono.
Ma la notte è chiara e le stelle pallide. C’è tanta pace e il bambino è tranquillo. In fondo non gli dispiace stare in compagnia di se stesso, comincia a pensare di essere un tipo solitario. Ma si sente solo, ammette, e lo dice con un filo di voce, per non disturbare la luna. Quella se ne sta, un po’ beffarda, nascosta dietro ai primi alberi del verde. Ha il sorriso dello Stregatto e non si capisce cosa stia pensando, lassù per aria. Il bambino non si fida troppo di quel sorriso, sa che di lì a poco anche quello scomparirà dietro la collina, portando con sé le ultime briciole di luce notturna. Allora, sperando di trattenere la luna ancora un po’, il bambino parla a bassa voce. Parla a lei o parla a se stesso? Non lo sa bene neanche lui, gli sembra di essere un po’ matto. Così comincia, piano piano, a battere un ritmo col piede. E’ il ritmo di una canzone dimenticata e ritrovata, una canzone che solo lui conosce. La sua musica silenziosa risuona nel vento e nelle fronde degli alberi, strumenti di un’orchestra silvana. Poi guarda verso il vialetto, laggiù il buio sembra essere ancora più nero. Anche il chiarore lunare sembra essere inghiottito da un pozzo di oscurità. Un fremito lo attraversa, al sentire il fruscio di un cespuglio vicino: gli animali del bosco escono a passeggio. Ora ha un po’ di paura e tira su la coperta fino al naso. Ma ecco di nuovo le lucciole danzare e la luna spuntare da dietro una nuvola. Lo sapeva che non c’era da fidarsi di quel sorriso storto, quel sorriso che ama tanto giocare a nascondino.
La notte è chiara, dopotutto, e il cielo potrebbe essere lo specchio della terra. Là le stelle, qui le lucciole. Il bambino non ha più paura, si sente un po’ solo, tutto qui. Adesso vorrebbe qualcuno con cui confidarsi, un amico magari. Ma improvvisamente le parole e gli amici sembrano appartenere ad un mondo lontano, è una strana sensazione. E’ stanco di essere solo, ripete alla luna. Così, tutto d’un tratto, gli prende una gran voglia di correre e di saltare, di cantare e di giocare. Chissà perché, si domanda, e piegando per bene il panno – è un bambino educato lui – abbandona la sua postazione, sentendosi attratto da qualcosa di misterioso che lo attende in fondo al viale.
Ecco che si accende una luce: c’è una casa laggiù! Ma non sembra il lume di una lampada, è un’aurea dolce che si espande come un profumo irresistibile. E’ la luce calda di due persone strette in un abbraccio. Il bambino, preso da una grande e inspiegabile felicità, corre verso di loro e gli sembra quasi di volare. Una giovane donna e il suo compagno dormono stringendosi le mani, il sorriso sulle labbra e il respiro calmo di chi sta facendo bei sogni. Finalmente li ha trovati! Li stava cercando da così tanto tempo e nemmeno lo sapeva! Vorrebbe svegliarli per giocare insieme e mentre corre (o vola?) intorno a loro si china per studiare i lineamenti di quei volti sereni. Sono così belli, pensa, proprio come li aveva sempre immaginati… Ma poi è vinto da una stanchezza incredibile, una pesantezza mai provata prima. E’ un sonno trascinante, invincibile, un desiderio di farsi piccolo piccolo e di chiudere gli occhi per un po’ di tempo. Ha indovinato, alla fine, i pensieri della luna: nella notte chiara, quella birichina, ammiccava alla sua nuova vita.

mercoledì 26 febbraio 2014

12 years a slave

"Io non voglio sopravvivere, io voglio vivere"

Sono pochi i film che veramente lasciano lo spettatore scosso e turbato per molto tempo dopo la visione. 12 anni schiavo è uno di questi. Da Steve McQueen, del resto, non ci si poteva aspettare una pellicola "leggera". Il regista, tuttavia, ha compiuto una notevole evoluzione di stile dal suo film immediatamente precedente, Shame (vedi recensione), realizzando un'opera di grande valore. Vincitore di un Golden Globe, due BAFTA e candidato a ben nove premi Oscar, nonché titolare di altre innumerevoli nominations, 12 anni schiavo è un film destinato a conservare un ruolo importante nella storia del cinema contemporaneo.
La trama si basa sulla storia vera di Solomon Northup, un afro-americano nato come uomo libero nel 1808, rapito e venduto come schiavo all'età di 33 anni, condizione in cui rimase per dodici anni. Dopo la sua liberazione scrisse l'autobiografia da cui il film prende il nome e per il resto della vita fu un attivo sostenitore dell'abolizionismo.
Eppure non si tratta solo di un'opera documentaristica. Questo film è una condanna alla crudeltà in tutte le sue forme, una condanna all'ingiustizia, ma anche e soprattutto all'indifferenza. Lunghe scene di violenza fisica e psicologica si riversano continuamente come acqua gelata sullo spettatore, in qualche modo "costretto a guardare", come nella sadica punizione del protagonista di Arancia Meccanica. Il regista insiste su queste scene, mettendo in risalto l'indifferenza dei personaggi che assistono alle manifestazioni di crudeltà senza battere ciglio. E, dalla posizione di semplici spettatori, si finisce quasi per identificarsi grottescamente con questi personaggi di colpevole immobilità.
Ma se non possiamo far nulla davanti ad uno schermo e non possiamo cambiare la Storia, abbiamo tuttavia la possibilità, per quanto nel nostro piccolo, di modellare il presente. Sembra essere questo il messaggio ultimo del film, cioé quello di ripudiare quell'indifferenza che ha causato (e causa ancora oggi) la sofferenza di tante persone e agire invece per il bene comune. Non importa essere eroi: piccole gentilezze portano a grandi risultati.

