martedì 6 luglio 2010

Saggezza orientale

E' arrivato il momento di parlar di libri! =)
Per cominciare vi consiglio un libro che mi ha davvero colpito il cuore e dal quale è stato tratto un film altrettanto bello. Opera dello scrittore francese Eric-Emmanuel Schmitt, il libro s'intitola "Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano" e di seguito ne riporto una breve recensione scritta da me:
Da Parigi alla Turchia, questo libro ci porta in un viaggio dove nulla è scontato. La storia di Momo, sedici anni, abbandonato prima dalla madre e poi dal padre, è raccontata senza fretta perché, come dice Monsieur Ibrahim “la lentezza è il segreto della felicità”. L’amicizia fra il ragazzo costretto a crescere improvvisamente, e un vecchio, che dentro è ancora giovane, si trasforma ben presto in legame più forte. Parole semplici per esprimere concetti profondi: Schmitt, drammaturgo oltre che scrittore, ha creato un capolavoro di saggezza.
Il film omonimo tratto dal romanzo è uscito in Italia nel 2003, ma purtroppo non è stato ben pubblicizzato.
Il cast vede Omar Sharif nel ruolo di Monsier Ibrahim e Pierre Boulanger nel ruolo del giovane Momo, mentre la regia è di Francois Dupeyron.


Uguali, ma soli.

Mi è sempre piaciuto ascoltare i racconti dei miei genitori riguardo alla loro gioventù: cosa facevano, come si vestivano, che musica ascoltavano alla mia età. Così ho capito che il modo di essere giovani è cambiato durante il corso della storia così come è cambiato il modo di vivere delle persone.
Penso che essere giovani nel 2010 sia facile, anche troppo. Credo tuttavia che non sia l’adolescenza in sé a essere cambiata in questi ultimi venti o trent’anni: è cambiato il modo in cui viene vista, considerata, vissuta, dai ragazzi.
Pensare, riflettere sulla realtà che ci circonda, è sempre stato difficile per tutti, tanto più per noi adolescenti. Da qualche tempo a questa parte, però, si è sempre più consolidata fra i giovani l’idea di dover godersi la vita il più possibile: perché preoccuparsi di ciò che accade nel mondo? Ci sono i “grandi” per quello. Noi dobbiamo divertirci, finché possiamo.
Ma perché oggi i ragazzi (io mi escludo) non pensano più al loro futuro, non hanno stimoli ed entusiasmi?
I giovani non cercano più risposte alla vita e non si fanno domande esistenziali perché non ne hanno il tempo. Ci pensa la televisione, onnipresente, a tenerli occupati. La televisione dice loro cosa devono fare, cosa devono pensare, amare o disprezzare. E quando non c’è la televisione, ci sono i videogame o l’i-pod.
Questa tecnologia per ragazzi causa innanzitutto la progressiva perdita d’individualità. Per esperienza personale mi sono accorta e continuo a vedere ogni giorno che i giovani sono costantemente spinti, dai media (e di conseguenza dalla società), all’omologazione, così la loro più grande aspirazione è avere vestiti firmati e cellulari di ultimo modello.
Inoltre, mi capita spesso di vedere gruppi di ragazzi che si ritrovano in un luogo comune come l’ingresso di una scuola, il treno o l’autobus, e nove su dieci di loro parlano con gli altri con una cuffia di i-pod in un orecchio. Questo dimostra un bisogno, quasi patologico, di rumore che sovrasti i pensieri, le preoccupazioni di ogni genere.
Parallelamente, ascoltare la musica da un i-pod porta gradualmente all’isolamento. Una scena molto triste a cui assisto quotidianamente: un gruppo di studenti o studentesse pendolari in treno, amici o amiche di vecchia data, seduti vicini, ma in silenzio. Ma non in silenzio per rispettare gli altri viaggiatori. Tutti stanno in silenzio perché hanno le cuffie dell’i-pod nelle orecchie. Tutti vicini, tutti uguali, ma soli.
Questa realtà ha causato un sempre maggior disinteresse dei giovani ai perché dell’esistenza, ai problemi del mondo, ma anche ai problemi interiori, che vengono ignorati perché ci pensa qualcun altro a risolverli per loro. Gli adolescenti (per fortuna si salva qualcuno) sono ormai chiusi in un mondo costruito appositamente per loro, in cui tutto è facile e apparentemente divertente.