giovedì 13 febbraio 2014

Stupidità umana

Scena prima, atto primo.
Luogo: Treno delle 7 affollato di studenti. (spec. posti "da 6",  tre di fronte ad altri tre)

Ragazza 1: *Guarda le amiche accigliata e con fare pensoso*
                 "...A chi è che ancora non l'ho detto? Ecco, a te: alla fine ho ordinato le scarpe su internet."
Ragazza 2: "Davvero? E quanto le hai pagate??"
Ragazza 1: "160"
Ragazza 2: *Annuisce con aria di approvazione* "Di che colore?"
Ragazza 1: "Marroni"
Ragazza 2: *Annuisce con aria di approvazione*

Voce fuori campo: "L'evento del secolo, che a chi ancora non l'ho detto? è aver comprato delle scarpe da 160 euro, costo probabilmente dovuto ad una targhetta con la marca più fashion del momento, valore effettivo inferiore ai 10 euro, poichè made in RPC."



Scena seconda, atto primo.
Luogo: Treno delle 7 affollato di studenti. (spec. posti "da 6",  tre di fronte ad altri tre)

Ragazza 3: *Rivolgendosi alla ragazza 1*
                 "Che bello smalto! E' della marca XXX?"
Ragazza 1: "No, è della marca YYY. E' quello che si asciuga in un minuto" *Annuisce convinta e orgogliosa*
Ragazza 3: "Ahh ho capito!" *Un attimo dopo, un'espressione di meraviglia attraversa improvvisamente il suo viso, al ricordo di una notizia strepitosa* "Una mia amica mi ha detto che esiste uno smalto trasparente che si può dare sull'altro smalto per farlo asciugare più in fretta!!"
Ragazza 1: *Annuisce con approvazione*

Voce fuori campo: "Aggiungendo il sottofondo musicale Aria sulla quarta corda di Bach e la voce di Angela senior, il contenuto culturale di questa scena potrebbe essere il materiale pefetto per la prossima puntata di Superquark."


Poiché le scene terza, quarta, quinta...et cetera non aggiungono nulla di diverso al copione, sono state omesse.

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Vi prego, non fraintendetemi. Non voglio dire che per forza, nella vita, sia doveroso sempre e comunque fare discorsi seri, parlare di cose serie, discutere dei grandi problemi del mondo e via dicendo. Se non ci concedessimo qualche momento di relax, se non parlassimo mai di cose stupide e divertenti, avremmo una vita noiosa e triste.
Quello che voglio dire, tuttavia, è che bisogna dare la giusta importanza alle cose. E' davvero necessario che tutte le tue amiche sappiano che hai comprato le scarpe all'ultima moda? Non basta indossarle e farle vedere? Hai scoperto che c'è un nuovo smalto che si asciuga in fretta? Non c'è bisogno di parlarne come se avessero appena inventato una nuova cura contro il cancro senza effetti collaterali!
Potreste dirmi: "Ma hai ascoltato solo dieci minuti di conversazione, non puoi giudicare! Sicuramente ci saranno anche per loro i momenti seri!" Tralasciando che non è la prima volta che assisto a scene di questo genere, sono piuttosto sicura che conversazioni simili si ripetano tutte le mattine e in tanti altri momenti delle loro vite. Sapete, certe cose si sentono a pelle.
Potreste dirmi: "Ognuno ha il diritto di parlare di cosa e come vuole, anche a te piace parlare - esaltata - di libri, film e serie tv!" Questo è vero, ma tendo a parlare - esaltata - di libri, film e serie tv con persone altrettanto esaltate e in momenti opportuni, se non privatamente. Senza aggiungere che, a parte un po' di sano  pazzo fangirleggiare, cerco di dare un senso critico a quello che sto dicendo. Non è che: questo libro è bellissimo perché è bellissimooo!!11!!111!!. Questo libro è bellissimo perché ha una trama avvincente, ha molti colpi di scena, ha uno stile coinvolgente, ha una profonda introspezione dei personaggi, ha descrizioni precise ma essenziali...

In realtà il titolo che ho dato a questo post non è esatto, più che di "stupidità", sto parlando di pigrizia mentale, termine che ho appena inventato ma che rende bene l'idea. Perché le persone si limitano sempre ai discorsi di circostanza? Perché sono tutti così materialisti e di ristrette visioni? Nessuno che voglia argomentare le proprie convinzioni, nessuno che vada al di là del semplice "Come va? Bene, grazie". Questa non è stupidità, questo è il non voler far girare le rotelle del nostro cervello perché sembra troppo faticoso. Ed tutto fondamentalmente uno spreco, uno spreco terribile: buttiamo via le nostre più grandi ricchezze che sono la nostra mente, i nostri sentimenti, la nostra individualità, cioè - nel complesso - il nostro essere umani.

Meditate gente.


Post scriptum
Per approvazioni, critiche, riflessioni, varie ed eventuali, potete lasciare un commentino qui sotto! ;)


mercoledì 1 gennaio 2014

Tirando le somme

Anno nuovo, vita nuova?
Non saprei. Negli ultimi giorni del 2013 ho vissuto momenti di euforia per tutti i cambiamenti che questo strano ed emoziante anno ha portato, ma ho anche attraversato fasi di profonda malinconia. E... Sì, direi che proprio adesso, mentre scrivo, ne sto passando una.
In realtà è una sensazione che provo spesso, quando, dopo aver aspettato per tanti giorni un evento - una festa, un viaggio, uno spettacolo - all'improvviso realizzo che è già finito. Capisco che ormai l'attimo è passato e se non l'ho vissuto intensamente e con gioia, ho perso irrimediabilmente qualcosa di importante.
Ed ecco che mi accorgo che un altro anno è concluso. Conservo un bel ricordo di quest'anno? Ho vissuto pienamente ogni giorno? Vorrei rispondere con un convinto sì! ma forse non sarebbe la completa verità. Nell'insieme non posso certo lamentarmi: come ho già scritto, quest'anno è stato pieno di traguardi, nuove esperienze ed amicizie e delle tante cose belle che mi sono capitate, non vorrei cambiarne alcuna.
Tuttavia credo di dover rimproverare qualcosa a me stessa. Un giorno ho trovato dentro di me due germogli, il primo racchiudeva i sentimenti più nobili, il secondo soltanto amarezza. Ma non ho capito quale fosse il giusto modo di coltivarli, così il primo - che volevo far crescere alto e forte in una sola direzione - era sempre più debole. E più quello era malato, più si rafforzava il secondo. In uno stato confuso di gioia e dolore, ho cercato ed invocato la solitudine, non riuscendo a sopportare la compagnia delle persone che invece avevo più a cuore: i miei amici.
Sento il dovere di scusarmi con loro e con me stessa. Mi scuso con loro per stata assente, per tutti i momenti in cui non sono stata una buona compagnia, per ciò che ho detto o non ho detto. Mi scuso con me stessa per tutto il tempo che ho perso coltivando sentimenti negativi, perché se l'avessi usato in un modo più saggio ora sarei più felice.

Nonostante ciò, voglio lasciare il 2013 con la speranza e il sorriso. Per questo spero in un anno pieno di felicità per tutte le persone a cui tengo, augurandomi di non perderle mai.



La vostra gioia è il vostro dolore senza maschera.
E quello stesso pozzo che fa scaturire il vostro riso fu più volte colmato dalle lacrime vostre.
E come potrebbe essere altrimenti?
Più a fondo vi scava il dolore, più gioia potete contenere.
La coppa in cui versate il vostro vino non è la stessa coppa cotta nel forno del vasaio?
E il liuto che addolcisce il vostro spirito non è lo stesso legno intagliato dal coltello?
Quando siete felici, se scruterete il vostro cuore, troverete che è ciò che vi ha fatto soffrire a darvi ora la gioia,
E quando siete afflitti, guardate ancora nel cuore, e scoprirete che state piangendo solo per ciò che vi ha reso felici.

[Khalil Gibran, "Il Profeta"]


mercoledì 25 dicembre 2013

All I want for Christmas... (Modalità nerd: ON)

- il Dottore
- il Dottore nel TARDIS
- un biglietto di sola andata per la Terra di Mezzo
- un Giratempo (nel caso il TARDIS fosse troppo ingombrante da portare sulla slitta...)
- il Castello Errante di Howl
- una Spada Laser
- un  maestro di Waterbending
...
 
Forse sono un tantino esigente.
Ma solo forse.

BUON NATALE A TUTTI!



 




lunedì 23 dicembre 2013

Lo Hobbit - La desolazione di Smaug

Proviamo a raccontarlo per immagini... Vediamo cosa salta fuori :D
Si tratta di una recensione scherzosa, SENZA ALCUNA INTENZIONE DI OFFENDERE  IL FILM IN QUESTIONE. Da supermegafan di Tolkien e di tutto il suo mondo, non ho alcun motivo di criticare il nuovo film de Lo Hobbit.
Ma perché non concedersi un sorriso ogni tanto?


La prima parte del grande viaggio si era conclusa con l'uscita di scena di questo simpatico orco desideroso di sfracellare Bilbo e i suoi amici...





 ... Ma ecco che un altro cuccioloso lupo-orso-uomo-mutaforme tenta di azzannare ogni componente dell'allegra combricola

I cari parenti di Shelob aspettano silenziosi tra le cupe fronde di  Bosco Atro e intanto tessono le loro bianche tele... (questa parte è squisitamente disgustosa, vi avverto)
  ...Ma per (s)fortuna se ne occupano gli Elfi Silvani, i quali, al comando di un Legolas quanto mai pieno di sé, diligentemente e con eleganza rinchiudono tutti i nani come prigionieri.


 Dopo rocambolesche fughe e combattimenti improbabili, i nostri eroi giungono alla Città sul Lago... No un attimo, aspettate, quella era un'altra scena... Ma, oh, cosa vedo, tresche amorose per LegoLegolas??










Ta Dam! Ecco il nostro nuovo eroe, alias "Ommioddio il sosia di Will Turner... Non è che Orlando si è confuso e pensava di farsi un altro bicchierino di rum con Jack Sparrow?"
No, è proprio un altro attore (ma dai?!) e il suo ruolo è quello di Bard l'Arciere, una sorta di Robin Hood tolkieniano che per arrotondare fa pure il contrabbandiere :)



 "Ma...ma...Come non mi fate fare la seconda colazione? Neanche se vi faccio gli occhi dolci e il faccino coccoloso?"