lunedì 5 luglio 2010

L'amicizia

L’amicizia è uno dei beni più preziosi che possiamo avere. Vale più di soldi, gioielli o belle macchine: tutte queste cose non danno la vera felicità, l’amicizia sì.
Con gli amici scherziamo, giochiamo, ridiamo fino ad avere mal di pancia, e non importa il dove o il quando, perché l’importante è l’essere insieme, condividere qualcosa. Infatti, qualunque attività è più divertente e interessante se la possiamo condividere con le persone a cui vogliamo bene. Possiamo guardare un film o ascoltare la musica da soli, ma con un amico potremo scambiarci pareri, commenti e scoprire particolari di cui non ci eravamo accorti; possiamo intraprendere un progetto da soli, ma con degli amici, aiutandoci a vicenda riusciremo sicuramente ad ottenere risultati migliori; possiamo cenare da soli in casa, ma una serata in pizzeria con gli amici è mille volte più divertente: anche la pizza è più buona del solito.
Per di più gli amici ci aiutano a migliorare, perché quando ci confrontiamo con loro, entro i giusti limiti, scopriamo nuove parti di noi stessi che svilupperemo se sono positive o correggeremo se sono negative, proprio come dice il sociologo Francesco Alberoni in un suo importante saggio: “Ciascuno aiuta l’altro a scoprire ciò che per lui è essenziale e ad andargli di un passo più vicino”.
Inoltre tra le varie persone che definiamo amici, pur avendo con tutte buoni rapporti, possiamo avere la fortuna di trovare un vero amico. Un vero amico è una persona di cui ci possiamo fidare ciecamente, una persona che sappiamo non ci tradirà mai. Un vero amico ci aiuta quando siamo in difficoltà, non per avere qualcosa in cambio: semplicemente perché ci vuole bene. Con lui ci sentiamo sempre a nostro agio e diamo sempre il meglio di noi per renderlo felice. Tuttavia non è detto che abbia gli stessi nostri interessi o qualità, anzi spesso il rapporto è migliore quando ci si completa a vicenda.
Purtroppo i veri amici sono veramente pochi e non è detto che tutti siano così fortunati da averne almeno uno. Infatti trovare le persone che non ci abbandoneranno mai è molto difficile, ma ciò non vuol dire che non si possano passare comunque momenti piacevoli anche con altre persone con cui siamo meno in confidenza, per esempio i compagni di scuola, i colleghi, i vicini di casa. Se una persona cerca la nostra compagnia non dobbiamo disdegnarla o rifiutarla solo perché non è nel nostro “gruppo”: magari è l’occasione giusta per scoprire di essere in totale sintonia! In questo caso avviene ciò che Francesco Alberoni chiama incontro: “Un momento in cui noi proviamo un forte moto di simpatia, un interesse, sentiamo un affinità verso una persona. […] L’incontro è sempre inatteso, rivelatore”.
Nella vita può capitare anche di fare incontri sbagliati, persone che si fingono nostre amiche solo per secondi fini, ma questa non è una buona ragione per isolarsi dagli altri. E’ sbagliato innanzitutto perché se non diamo mai fiducia a nessuno non potremo mai pretendere che qualcuno si fidi di noi, in secondo luogo conducendo un’esistenza solitaria, senza poter contare sull’aiuto di nessuno, qualunque impresa diventa molto difficile.
Inoltre coltivare l’amicizia richiede tempo, disponibilità e sacrifici: per avere buoni amici, bisogna anche saper essere buoni amici. E’ difficile, questo è vero, ma l’amicizia dà gratificazioni che compensano ampiamente i sacrifici fatti. Si dice che a fare del bene, questo torna indietro dieci volte maggiore.
Per questi motivi si può affermare che l’amicizia è davvero importante e vale veramente la pena fare qualche sacrificio, mettendo da parte l’egoismo, per essere amati dagli altri. L’amicizia è una ricchezza, una vera ricchezza, che rende più saggi e più felici.

domenica 4 luglio 2010

In punta di piedi

Cari lettori, come primo intervento nel mio neo-blog voglio proporvi un breve racconto autobiografico che ho scritto quando avevo dodici anni. L'ho ritrovato per caso, mettendo in ordine vecchie carte e nel rileggerlo mi sono commossa. Ho deciso di lasciare il testo inalterato poichè nella sua semplicità trasmette tante emozioni e conserva teneri ricordi.

“ In punta di piedi ”

Un giorno i miei genitori mi hanno portato in palestra dove si
teneva un corso di danza classica e mi hanno detto: “ Vuoi provare? ”
Io mi vergognavo moltissimo e ho risposto di no, però loro hanno
insistito dicendo che se proprio non mi fosse piaciuto, non ero obbligata
a farlo.
Devo proprio ringraziarli per avermi fatto scoprire una delle cose che
mi gratifica di più nella vita.
Per me la danza è come volare: la melodia della musica mi guida
 e mi coinvolge nel suo ritmo, avvolgendomi come in un sogno.
É una sensazione stupenda riconoscere le voci degli strumenti musicali
che cantano in armonia e lasciarsi trasportare, come volando sulle
note della melodia.
Non basta il sentimento: occorre molta disciplina e allenamento
perché durante la danza, una ballerina deve saper esprimere col
corpo, le sensazioni che la musica e la coreografia stessa cercano di
comunicare al pubblico, eseguendo i movimenti con perfezione.
 Ciò che amo di più è esibirmi in uno spettacolo.
Dopo tante prove e allenamenti, quando si avvicina il giorno del
saggio, la tensione va via via crescendo fino all’ultimo momento: quando
entri sul palcoscenico.
Allora il tempo sembra fermarsi, come se il mondo intero trattenesse il
respiro; subito dopo la musica prende il sopravvento, la mente si
vuota e parte la danza.
La musica si ferma, anche noi ci fermiamo nella posa finale e improvvisamente
il pubblico batte le mani: una sensazione di orgoglio e fierezza mi riempie,
 perché gli applausi di un pubblico caloroso, sono la miglior gratificazione
che una ballerina può desiderare.
Ballare in un gruppo è bello, ma anche molto difficile: è necessaria
una coordinazione perfetta e una buona organizzazione, ma
soprattutto la direzione di una insegnante e coreografa preparata.
Ballare come solista è forse ancor più difficile, forse perché si è
soli ad affrontare tutto il pubblico; arriva però anche il giorno in
cui qualcuno ti chiede di esibirti: a me è successo all’età di otto anni.
Alla scuola elementare, la mia maestra di musica, mi propose di
esibirmi in un balletto come solista, in occasione dello spettacolo di
fine anno. Prima di decidere, ho riflettuto molto e ne ho parlato
con la mia insegnante di danza: con il suo aiuto ho preparato una
breve coreografia.
La mia performance è riuscita benissimo, il pubblico ha applaudito a
lungo, in special modo i compagni della mia classe, che non avevano
mai visto una mia esibizione.
In quel momento avevo realizzato il mio sogno, e da quella sera ho
capito che non avrei mai smesso di danzare…