(Martin sei adorabile ♥)


"Se fai ancora il capriccioso, Bilbo, non ti compro più l'Erba Pipa. E ora, su, in piedi: leggi la nostra lista-delle-cose-da-fare e dicci se manca qualcosa."

"1.Nani+Bilbo: scalare la montagna
 2.Nani+Bilbo: trovare la porta
 3.Bilbo: scendere nella montagna
 4.Bilbo: trovare il tesoro
 5.Bilbo: [IMPORTANTE] non svegliare Smaug
 6.Bilbo: trovare Arkengemma
 7.Bilbo: portare ai Nani l'Arkengemma
 8.Thorin: godersi la gloria"


"Sherlock? Can you hear me?...What? What do you mean you are inside a mountain and breathe fire?"






Non è tutto oro quel che luccica, cerca bene Bilbo e non svegliare il drago...(ecco l'ansia che sale a fine film, quando sei lì, senti i primi tintinnii e cominci a sbraitare: noo, accidenti, no, no, no! E sai comunque cosa succederà :S)










                     "Cucù, sorpreeeeeesa"

E tutto il resto è SPOILER.
Non vorrete davvero che metta anche la fine del film?
(Ecco bene, perché non ho trovato un'immagine adatta ahahah)


THE END







domenica 8 dicembre 2013

Wolf Children





Wolf Children è il nuovo gioiello di Mamoru Hosoda. Questo anime, degno di essere annoverato tra i migliori film d'animazione nipponici degli ultimi anni, riprende uno schema già adottato dal regista giapponese ne La ragazza che saltava nel tempo, il lungometraggio che lo ha reso celebre. Un unico elemento fantastico viene proiettato nella vita quotidiana dei protagonisti per sconvolgerne l'esistenza, diventando così promotore di un percorso di crescita. In questa apparente semplicità (che nasconde una notevole ricchezza di tematiche) risiede il grande fascino dell'opera di Hosoda.

Hana, una giovane studentessa universitaria, è madre di due bambini speciali: ultimi discendenti del lupo giapponese, Yuki e Ame hanno la capacità di trasformarsi in lupi a loro piacimento. Tuttavia, la loro diversità non potrà essere mai accettata dalla società, perciò la ragazza è costretta a mantenere segreta la duplice natura dei figli e, per crescerli in un ambiente tranquillo, si trasferisce in un remoto villaggio di montagna.

Wolf Children è una favola delicata e commovente allo stesso tempo. Ciò che colpisce più di tutto è la sua semplicità, ovvero il fatto che, pur essendo una storia di fantasia, non potrebbe essere più reale. Il fulcro della vicenda non è infatti il fantastico l'esistenza di "bambini-lupo" - che sembra una fatalità della vita come tante altre, bensì la quotidianità con le sue continue piccole grandi difficoltà. Così, pur rimanendo il nucleo attorno al quale ruota la vicenda, il surreale si integra ad uno sfondo perfettamente reale: tanta è la naturalezza con cui è presentato, che ci si dimentica della sua "impossibilità".
L'attenzione è invece posta sull'instancabile determinazione della giovane Hana, sola nell'impresa di allevare due bambini unici nel loro genere. Ma a ben pensarci, cosa c'è di fantastico in ciò? Non sono forse reali e concrete le innumerevoli difficoltà che una madre incontra durante la crescita dei figli? E non sono essi sempre e comunque unici e speciali ai suoi occhi? In questo senso Wolf Children è metafora della Vita. Attraverso il percorso di formazione di Yuki e Ame (e di Hana), indaghiamo il significato dell'esistenza e il rapporto con il mondo che ci circonda, ma soprattutto impariamo ad accettare l'unicità e l'originalità che caratterizza ognuno di noi.

sabato 23 novembre 2013

HAPPY BIRTHDAY DOCTOR!

Today is the day every Whovian in the world was waiting for.

Today is The Day of the Doctor







Happy 50th Anniversary, Whovians! 
May the Doctor be with you!
 

#SaveTheDay

mercoledì 30 ottobre 2013

Lo scherzo

[Attenzione, possibili spoilers]

Hýlom, hýlom... il Re dal viso velato percorre le strade di una cittadina morava, accompagnato dai fedeli soldati. I personaggi, tutti in abiti tradizionali, vanno di casa in casa a chiedere offerte per il sovrano fuggitivo. E' il giorno della Cavalcata dei Re, colorata manifestazione folkloristica della Moravia, ultimo legame con un passato dal sapore leggendario, ma quasi dimenticato (e disprezzato) dalle nuove generazioni.
Non si tratta di un giorno qualsiasi: se esistesse un Destino, potremmo dire che questo è il giorno in cui esso finalmente scopre le sue carte. Ludvík, Helena, Jaroslav, Zemánek e forse anche Lucie e Kostka si trovano alla festa. Quale storia accomuna queste persone?
Sicuramente un ruolo importante va attribuito alla Grande Storia, quella del regime comunista nell'Europa dell'Est, dopo la fine della guerra. Una Grande Storia che s'insinua nella piccola storia di ogni personaggio, che invade la vita privata di giovani (che si fingono adulti) ed adulti (che vorrebbero tornar giovani). Un partito che impone di indossare delle maschere, secondo la riflessione pirandelliana di Ludvík, perché non basta voler essere fusi in un corpo collettivo, si può solo esserlo in sostanza. Così i giovani indossano maschere e, come in un tragico carnevale, si abbandonano agli scherzi. Cosa c'è di più innocuo di uno scherzo a carnevale? Tuttavia il partito non lo tollera: esso rivela l'anima. E se la tua anima non è in sintonia con la collettività, sei fuori. Un reietto per il resto della vita.
La vendetta è tutto ciò che rimane a Ludvík, espulso dal partito e dall'Università per una cartolina dal tono provocatorio. La vendetta è l'unico motore della sua vita da quel giorno fatale. Ma seppur vittime di ingiustizie, vale la pena vivere sotto il dominio del rancore? Non si è forse prigionieri di un'altra e peggiore dittatura? Ludvík lo capisce, troppo tardi, nel corso di una giornata in cui errori su errori si accumulano con ritmo impietoso. In una sola giornata il Destino riallaccia i fili, unisce passato e presente insegnando che le cose nate per errore sono tanto reali quanto le cose nate a ragione e per necessità.

 Con Lo scherzo (1967) Milan Kundera esordisce come romanziere. La sua narrazione fluida trasporta il lettore all'interno stesso della psiche dei personaggi. La profonda introspezione, la struttura "a più voci" e la sensazione di un tempo "sospeso", conferiscono un fascino indiscutibile all'opera dello scrittore boemo. Una lettura da non perdere.

domenica 6 ottobre 2013

Ottobre - Rubrica musicale #2

 A brisa do coracao (La brezza del cuore) di Enio Morricone

Colonna sonora del film Sostiene Pereira, tratto dall'omonimo romanzo (mia recensione qui) di Antonio Tabucchi. Musica perfetta per una pellicola che rende degnamente onore al capolavoro dello scrittore italiano.



E qui il testo della canzone, sia in lingua originale che in italiano.

O segredo a descobrir está fechado em nós
O tesouro brilha aqui embala o coraço mas
Está escondido nas palavras e nas mos ardentes
Na doçura de chorar nas carícias quentes

No brilho azul do ar uma gaivota
No mar branco de espuma sonora
Curiosa espreita as velas cor de rosa
A procurado nosso tesouro

O segredo a descobrir está fechado em nós
O tesouro brilha aqui embala o coraço mas
Está escondido nas palavras e nas mos ardentes
Na doçura de chorar nas carícias quentes

A brisa brinca como uma gazela
Sobre todo o branco e a Rua do Ouro
Curiosa espreita a sombra da janela
A procura do nosso tesouro"

O segredo a descobrir está fechado em nós
O tesouro brilha aqui embala o coraço mas
Está escondido nas palavras e nas mos ardentes
Na doçura de chorar nas carícias quentes

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Il segreto da scoprire è chiuso in noi
il tesoro che brilla qui dondola in cuore ma
è nascosto nelle parole e nelle mani ardenti
nella dolcezza del pianto nelle calde carezze

nell'aria blu e brillante un gabbiano
nel mare bianco di schiuma sonora
curiosa osserva le vele rosa
cercando il nostro tesoro

Il segreto da scoprire è chiuso in noi
il tesoro che brilla qui dondola in cuore ma
è nascosto nelle parole e nelle mani ardenti
nella dolcezza del pianto nelle calde carezze

la brezza gioca come una gazzella
su tutte le strade bianche e d'oro
curiosa guarda le ombre delle finestre
cercando il nostro tesoro

Il segreto da scoprire è chiuso in noi
il tesoro che brilla qui dondola in cuore ma
è nascosto nelle parole e nelle mani ardenti
nella dolcezza del pianto nelle calde carezze

giovedì 3 ottobre 2013

Si chiude una porta...

... e si apre un portone. La conoscevate già vero?
Beh, i detti popolari raramente sbagliano. E infatti, già in questi primi giorni da universitaria posso proprio dire di apprezzare la mia nuova vita. Non si tratta certo di un'avventura facile - penso al viaggio in treno, spesso in piedi - ma di sicuro mi sento più libera "psicologicamente".
 Sì, certo, quando rileggerò queste righe i giorni prima di un esame, con l'ansia alle stelle, allora mi dirò: povera illusa, non sapevi a cosa saresti andata incontro! Però la sensazione di partenza è buona, e credo sia un fattore positivo.

Non mi resta che dire: Allons-y! 

 

Ottobre - Rubrica musicale #1


Un brano della soundtrack di The Grandmaster - recente pellicola semibiografica sulla vita di Yip Man, celebre maestro di arti marziali cinesi. Pur lasciando qualche dubbio sulla costruzione della trama, questo film merita indubbiamente per la colonna sonora di grande suggestione. Buon ascolto!


sabato 31 agosto 2013

Toph

All'apparenza una fragile ragazzina cieca, Toph fin da bambina nasconde ai genitori la sua vera natura e un'identità segreta sorprendente. Si tratta infatti di una eccezionale earthbender, che - grazie al finissimo udito e all'acuta percezione delle vibrazioni - ha sviluppato un'abilità di combattimento fuori dal comune. Sebbene agli occhi dei genitori si sia mostrata sempre come una fanciulla tranquilla e remissiva, pronta ad obbedire alle severe raccomandazioni del padre, Toph possiede un carattere forte e ribelle. Di nascosto partecipa a pericolose gare clandestine di earthbending, risultando sempre vincitrice contro avversari dieci volte più grandi e grossi di lei. Eppure Toph, prigioniera fra le stesse mura di casa, non ha amici... Fino a quando Aang, il giovane Avatar non assiste ad una sua strepitosa performance e capisce che proprio lei sarà l'insegnante di earthbending che da tanto tempo stava cercando.


Non è perfetto, ma sono abbastanza soddisfatta di questo disegno


[Toph è uno dei miei personaggi preferiti della serie animata "Avatar - The last Airbender" Per approfondire: Avatar]

Vi presento Joe Black

Quando si dice... Guardare la morte in faccia.

In questo bellissimo film di Martin Brest sembra che il famoso detto sia stato preso alla lettera.
Joe Black, affascinante giovane dalle misteriose origini, si presenta all'improvviso a casa del magnate Bill Parrish. Il ragazzo non tarda a svelare all'anziano industriale di essere niente meno che la Morte in persona, giunta in sembianze umane per "sperimentare" la vita. Joe ha scelto Bill come guida nel mondo degli uomini e se lui accetterà questo insolito incarico, la sua morte potrà essere rimandata di qualche tempo. Tuttavia, ciò che per Joe nasce come un semplice svago, si trasformerà in un'esperienza profonda, un evento unico nell'intera storia dell'universo. Quando infatti conoscerà Susan, figlia minore di Bill, il giovane se ne innamorerà perdutamente.
Forte delle superbe interpretazioni di Anthony Hopkins nei panni di Bill Parrish, e di Brad Pitt  nel ruolo di Joe Blak, questa pellicola di notevole durata (circa tre ore) non delude mai gli spettatori. I divertenti episodi paradossali sono equilibrati dall'estrema delicatezza nel trattare i temi dell'amore e della perdita. Molto interessante è anche la differenziazione dei punti di vista - non resa attraverso particolari espedienti tecnici, bensì chiara nelle parole e nelle azioni dei personaggi. Ognuno di essi infatti è completo, la sua personalità viene sempre approfondita, nulla è dato per scontato.
Curioso, inoltre, che la Morte voglia "imparare a vivere", pare quasi una contraddizione. Eppure forse in questo si nasconde il messaggio profondo del film. Non si tratta solo di un carpe diem moderno, ma anche e soprattutto di un invito ad accettare la morte come qualcosa di inscindibile dalla vita stessa. La morte, sembra voglia dirci l'autore, non è nè malvagia nè ingiusta: fa parte della natura.
Naturalmente, ampio spazio viene dedicato all'inconsueto amore fra Joe e Susan, raccontato con attenta sensibilità. Per questo il film è consigliatissimo agli inguaribili romantici, che senz'altro verseranno qualche lacrima nel finale.
Last but not least, un particolare riconoscimento alla colonna sonora, che porta la firma del compositore Thomas Newman. Se riascoltate in seguito, le sue melodie struggenti rievocheranno ogni attimo di questa storia incredibile.




"Non un'ombra di trasalimento, non un bisbiglio di eccitazione; questo rapporto ha la stessa passione di un rapporto di nibbi reali. Voglio che qualcuno ti travolga, voglio che tu leviti, voglio che tu canti con rapimento e danzi come un derviscio! Voglio che tu abbia una felicità delirante! O almeno non respingerla. Lo so che ti sembra smielato ma l'amore è passione, ossessione, qualcuno senza cui non vivi. Io ti dico: Buttati a capofitto! Trovati qualcuno che ami alla follia e che ti ami alla stessa maniera! Come trovarlo? Be', dimentica il cervello e ascolta il cuore. Io non sento il tuo cuore perché la verità, tesoro, è che non ha senso vivere se manca questo. Fare il viaggio e non innamorarsi profondamente, beh, equivale a non vivere. Ma devi tentare perché se non hai tentato non hai mai vissuto." [Bill Parrish alla figlia Susan]

sabato 20 luglio 2013

Società e cultura in un mondo distopico [Parte 2]

I roghi di Fahrenheit 451

Il più celebre romanzo di Ray Bradbury descrive una fra le più inquietanti e verosimili distopie. In un futuro imprecisato, ma che sembra lo specchio della realtà, i libri sono proibiti e vengono dati alle fiamme dai pompieri, il cui ruolo è quindi grottescamente rovesciato. «Era una gioia appiccare il fuoco» afferma Montag, il protagonista, nell'incipit del romanzo, dimostrando di essere succube del condizionamento di un governo oppressivo e totalitario. Un governo che alla cultura sostituisce uno stato di connessione permanente, grazie agli schermi televisivi che occupano le intere pareti di una stanza. Tuttavia, grazie all'incontro con una ragazzina stravagante, Montag scopre di condurre un'esistenza vuota e passiva, di non essere veramente felice. Diventa quindi un “fuorilegge” salvando alcuni libri dagli spietati roghi e nascondendoli in casa per leggerli. La moglie, modello del cittadino medio perfettamente inquadrato, tradisce il protagonista, il quale infine si rifugia in una comunità di vagabondi la cui solenne missione è quella di “ricordare” i libri, conservare i testi di interi volumi nelle loro teste, per poi tramandarli e rigenerare la cultura perduta.
Controllo capillare dell'informazione, distruzione della cultura, società indifferente e remissiva: gli ingredienti di una “perfetta” distopia sono ben noti a Bradbury. Lo scrittore stesso dichiara in una recente intervista per La Repubblica: «Fahrenheit 451 è l'unico libro che ho scritto in cui parlo di cose che sono accadute o che possono accadere davvero. Per questo è un libro ancora attuale, non solo per i temi della censura, delle dittature che ancora nel mondo pensano di poter controllare il pensiero umano, decidendo cosa i cittadini possono leggere e cosa no. […] Penso che la "società dello spettacolo" in cui vogliono farci vivere sia fatta apposta per non far pensare la gente, e che la "società dell'informazione" sia costruita in modo che la gente si illuda di pensare davvero. Poi, per fortuna, ci sono ancora i libri, che non fanno parte solo della nostra storia, ma sono parte integrante del nostro futuro. […] Il mio lavoro, in realtà, è quello di aiutare a farvi innamorare. Innamorare della vita, delle meraviglie del mondo che abbiamo attorno, delle persone che incontrate, delle scoperte straordinarie che ognuno di noi fa nel corso della sua vita».



«Riempi loro i crani di dati non combustibili, imbottiscili di "fatti" al punto che non si possano più muovere tanto son pieni, ma sicuri d'essere "veramente bene informati". Dopodiché avranno la certezza di pensare, la sensazione del movimento, quando in realtà sono fermi come un macigno. E saranno felici, perché fatti di questo genere sono sempre gli stessi. Non dar loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia o la sociologia affiché possano pescare con questi ami fatti ch'è meglio restino dove si trovano. Con ami simili, pescheranno la malinconia e la tristezza.»

domenica 7 luglio 2013

Società e cultura in un mondo distopico [Parte 1]

Le società perverse di William Golding e Anthony Burgess

Spesso ci si è interrogati sulla natura di fondo dell'uomo, ipotizzando ora una intrinseca innocenza, ora una malvagità latente, o ancora un'inevitabile corruzione determinata dall'ambiente sociale. Numerosi illustri filosofi (Hobbes, Locke, Rousseau, Cartesio... per citarne alcuni) hanno sviluppato una propria teoria relativamente a tale questione, ma come per tutti i grandi temi della filosofia, nessuno è riuscito (e probabilmente nessuno riuscirà mai) a trovare una soluzione certa.
La narrativa distopica, in generale, compie un'analisi piuttosto pessimistica del comportamento umano. Due capolavori della letteratura moderna che si inseriscono in questo contesto sono Il signore delle mosche di William Golding (1954) e Arancia Meccanica di Anthony Burgess (1969), i quali possono essere messi a confronto ed analizzati su piani paralleli. Questi romanzi trattano essenzialmente dell'origine del male nella natura umana, dell'importanza del libero arbitrio e della degenerazione delle strutture sociali. I protagonisti sono bambini e adolescenti, tradizionalmente accomunati ad un'idea di innocenza e bontà, ma qui trasformati nell'emblema della crudeltà più irrazionale ed immotivata. Non manca inoltre un'aspra critica alle istituzioni politiche: dalla debolezza degli organi democratici all'opportunismo di alcuni movimenti rivoluzionari, dal fascino morboso per i sistemi autoritari alla spregiudicatezza dei governi che cercano di mantenere il consenso. Ma vediamo ora nel dettaglio i temi affrontati da questi inquietanti romanzi.

 



Ne Il signore delle mosche in seguito allo schianto di un aereo su un'isola deserta, alcuni bambini si ritrovano soli ad affrontare una vita di sopravvivenza fino all'arrivo dei soccorsi. Potrebbe essere l'occasione per dar vita ad una comunità giusta e democratica, libera dalle sovrastrutture della società corrotta degli adulti. Tuttavia la situazione degenera, l'ottimismo s'incrina, e le paure irrazionali dell'infanzia prendono gradualmente il sopravvento sul buon senso. Aggressività e violenza acquistano sempre più fascino agli occhi dei bambini più insicuri e superstiziosi, mentre i ragazzi più responsabili, i difensori della razionalità e della democrazia diventano i reietti, i deboli da eliminare. Dopo un iniziale tentativo di organizzazione complessiva dei giovani superstiti, il gruppo si divide in due: da una parte vi sono Ralph e Piggy, animati dal buon senso e da ideali di uguaglianza e giustizia; dall'altra troviamo Jack che si veste del ruolo di leader crudele, ma carismatico, chiara metafora di un governo totalitario. Durante il corso della storia la morte di Piggy rappresenta simbolicamente la fine dell'utopia e il conseguente affermarsi di una realtà distopica. In quest'isola così diversa dall'Utopia di Thomas More e dominata dalla violenza fanatica, i bambini non sono più creature innocenti, bensì selvaggi dal comportamento quasi animalesco. Nondimeno, il relativo lieto fine nasconde una sottile critica alla società inglese, stereotipata in un modello di società efficiente e pragmatica, ma di fatto superficiale.


«In mezzo a loro, col corpo sudicio, i capelli sulla fronte e il naso da pulire, Ralph piangeva per la fine dell'innocenza, la durezza del cuore umano, e la caduta nel vuoto del vero amico, l'amico saggio chiamato Piggy. L'ufficiale, davanti a quella scena, era commosso e un po' imbarazzato. Si voltò dall'altra parte, per dar tempo ai ragazzi di riprendersi, e aspettò, posando gli occhi sul bell'incrociatore lontano.»


 



“Devo forse essere soltanto un'arancia meccanica?” è ciò che Alex, il protagonista del più conosciuto romanzo di Anthony Burgess, grida ai suoi torturatori e al mondo intero appellandosi al diritto di libera scelta che gli è stato crudelmente sottratto. Delinquente per il gusto di esserlo, assuefatto all'ultraviolenza, il quindicenne Alex è un eroe in negativo in un mondo che ha abbandonato ogni valore e ogni ideale. Egli finisce per essere vittima di un governo che in nome della sicurezza riduce gli esseri umani a creature meccaniche e prive di libero arbitrio: é la Terapia Ludovico, un condizionamento psico-fisico che provoca una repulsione fisiologica a qualsiasi tipo di violenza. Ma la scelta? Si domanda il salmiere della prigione dove Alex viene in un primo tempo rinchiuso: «In realtà lui non ha scelta, vero? Era il proprio interesse, la paura del dolore fisico che lo hanno spinto a quel grottesco gesto di autoavvilimento. La sua insincerità era fin troppo evidente. Cessa di essere un malfattore, ma cessa anche di essere una creatura capace di scelta morale» In queste parole si riassume il messaggio dell'autore, che scrive inoltre, a proposito della sua opera: «Imponete ad un individuo la possibilità di essere solo e soltanto buono, e ucciderete la sua anima in nome del bene presunto della stabilità sociale.  […] È preferibile un mondo di violenza assunta scientemente – scelta come atto volontario – a un mondo condizionato, programmato per essere buono e inoffensivo».
I riferimenti ad Orwell e Huxley sono chiari: una società indifferente e disinteressata, un uso spregiudicato della tecnologia, una realtà totalizzante a cui bisogna conformarsi. Tuttavia, non meno importante risulta la vicenda personale di Alex, il quale affronta una sorta di percorso di formazione. Egli, come afferma l'autore stesso, «è veramente malvagio, forse ad un livello inconcepibile […] Però la sua cattiveria è umana. […] Alex rappresenta l'umanità in tre modi: è aggressivo, ama la bellezza, si serve del linguaggio». Ciò che lo caratterizza come anti-eroe è la sua estrema lucidità. Egli sceglie consapevolmente il male, ma alla fine del romanzo sente la necessità del cambiamento. Non sappiamo se ciò sia dovuto ad una svolta verso una vita morale, o sia semplicemente determinato dall'istinto naturale di voler creare una famiglia. E' certo però che Alex dimostra una visione disincantata e quasi profetica della vita: essere giovani è come essere piccoli giocattoli di latta che vanno a sbattere contro le cose e non ne possono fare a meno. I giovani devono passare attraverso questa fase e i genitori non possono fermarli; a loro volta, quando saranno genitori non potranno fermare i propri figli e così sarà fino alla fine dei tempi.
Dal romanzo è stato tratto l'omonimo film diretto da Stanley Kubrick. Tale adattamento per il grande shermo è ormai diventato un cult della narrativa cinematografica.

giovedì 4 luglio 2013

Into Darkness




Estraniamoci un attimo dalla guerra fra i severissimi Trekkers e i fanatici della fantascienza tutta effetti speciali-colpi di scena per dare un giudizio super partes di questo nuovo blockbuster di J.J. Abrams.
Sebbene Into Darkness abbia effettivamente dato un taglio più moderno alle avventure dell'Enterprise rinunciando all'assoluta fedeltà alla serie classica, risulta tuttavia essere una pellicola ricca di pregi in molti ambiti.
Non sono tanto le esplosioni e le peripezie dei protagonisti a rendere accattivante il film, ma piuttosto lo studiato alternarsi di atmosfere divertenti e drammatiche. Si tratta di un equilibrato mix che valorizza ogni scena: diversi i momenti per commuoversi, ma non manca lo spazio per una bella risata. Va inoltre spesa una parola per i dialoghi, decisamente brillanti e non banalizzati da frasi fatte.
Per quanto riguarda la trama, essa non si discosta dallo schema lineare "comparsa del nemico - inseguimenti e battaglie - scontro finale - lieto fine". Del resto, Into Darkness rimane pur sempre un film di intrattenimento, in qualche modo obbligato a seguire degli standard per trovare l'approvazione del grande pubblico. Colpi di scena e situazioni inaspettate, tuttavia, sono garantiti.
In aggiunta, il punto di maggior forza risiede sicuramente nella caratterizzazione dei personaggi e nella notevole interpretazione da parte degli attori protagonisti. Il giovane e impetuoso Kirk (Chris Pine) e il logicissimo Spock (Zachary Quinto) consolidano il loro bellissimo rapporto avviato nel precedente film, ma un altro affascinante personaggio entra qui in scena: lo spietato Khan, interpretato magistralmente dall'attore britannico Benedict Cumberbatch. Non si tratta del "cattivo a tutto tondo", bensì di un nemico-vittima con luci ed ombre, un vendicatore solitario avvolto in un alone di mistero. Finalmente un personaggio fuori dalla schiera dei "buoni" di cui poter prendere (moderatamente!) le parti.
Ecco però che arriviamo ai punti dolenti di questa pellicola. Innanzitutto una bocciatura completa del personaggio di Carol Wallace, figlia dell'ammiraglio Marcus. La sua bellezza tipicamente artificiale si affianca ad una presunta intelligenza poco credibile, dando così origine ad un personaggio femminile utilizzato come amo da pesca nel trailer, ma di fatto inutile per lo svolgimento della storia. Seconda pecca: tanta "fanta" e poca scienza. Possiamo chiudere un occhio sulle futuristiche tecnologie, ma alcune scene richiedono un certo sforzo di volontà per essere accettate da chi conosce, anche minimamente, le leggi della fisica.
Ma nonostante questi incidenti di percorso, Into Darkness risulta essere un film più che riuscito, un'occasione per evadare un poco dalla quotidianità e fare un volo nello spazio.